âDal punto di vista della metrica, il sonetto è composto da un verso pentasillabo, o quinario, e da due trisillabi in successione (trinario): LU-I- Ă -MI-O; AB-BO-LA; SCU-PI-NA.
Poesia e innovazione di contenuti si fondono in appena undici sillabe. Shakespeare in confronto era babbalecco. In unâepoca contraddistinta da tradimenti e promiscuitĂ tra uomo e donna, complice anche un uso distorto dei social network, che alimenta certamente la difficoltĂ ad impegnarsi in un rapporto serio, maturo e duraturo, lâautrice contrappone, ribadendolo, il sentimento dellâappartenenza e del possesso a quello della protezione della âcosa propriaâ, di verghiana memoria. Lâautrice, superando dogmaticamente lâantica usanza di tirarsi i capelli tra donne, invita la rivale in amore a lasciar perdere il proprio amato: non âuottĂŹnniâ o âscoffaâ o ânon ti fari avviri chiuiâ, immagini e parole che dal punto allegorico avrebbero palesato il timore di un ritorno. Ma âabbolaâ, cioè letteralmente âvola via lontanoâ. La chiosa finale conclude lâunicitĂ di pensiero. Lâinsulto come sciabolata finale di un duello a livello semantico. âScupinaâ. Variante dialettale al femminile di âscopinoâ, piccola scopa, arnese destinato alla pulizia del gabinetto. Degno di pregio è lâuso consapevole della gerarchia dellâoffesa. Lâautrice vuole dire alla rivale: âTu non sei un cesso, tu sei qualcosa di peggiore del cesso, tu sei ciò che viene utilizzato per pulire il cesso dalle sue impuritĂ , tu sei addirittura peggio delle impuritĂ del cessoâ. E quel punto finale, in unâepoca in cui la punteggiatura è soppiantata dalle emoticon e dai puntini di sospensione buttati a sistiare. Quel punto diventa concetto. Ed il concetto è: non ho piĂš nulla da dire e tu, mia rivale, non puoi aver piĂš nulla da dire.â