Volume, please.
stupendo. mettete al massimo
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Cosimo Galluzzi

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@ottomuratti
Volume, please.
stupendo. mettete al massimo
Ma ci rendiamo conto com’è cambiata la percezione delle proteste in questo Paese?
Con i vari decreti sicurezza l'attuale governo ha introdotto o irrigidito sanzioni per comportamenti che fino a pochi decenni fa sarebbero stati considerati non soltanto legittimi, ma moderati: sedersi a terra durante un sit-in, bloccare temporaneamente una strada, rendere visibile il proprio dissenso attraverso forme di disobbedienza civile.
Provate a immaginare un operaio dell'autunno caldo, un bracciante delle grandi lotte contadine o uno studente del Sessantotto davanti a un gruppo di attivisti seduti sull'asfalto con le mani alzate. In molti casi avrebbero sorriso. In un Paese attraversato da scioperi spontanei, occupazioni di fabbriche, campi e università, picchetti, blocchi ferroviari e manifestazioni oceaniche, un sit-in seduti a terra con quattro cartelli e le mani alzate a moltissime persone non sarebbe sembrata nemmeno una protesta.
Ovviamente anche allora non tutto era permesso, e molte lotte subirono una repressione durissima. Il punto è un altro: si è progressivamente abbassata la soglia di ciò che viene considerato intollerabile.
Questo spostamento è il risultato di quarant'anni di resa ideologica, durante i quali il conflitto sociale è stato raccontato da (quasi) tutti come un crimine e non come un elemento fisiologico in una società con profonde disparità. Eppure la storia insegna che tutte le grandi conquiste sociali – dallo Statuto dei lavoratori ai diritti civili, dal suffragio universale alla tutela dell'ambiente – sono passate attraverso mobilitazioni che hanno inevitabilmente creato disagio, conflitto e messo in discussione l'ordine esistente.
Chi oggi si scandalizza per ogni protesta dovrebbe ricordarsi una cosa: il confine non si ferma mai. Oggi tocca a chi si siede sull'asfalto. Domani toccherà a chi organizza un corteo. Dopodomani persino una manifestazione silenziosa, di domenica pomeriggio, in periferia e priva di ogni obiettivo, potrà essere descritta come un disagio intollerabile.
E poi capirete che quelli che oggi criticate e volete sbattere in carcere avevano ragione.
Dylan Hausthor
Noia e caldo
Certi uomini verranno lasciati e andranno a pomparsi in palestra pensando che il loro problema sia l'aspetto fisico quando a 30 anni hanno ancora l'intelligenza emotiva di un sanpietrino ❤️
Meglio in galera che al concerto di Ultimo.
Miles Really Glorious
Cento anni fa, il 26 Maggio 1926, nasceva ad Alton, Illinois, questo signore, Miles Dewey Davis III.
Un signore che ha lasciato segni indelebili nella cultura del '900. Rivoluzionario, scontroso, carismatico, antipatico, oscuro, provocatore. Un leader incomparabile, un musicista astuto e, cosa rarissima, attento ai suoi limiti tecnici ma capace di farne un vanto.
Quando nel 1987 Miles Davis fu invitato a una cena di gala nella Casa Bianca dal Presidente Ronald Reagan per premiare il grande Ray Charles non poteva dire no e si ritrovò seduto accanto alla moglie di un politico che, secondo il racconto che potete leggere nell’autobiografia del musicista, ha cominciato a chiedergli con insistenza dello stato del jazz americano.
«Il jazz qui è ignorato perché non è dei bianchi, che vogliono possedere tutto», disse Davis. La donna, irritata, rincarò la dose: «E lei che cosa ha fatto di così importante nella sua vita?». «Beh, io ho cambiato la storia della musica cinque o sei volte», rispose il trombettista. E aveva ragione.
Pur essendo figlio di borghesi (il padre famoso dentista, la madre insegnante) amava dire che suonava il blues anche se non aveva sofferto. E la Questione Razziale per lui era pura questione di consapevolezza.
Lo celebrerò a suo tempo nelle Storie Di Musica, ma nel frattempo auguri a Miles
So bene cosa ho dato alla musica, ma non chiamatemi leggenda. Chiamatemi Miles Davis
by vaclav wenig
_ © Paulien Huizinga
by aganetha dyck