Samra Darklub - Capitolo 1
Le luci del porto sono lontane. Con l'auto passiamo dentro il mercato della città, sento l'odore del cibo fritto, dell'immondizia. Sono stanco e le luci delle insegne mi accecano.
Metto gli occhiali da sole.
Ho la stessa felpa, la stessa maglietta da quando sono partito. Puzzo.
Mi fanno scendere vicino alla strada principale, li all'angolo c'è una bettola con dei tavolini fuori. Mi è stato detto di aspettare li. Mi guardo attorno. Nessuno.
Un signore con la faccia da cinese ed una giacca rossa sgualcita, si fa notare per la sua camminata zoppicante. Sputa per terra, mi guarda. Poi se ne va aiutandosi col suo bastone di legno. Non è lui, penso. Poi arriva un ragazzo giovane assieme ad una tipa con un cagnolino al guinzaglio. Attaccano bottone parlando uno strano inglese e mi vogliono offrire da bere. Non è lei\lui, penso. Non faccio in tempo a rispondere che arriva frettolosamente quello di prima. Mi insulta. Insulta la ragazza e mi strattona per un braccio strappandomi la maglietta all'altezza del collo. No dai, la mia maglietta preferita.
Mentre i ragazzi se ne vanno contrariati, io son già giù per le scale.
Arriviamo fino all'entrata di un locale. È una stanza senza finestre, con piastrelle bianche e blu appiccicate fino al soffitto. Il resto è tutto nero.
Sulla destra un piccolo banco ed alla cassa lei, la pelle bianca come il latte.
Alta, capelli neri a caschetto, tette rifatte in bella vista. Un'aquila sul petto, che va fino alle due spalle. Un serpente che si arrampica dall'avambraccio destro fino al collo. Leoni e tigri. Rose rosse, coltelli, sciabole. Scritte in ebraico e arabo. Croci e Cristi. Una foresta di segni e simboli. Questa qui non fa prigionieri –penso- quando ha finito ti divora la testa come le mantidi.
Di fronte alla cassa la porta di un deposito. Attraverso la tenda scorgo due tizi che fumano e gridano. Dopo la cassa sulla sinistra c'è un bancone alto di marmo. Ci sono degli sgabelli e varie persone sedute a delle postazioni. Usano dei piccoli computer. Fumano il narghilè. Sono tutti vestiti di nero, con capigliature improbabili e tatuaggi. Bianchi come vampiri.
Qualcuno di loro si scambia degli sguardi ridacchiando.
Ma cosa ridono? Io ho i brividi.
Il cinese parla con la mantide. Mi rivolgono uno sguardo mentre lei gli passa una busta gialla.
Mi fa cenno di seguirla nello sgabuzzino. Il mio gancio conta i soldi che gli hanno appena dato per la consegna. Mentre lui se la ride, mostrandomi i denti che non ha tra vampate di fumo, mi rendo conto che la merce sono io.
Lei è di poche parole, anzi una sola: “Karima Karima” ripete. Si chiamerà così, penso.
Passiamo in mezzo a quei due che stavano giocando a carte, con altri due che li guardano con fare annoiato. Ci sono spiccioli per terra. Arriviamo in una stanza grande e altissima. Ha una scala di ferro che arriva fino sulla strada. La porta è socchiusa, e sull'uscio c'è un tipo che controlla. Intento a tener d'occhio il fiume di gente che c'è fuori dalla porta, non si accorge di noi. Dalle grate delle finestre entra la luce colorata delle insegne al neon. Si riflette sulle travi di ferro, sulle catene ed i ganci che scendono dal soffitto. Si muovono lentamente e creano dei giochi di ombre poco consolanti. Per terra e sugli scaffali, riso, legumi, cibo in scatola. Qualche amico topo, scorpione e scarafaggio.
Il magazzino si apre sul retro del locale: è una specie di club. Dentro è tutto buio fumoso, luci blu e rosse che si aprono nella nebbia. Musica assordante. Sembra dentro non ci sia nessuno.
La mantide da un calcio ad una porta di ferro da dove estrae due bidoni della spazzatura. Ha un pezzo di legno in bocca e borbotta. Dal bidone prende un sacchetto giallo di stoffa e me lo porge. Questa sarà la mia assicurazione sulla vita. Dal fondo della strada si sente qualcuno. Lei si spaventa come una ragazzina, mi prende per la manica rompendo definitamente la maglietta. Lo fate apposta, allora.
Ci accovacciamo dietro all'automobile. Mi tiene bassa la testa e mi fa cenno di non fiatare. In quel silenzio di paura, un profumo. Lavanda. Ah, questa-donna- sa- di- lavanda.
Se ne vanno. Con fare amoroso ma deciso mi prende le spalle con le mani, mi guarda dritto negli occhi e mi ripete: Karima, Karima! Fa dei gesti con le mani giunte accarezzandosele, come a volermi spiegare precisamente qualcosa.