C’è stato un momento, anni fa, in cui ho creduto che tra me e te ci fosse un filo tanto resistente da non poter essere spezzato neppure dalle barriere del tempo e dello spazio.
Vivevamo in un luna park, un perpetuo salire e scendere dall’ennesima montagna russa: fasi di quiete e divertimento alternate a rabbia e paura di cadere; eppure continuavamo ad acquistare un altro biglietto, anche dopo non troppo brevi pause di riflessione.
In tutto quel girovagare, mai avevo smesso di aspettarti sotto la prossima attrazione, consapevole che t’avrei sempre conservato un posto e lo stesso tu con me.
“È così che funziona tra noi, ci lega il titanio” mi dicevo, anche quando non ti vedevo arrivare, anche quando la stanchezza mi impediva di raggiungerti.
C’è stato poi un altro momento, poco tempo fa, in cui ho capito che gli esseri umani non sono legati per niente: nessun metallo, nessun filo, neppure del misero spago intrecciato. Solo mani che si stringono o scelgono di aprirsi.
È stato all’ora che non ti ho aspettato più e ho deciso di tornare a casa.
Tu non sei mai arrivato e io non sono più tornata indietro.