LUCEAT LUX VESTRA | CAPITOLO CINQUE
Autrice: Leysa Byrne Fandom: Supernatural Genere: Sovrannaturale, Azione, Sentimentale, Angst, Smut Pairing: F/M Rating: Giallo (T) ma potrebbe variare nel corso della storia Personaggi: Sam Winchester, Dean Winchester, Arcangelo Gabriele, Nuovo Personaggio Femminile Note: Linguaggio scurrile, violenza Avvertimenti: Nel corso dei capitoli saranno descritte cacce violente e probabilmente anche scene di sesso
CAPITOLO CINQUE Sciunt te hic esse
Wonder if I'll see my home again Will it be dry tomorrow? Ashes to ashes, the rain's turning colder Finding tomorrow, the ashes, the rain and I
[Ashes, the Rain and I - James Gang]
Presente, 19 Novembre 2009 Bobby rimase sorpreso dalla tempestività con cui erano voluti ripartire, ma d’altronde non erano soliti stare per lunghissimi periodi con lui. Non si oppose e li lasciò andare augurando loro buon viaggio e lasciando tenere a Deborah il libro che aveva trovato: almeno per il tempo utile ad imparare a memoria il rituale.
Gli animi erano stranamente rilassati anche dopo la lite sfiorata la notte precedente. Deborah, dal canto suo, aveva totalmente scaricato la sua rabbia e si sentiva molto meglio.
«Sei sicura che vuoi tornare lì dentro?» chiese Sam, dopo averle lasciato spiegare il suo piano: Sam e Dean avrebbero svolto la loro solita indagine, dato che erano più esperti ed avevano anche accennato al fatto di aver trovato un evento sovrannaturale proprio in quel periodo proprio in quel luogo; lei e Gabriele, invece, si sarebbero intrufolati nella clinica.
«È la soluzione migliore: voi due sapete come indagare e Gabriele come materializzarsi là dentro, se facessimo in altro modo risulteremmo molto più lenti. E forse anche molto più morti.»
Sam annuì e aprì il portatile, mentre Dean guidava impassibile ma attento alla conversazione.
«Adesso vuoi sapere cosa abbiamo trovato?»
«Sì»
«Okay, allora» si schiarì la voce e iniziò leggendo ciò che c’era sullo schermo «Il 23 Febbraio 2007 durante le prime ore del mattino è stata vista una forte esplosione di luce verso il limite Ovest della Nautahala National Forest, seguita da un boato ed un leggero terremoto. È l’unica cosa successa in quelle due settimane in quella zona del Tennessee, ma c’è una cosa che non quadra.»
Sam spiegò sulla tastiera una piccola cartina dello Stato verso il quale si stavano dirigendo e indicò due punti che aveva segnato in rosso quella notte.
«Il punto da dove proveniva questa grande luce fa parte della contea di Polk, mentre Etowah è nella contea di McMinn: più a nord. Non credo che tu abbia camminato per tre o quattro ore prima di trovare qualcuno, ci hai detto più di una volta che hai trovato quella donna solo dopo un paio di chilometri al massimo, giusto?»
Deborah annuì ascoltandolo e prendendo la mappa tra le mani. Scrutò per qualche secondo i due punti e le zone circostanti per cercare di immaginare che strada avesse potuto percorrere, ma ovviamente era tutto totalmente inutile. I suoi ricordi di quel momento erano buoni, ma quando si era svegliata non aveva di certo pensato verso quale direzione si stesse dirigendo. Nord, sud, ovest, est: non c’era stata alcuna differenza per una ragazza spaventata come lei.
«La mia, la nostra teoria è che chiunque ti abbia presa e portata ad Etowah sapeva cosa stava facendo. Non è stato solo un caso, ti stavano cercando.»
Lei guardò Sam con aria interrogativa «Perciò cosa avete intenzione di fare?»
«Iniziamo a chiedere informazioni agli sceriffi che erano di guardia quella notte e quella mattina e vediamo cosa scopriamo. Magari avevano anche delle telecamere sulla strada, non lo so...»
Sam riprese la mappa e la ripiegò mentre Deborah si lasciò cadere con la schiena contro il sedile. Sarebbe stato un viaggio molto lungo, avevano un po’ più di dodici ore davanti a loro, il che significava che, in ogni caso, avrebbero iniziato le indagini solo il giorno dopo perché sarebbero arrivati che già il sole era scomparso dietro l’orizzonte.
«Deborah, posso chiederti una cosa?» la voce di Dean arrivò grave e profonda fino al sedile posteriore.
«Dean, se è per ieri sera-»
«No, no, dimenticalo. Voglio solo chiederti una cosa senza che nessuno dei due si incazzi» il Winchester era calmo e controllato, niente a che vedere con il suo comportamento negli ultimi giorni. Deborah sperava che il cambiamento di atteggiamento fosse dettato dal fatto che ciò che gli aveva detto l’avesse fatto riflettere.
«Allora dimmi»
«Perché ti fidi del trickster?»
Era… una bella domanda, pensò Deborah, ma nascondeva altro. Sentì nel tono di Dean qualcosa di non detto, come se la vera domanda volesse essere: “Perché ti fidi più di lui che di noi?”
Si prese un attimo per pensare alla risposta, perché in realtà non ne aveva una soddisfacente. Era come chiedere ad un bambino delle elementari perché si fidava della propria insegnante. La vita di Deborah era ancora piena di dubbi e lacune, e qualsiasi figura le desse una minima speranza di colmarle e spiegarle cosa stesse accadendo o cosa fosse accaduto era una figura a cui lei si aggrappava. La sua perdita di memoria non si limitava alla sua famiglia e la sua identità: era quasi totalmente ignorante in qualsiasi materia. Camminare, parlare, scrivere, leggere erano tutte cose che non aveva perso, ma a parte questo erano poche le cose che sapeva. Non aveva idea di chi fossero stati i Presidenti degli Stati Uniti prima di quello attuale, non conosceva avvenimenti storici mondiali quasi di nessun genere se non quei pochi incontrati grazie alle ricerche per qualche caso o sporadici programmi televisivi notturni con i quali cercava di conciliare il sonno. Tutte le altre informazioni di base le acquisiva allo stesso modo, e in due anni e mezzo aveva fatto un ottimo lavoro, ma la sua conoscenza era piena di falle che lei percepiva quando non capiva appieno i discorsi della gente.
La sua mente era nuova, completamente trascrivibile come quella di un bambino. Ma mentre tutte le nozioni sul mondo poteva trovarle nei libri e sul computer di Sam, il proprio io era qualcosa che non poteva ritrovare da nessuna parte. Era perduto, forse ancora dentro di lei, ma fino a quel momento lo aveva creduto perduto per sempre. Inutili erano stati i tentativi di far riemergere anche solo un frammento della sua vita. Aveva imparato a conviverci, ma con il persistente pensiero del confronto con una sé stessa che nessuno conosceva. Inconsciamente, ma non del tutto, Deborah aveva visto nell’Arcangelo Gabriele l’unica persona che la conosceva e che poteva aiutarla ad avere indietro la sua vita esattamente com’era.
«Perché ne ho bisogno, Dean. Non mi basta rifarmi un’identità, io rivoglio la mia indietro.» si fermò qualche secondo prima di continuare, e intanto incrociò lo sguardo di Dean attraverso lo specchietto.
«Potresti dire “ma come fa a mancarti una cosa che non conosci?” be’, questo non lo so, ma sento il vuoto, e girarci intorno non lo riempie. Per quanto io mi sforzi di ficcarci delle cose dentro, la vita che sto costruendo rimane sul bordo.»
«Deborah, noi ci saremo sempre per te, ricordatelo, qualsiasi cosa accada. Anche se avrai sbagliato a giudicare. L’importante, però, è che tu sia assolutamente sicura di questa cosa.»
«Lo sono.»
«Al cento percento?»
«Al cento percento.»
«E allora, piccola, oggi dovremo correre!»
Dean diede due pacche sul volante e accelerò sulla strada vuota davanti a loro. «Non ci sono stanze comunicanti» li informò la donna bionda al bancone con la voce rauca, dopo che ebbe controllato al computer la disponibilità.
«Va bene, allora una doppia e una singola per lo meno vicine?» insistette Dean.
«Sì, quelle sì»
«Perfetto, prendiamo quelle» Sam fece strisciare sul bancone i documenti falsi e non appena ebbero ricevuto le chiavi si diressero verso le loro stanze. Deborah li seguì silenziosa, era stanca dopo tutte quelle ore in macchina e non vedeva l’ora di distendersi sul proprio letto. Certo, uscire e sgranchirsi le gambe, magari andare in un bar a bere qualcosa con Sam e Dean le avrebbe fatto piacere, era da tanto che non facevano una cosa del genere, ma sapeva che la giornata seguente sarebbe stata molto lunga e non lo propose nemmeno.
«Okay, allora, pronto?» disse Dean non appena si trovarono davanti alle due porte, e posizionò il pugno chiuso sul palmo dell’altra mano.
Deborah guardò i due con sguardo interrogativo mentre battevano i pugni. Il fratello maggiore, incredulo, dopo due colpi strinse la mano attorno a quella ancora chiusa del fratello.
«Wow! Non me l’aspettavo. Okay, Sam, tu dormi nell’altra stanza, io sto con Deborah.»
«Ma-» si affrettò lei: non era necessario, poteva dormire da sola, era successo altre volte e per lei non era un problema.
«Ah no, non voglio correre rischi, siamo troppo vicini. Se qualcosa o qualcuno ti vuole e per uno sfortunato caso hanno scoperto che siamo qui, non ti lascio stare da sola.»
Dean era fermo sulla sua decisione e lei non avrebbe osato contraddirlo. In fondo, aveva anche ragione. Per di più, non aveva nemmeno la forza di discutere. Lo guardò consegnare l’altra chiave a Sam e tutti e tre si diedero la buonanotte.
La stanza non era così male, in quel tempo trascorso con i Winchester aveva visto molto di peggio. Le pareti erano scure, le lampade luminose, e non c’erano né strani odori né arredi inquietanti: perciò Deborah si sentiva in un albergo a 4 stelle. Dean posò il proprio borsone sul letto più vicino alla porta e tirò fuori i vestiti che usava come pigiama.
«Dean, cos’era quel...» mimò la mossa che i fratelli avevano fatto prima, battendo un pugno sull’altra mano.
«Ah, quello? Si chiama morra cinese. Il pugno è sasso, la mano aperta è carta e due dita sono le forbici» fece tutte e tre le mosse mentre glielo spiegava «Il sasso batte le forbici, le forbici battono la carta e la carta batte il sasso.»
«Perché la carta dovrebbe battere il sasso?»
Dean sorrise come non aveva mai sorriso in vita sua «È quello che mi chiedo da una vita!»
Entrambi risero, Deborah più che altro per il tono della risposta di Dean, e iniziarono a sistemarsi per andare a dormire. Lui si tolse la maglietta e se ne mise una pulita per la notte: quella che aveva indossato durante la giornata era piena di sudore, e per fortuna di Sam non si trovavano nella stessa stanza, altrimenti gliel’avrebbe lanciata in faccia per dispetto. Nel frattempo, Deborah cercava la sua spazzola e il suo spazzolino dentro la propria borsa. Appena li ebbe trovati andò in bagno, ma con sua spiacevole sorpresa scoprì che, tra tutte le cose che rendevano quel motel quasi piacevole, la porta era rotta e non si chiudeva.
«Dean, la porta è rotta.»
Lui alzò lo sguardo dal laccetto dei pantaloni del pigiama che stava annodando «Ah… va bene, faccio da guardia. È così che fate voi donne, no? Quando andate in bagno a flotta a scuola.»
«Scemo» rise Deborah, ma un po’ forzatamente. In realtà non aveva capito il riferimento, dato che non ricordava nemmeno di essere mai andata a scuola. La notte trascorse tranquillamente, per fortuna, e tutti e tre riuscirono a dormire serenamente. Le preoccupazioni della sera precedente sembravano essere state inutili, ma erano comunque sempre sull’attenti, pronti a combattere qualsiasi cosa. Presero con loro tutto ciò che pensavano potesse servire e non lasciarono niente in motel per non rischiare di essere seguiti.
«Vuoi anche disinfettare la doccia e bruciare le lenzuola?» chiese sarcastica Deborah, mentre Dean si assicurava di non aver tralasciato nulla.
«Magari un mostro dal fiuto straordinario ci potrebbe seguire.»
«Forza, esci che è tardi!» lo spinse fuori dalla porta Deborah, ridendo: ogni tanto la sua premura la divertiva davvero, perché tanto in un modo o nell’altro tutte le strade che percorrevano li portavano inevitabilmente a qualche scontro e un bel po’ di lividi.
Il cielo era coperto quella mattina, e sembrava minacciare pioggia. Mentre Dean bussava alla porta di Sam per svegliarlo e fargli sapere che erano pronti, Deborah guardava in su. Pensava a dove potesse essere l’arcangelo in quel momento. Gabriele. Ogni tanto si dimenticava di pensare a lui con il suo nome perché in certi momenti, nonostante tutto, lo sentiva distante anni luce. In certi momenti, quando si soffermava sul fatto che fosse un arcangelo, non riusciva ad afferrare perfettamente l’idea che si stava facendo di lui, come se le mancassero i pezzi centrali di un puzzle di cui già si poteva intuire il soggetto ma non si riusciva a distinguerlo nettamente. In certi momenti, poi, si ricordava di essere un angelo, che gli stessi pezzi mancavano dal puzzle che aveva di sé stessa, ma che lui era stato quello che aveva fatto sì che tutti gli altri trovassero l’incastro perfetto, e la distanza si riduceva.
Un movimento veloce che catturò con la coda dell’occhio fece tornare Deborah alla realtà.
«Buongiorno!» Sam sbucò direttamente da dietro i grandi cespugli che delimitavano il parcheggio.
Dean smise di bussare e si voltò «Ancora con la corsa mattutina?»
«Fa bene, Dean! Ti sveglia, ti rende attivo» rispose mentre si avvicinava alla porta della camera.
«Sì, va bene, metti la tua attività da un’altra parte, Sam. Adesso dobbiamo andare, e prima io devo prendere due caffè.»
Sam alzò gli occhi al cielo, entrò nella stanza, e ne uscì pochi minuti dopo con le sue cose.
I due fratelli si diressero istintivamente giù dai gradini e subito verso la macchina, ma la voce di Deborah li fermò.
«Ragazzi, io dovrei...» si schiarì la voce, per richiamare la loro attenzione «Dovrei chiamare Gabriele.»
Ah, adesso lo chiama per nome? Fantastico fu il pensiero non espresso di Dean.
«Certo, giusto… è una cosa intima tu e lui, lui e tu?» il sarcasmo del Winchester veniva fuori da ogni sillaba, ma questa volta si sentiva che il suo tono era molto più giocoso rispetto agli ultimi giorni.
Deborah non sapeva cosa rispondere, non sapeva se ridere o guardarlo con espressione interrogativa, e desiderò soltanto che l’arcangelo arrivasse proprio in quel momento senza che dovesse davvero chiamarlo. All’improvviso, Deborah sentì un forte battito d’ali proprio dietro le sue spalle e si voltò di scatto, mentre i Winchester avevano un piccolo sussulto.
«Ma… non ti ho pregato!»
«Hai sperato che arrivassi senza che dovessi farlo, quindi tecnicamente lo hai fatto» disse rivolto a lei, poi posò il proprio sguardo sui Winchester «Vi ho spaventato?»
Dean alzò gli occhi al cielo e Sam prese la conversazione in mano per evitare qualsiasi tipo di scontro, anche se era perfettamente consapevole che il fratello non avrebbe punzecchiato più di tanto l’arcangelo: lo aveva praticamente promesso a Deborah.
«Se ci siamo tutti penso che sia ora di iniziare, tu che ne dici?»
Deborah annuì facendo rimbalzare lo sguardo da un fratello all’altro «Sì! Andate pure, io adesso spiego a Gabriele cosa dobbiamo fare noi. Teniamoci in contatto, per qualsiasi evenienza, intesi?»
«Agli ordini» Dean fece cenno del saluto militare ed insieme a suo fratello salì in macchina e si allontanò dal motel.
Deborah si voltò verso Gabriele e lo guardò per qualche istante. Le aveva dato una strana sensazione sentirlo apparire in quel modo dietro di lei, e si chiedeva se per caso sentisse indistintamente tutti i pensieri rivolti a lui. Quella possibilità la fece sentire calda in volto e sperò di non essere anche arrossita. C’erano ragionamenti troppo profondi che lei non esternava per un motivo, e sarebbe stato alquanto imbarazzante sapere che lui ne era a conoscenza, per non parlare del fatto che pensava che l’avrebbe potuta prendere per pazza.
«Quindi, cosa dobbiamo fare?» chiese Gabriele, visibilmente impaziente di entrare in azione. Aveva tanti motivi che lo spingevano ad avere così tanta fretta.
«Sam e Dean hanno scoperto dov’è avvenuto l’incidente perciò stanno indagando in quella direzione. Non è successo ad Etowah, dove sono stata rinchiusa, ma nella contea vicino, quindi dovrebbe essere più facile per loro ottenere informazioni. Nessuno li ha mai visti da quelle parti. Noi dobbiamo riuscire ad entrare negli archivi della polizia e dell’ospedale, intanto.»
suoi poteri avrebbero reso il tutto un gioco da ragazzi, Deborah ne era convinta, ma c’era sempre qualcosa che poteva andare storto, per questo non si azzardava a trarre conclusioni o abbassare la guardia. Dovevano sviluppare un piano solido, e dall’espressione che aveva assunto Gabriele mentre lei con calma spiegava quelle cose aveva già capito che aveva qualcosa in mente.
«Tu ti fidi di me?» chiese l’arcangelo.
«Non ti avrei chiamato» rispose semplicemente lei. Non voleva essere così sfrontata da chiedergli fino a dove potevano spingersi i suoi poteri, pertanto per quel che riguardava come entrare in possesso delle informazioni che cercavano, si affidava completamente a lui. Tra l’altro, prima della perdita di memoria loro due si conoscevano, e non le andava di chiedere cose che avrebbe dovuto sapere. La faceva sentire un po’ in imbarazzo.
«Pronta?»
Deborah annuì, impaziente ma anche molto spaventata. Allora Gabriele le posò una mano sulla spalla. Apparvero ad Etowah, e dall’altro lato della strada c’era la stazione di polizia. Non era cambiato assolutamente nulla dall’ultima volta che Deborah era stata lì con i Winchester: nessun edificio nuovo, la solita desolazione, le solite poche macchine che percorrevano le strade. C’era anche lo stesso cielo grigio che avevano lasciato al motel, anzi, proprio lì era ancora più nuvoloso.
Deborah si sentì spaesata per i primi secondi, la testa le girava vorticosamente, e se non fosse stato per l’arcangelo che la sorreggeva probabilmente sarebbe anche caduta a terra. Appena il mondo intorno a lei smise di muoversi, però, si rese conto che c’era qualcosa di diverso.
«Cosa sarebbe questo?» indicò i propri vestiti con aria confusa.
Gabriele rise di gusto mentre la guardava.
«Ti donano, davvero.»
«Cos’hai intenzione di fare?» doveva ricordarsi di tenere a mente che in fondo lui era anche un trickster, e la sorpresa era sempre dietro l’angolo.
«Okay, ascolta: potremmo semplicemente materializzarci là dentro, dove tengono gli archivi, senza che loro se ne accorgano, ma potrebbero sempre scoprirci da un momento all’altro. Non vogliamo correre rischi, no?» Gabriele fece un sorriso a trentadue denti sperando di convincerla: aveva detto che si fidava! L’avrebbe usato contro di lei. Si stava lentamente abituando ad averla intorno di nuovo e la maniera migliore per cercare di aiutarla era essere sé stesso. O almeno, sperava che lo fosse.
«Quindi ci fingiamo poliziotti.»
«Reggi il gioco» aveva un’espressione implorante.
Anche Deborah a quel punto rise, mentre si accingeva ad attraversare la strada «Va bene, va bene, ci sto Gabriele. Spero sarà divertente perché al momento l’ansia di essere qui non sta aiutando.»
«Non devi preoccuparti.»
Gabriele era diverso. Non si comportava come se l’unico scopo di quello che stava facendo fosse divertirsi a spese degli altri. D’altronde come avrebbe potuto? Non era di certo con i Winchester o con una di quelle vittime che prendeva di mira. Il suo piano cercava di essere divertente perché era un tentativo di alleggerire la situazione, e questo Deborah l’aveva notato, ma nelle sue azioni c’era sempre la stessa premura dei giorni precedenti. L’arcangelo aveva indossato una mezza maschera: non voleva far trasparire la preoccupazione nei confronti di ciò che sarebbe potuto accadere a Deborah, e sicuramente non voleva dare motivo a lei di dubitare della sua protezione; allo stesso tempo, però, dissimulava ciò che sentiva davvero con nient’altro che un’altra parte di sé stesso.
«E se mi riconoscono?» chiese Deborah camminando.
«Non sai gli umani quanto spesso dimentichino una faccia conosciuta, soprattutto se la vedono in altri abiti. Piuttosto, non è che conosci ancora la lingua dei segni, vero?»
Deborah corrugò le sopracciglia «Ti ricordi ancora che ho perso la memoria, giusto?»
Gabriele fece spallucce e le lanciò uno sguardo fugace, quasi con la coda dell’occhio «Lo so, ma cercavo di farti ricordare qualcosa. Così, come nei film: uno dice qualcosa e l’altro ricorda tutto. Lì funziona, ci ho provato» c’era sempre una lieve amarezza nella sua voce quando diceva cose del genere, ma per fortuna era bravo a coprirla con dei sorrisi. Deborah lo guardò, rimanendo mezzo passo indietro: gli dispiaceva davvero tantissimo aver visto quell’ingenuo tentativo andare in fumo, ma almeno ci aveva provato, e questo la rallegrò. I due entrarono nella stazione di polizia e senza troppi giri di parole mostrarono i distintivi e chiesero di poter vedere gli archivi a causa di un vecchio caso che stava dando problemi alla città vicina da cui venivano. In realtà Deborah non sapeva nemmeno da dove venissero, ma sembrava che Gabriele fosse uno molto persuasivo e aveva avuto anche ragione sul fatto che non l’avrebbero riconosciuta.
Pochi minuti dopo si ritrovarono in un piccolo magazzino buio e polveroso. Gli scaffali in metallo arrivavano fino al tetto, ed alcuni di quelli al centro della stanza, che cercavano di dividere l’ambiente già angusto in più corsie, erano in equilibrio precario semplicemente appoggiati l’uno contro l’altro. L’agente che li aveva accompagnati gli aveva spiegato che era tutto diviso per anno e mese, ma che alcuni casi particolari erano stipati tutti assieme in fondo alla stanza. Dopo che lo ebbero ringraziato, Deborah e Gabriele rimasero soli là dentro, con la sola compagnia della polvere e qualche lampadina penzolante dal soffitto.
«Accogliente, carino… ci vivrei» disse sarcastica Deborah, guardandosi intorno.
Gabriele accennò una risata e iniziò a scrutare le etichette. C’era poco spazio per muoversi in due, perciò dovevano camminare necessariamente in fila indiana per non rimanere incastrati.
«Lì» l’arcangelo indicò un punto alla sua destra e Deborah, che era qualche passo più avanti, lo raggiunse. Aveva visto l’anno scritto su un grosso scatolone marrone qualche metro sopra di loro. Poco più sotto c’era un intero scaffale dedicato al mese in cui era successo l’incidente.
«Mi sa che è meglio se ci diamo da fare.»
Deborah si legò i capelli con un elastico che portava sempre al polso e si tirò su le maniche. La polvere che veniva fuori mentre spostavano le scatole e i singoli fogli di carta era davvero eccessiva. Uno, due, tre grandi scatole piene soltanto di furti minori, due casi di suicidio e poco altro di rilevante: la ricerca sembrava essere destinata a durare a lungo.
«Allora… cos’è questa storia della lingua dei segni?» chiese Deborah mentre esaminava velocemente una pila di documenti che sembravano inerenti al trasferimento di un agente, perciò nulla che potesse interessarle, ma non si sapeva mai.
«Cosa? No, niente, davvero...» Gabriele alzò lo sguardo dalla propria scatola e indugiò con lo sguardo per qualche secondo più del solito. Avrebbe voluto raccontarle tutto, anche le cose più stupide, ma non poteva; avrebbe significato alterare le sue memorie, addirittura costruirgliele lui, e non voleva.
«Dai, raccontami qualcosa.»
L’arcangelo posò l’ennesimo blocco di fogli e ne prese un altro.
«È una cosa davvero stupida, credimi.» Non riusciva a dirle di no. «Abbiamo già fatto tutto questo. Intendo intrufolarci in archivi privati. Certe cose le scopri solo in questo modo, non puoi andare a destra e a manca a friggere le menti delle persone! E un giorno tu hai avuto l’idea di… be’, hai detto che non potevano negare informazioni ad una ragazza sorda che aveva da poco iniziato il lavoro» accennò una risata ricordando quell’episodio in particolare. C’era qualcosa di leggermente sbagliato nel trarre vantaggio da una cosa del genere, ma almeno non avevano fatto del male a nessuno.
«Davvero l’ho detto? Mi sono approfittata di una cosa del genere?» la sua domanda non era posta con disprezzo, piuttosto rivedeva lo stesso ragionamento dietro tanti dei ruoli che aveva interpretato durante le cacce con i Winchester. Era incredibile.
«Proprio così… comunque qui non c’è nulla.» posò l’ultimo scatolo dello scaffale e iniziò di nuovo a guardarsi intorno. Non era solo un modo di tentare di deviare il discorso, ma aveva effettivamente finito tutto ciò che c’era sul mese di febbraio.
«Nemmeno qui» Deborah sbuffò e posò di nuovo tutto. Avrebbe voluto continuare quella conversazione con Gabriele, ma era più importante concentrarsi in quel momento, così lasciò che cadesse naturalmente nel dimenticatoio. Dopotutto sapeva che anche se gli avesse chiesto dove avesse imparato quella lingua sarebbe stato molto più restio a rispondere.
«Scusami» Gabriele chiese permesso e scivolò tra un’altra parete di documenti ed il corpo di Deborah: quello spazio era così angusto che non poterono far altro che toccarsi.
«John Doe.»
Si chinarono entrambi su un piccolo scatolo di cartone con un pezzo di nastro adesivo fissato e scarabocchiato come se fosse un’etichetta che ne indicava il contenuto. Lo svuotarono velocemente ed iniziarono a scorrere gli occhi tra le righe. La penombra ed il fatto che erano chiusi lì dentro da ore rendeva il lavoro ancora più faticoso, almeno per Deborah che iniziava ad accusare un po’ di difficoltà a vedere.
«Trovato! La data coincide con quella che hanno trovato Sam e Dean: 23 febbraio 2007.»
«Bingo!»
«Ma non c’è scritto praticamente nulla.»
«Come?» Gabriele le strappò il foglio di mano e lesse. Poco e nulla, in effetti quel foglio era totalmente inutile. Data di ritrovamento, nessun nome, nessuna informazione di nessun tipo tranne il cenno all’ospedale al quale era stata portata.
«Ma io mi ricordo che mi hanno fatto un sacco di domande! Io non ho risposto, ma mi hanno sommersa!» Deborah iniziò a cercare freneticamente altri fogli ma erano tutti appartenenti a casi differenti «Niente, non c’è niente.»
Presa dallo sconforto si sedette su un piccolo sgabello là vicino e abbassò lo sguardo, cercando di pensare ad una soluzione veloce. Avrebbe voluto arrivare alla clinica preparata, con qualcosa tra le mani, ed invece i vicoli ciechi continuavano a sbarrarle la strada da ogni lato.
L’arcangelo le poggiò una mano sulla spalla per consolarla. Voleva risposte anche lui, e la situazione lo scoraggiava, ma sapeva che prima o poi ne sarebbero venuti a capo. Purtroppo, era anche convinto che ciò avrebbe implicato tornare nell’unico posto in cui Deborah non voleva mettere piede.
«Ascolta, facciamo una pausa, siamo qui dentro da ore ormai. Dobbiamo pensare.»
«Sai anche tu che non dobbiamo pensare e dobbiamo solo andare alla clinica.» Uscirono dalla stazione di polizia con la fotocopia di quell’unico documento in mano e si allontanarono il più velocemente possibile, per addentrarsi nel centro della città. Il cielo era sempre grigio.
«Vuoi mangiare?» Gabriele si quasi dimenticava costantemente che era umana e che aveva ancora bisogno di certe cose per affrontare le giornate.
«In realtà un po’ sì, l’ora di pranzo è anche passata da un pezzo» lo stress unito alla stanchezza di quella mattina le facevano tremare le gambe, e in più era convinta che anche l’essersi spostata grazie ai poteri di Gabriele l’avesse un po’ indebolita. Non era solita lamentarsi per la fame, perciò un motivo per il suo stomaco che brontolava doveva esserci.
Entrarono in un piccolo locale di una via secondaria, e sempre per mantenere un profilo basso, Gabriele aveva fatto tornare i loro vestiti normali con uno schiocco di dita. Ovviamente al riparo da ogni sguardo. Mentre Deborah mangiava – lui non ne aveva né bisogno né voglia – un silenzio tetro cadde tra i due. Non che non avessero nulla da dirsi, ma erano entrambi troppo presi dal pensare a quale potesse essere la prossima mossa se non quella più ovvia.
Ad un tratto il cellulare di lei squillò e sullo schermo apparve il nome di Sam.
«Pronto?» rispose dopo aver finito il boccone.
«Ehi Deborah, ascolta, noi siamo riusciti a rintracciare chi c’era di guardia quella notte e a vedere i nastri delle telecamere. Abbiamo anche trovato il nome della donna che ti ha trovata, si chiama Melany Brant, ti dice qualcosa?»
«No. Avete avuto più fortuna di noi. Non abbiamo trovato praticamente niente dalla polizia.»
Mentre Sam continuava a parlare, Deborah mosse le labbra dicendo il nome della donna a Gabriele, il quale però scosse la testa per farle capire che non aveva idea di chi fosse.
«No, ci hanno fatti passare ma nel documento che abbiamo trovato non c’è nulla, letteralmente.»
«Va bene. Uhm, ascolta, noi andiamo da lei adesso ma ci vorrà un po’ perché l’indirizzo non è vicino. Facci sapere se hai bisogno di aiuto lì.»
«Non vi preoccupate, a dopo.»
Chiusero la chiamata e Deborah posò il cellulare sospirando e volgendo lo sguardo fuori dalla vetrata.
«La persona che hanno trovato non è menzionata nemmeno lì. È chiaro come il sole che sta dietro a tutta questa storia, che è collegata con la clinica e che all’ospedale non troveremo nulla.»
Gabriele poggiò una mano su quella di lei, e questo la fece voltare.
«Te l’ho già detto. Non ci devi tornare sola, non possono farti nulla, questa volta ci sono io.» la guardò negli occhi cercando di capire se si fidava di lui, se la sua promessa non era percepita come vana.
Deborah in quel momento si sentì in colpa. Nello sguardo dell’Arcangelo intravide qualcosa, qualcosa di importante che lo faceva sembrare carico di un sentimento che ancora lei non riusciva a definire. Era legato a quello che erano prima di tutta la storia della perdita della memoria, ed era sicura che non fosse simile a nulla di quello che provava lei al momento. Non era gratitudine, non era fiducia.
«Gabriele… io sono contenta che tu sei qui, che mi stai aiutando, che finalmente sto riuscendo a capire qualcosa. Tutto questo è grazie a te, te lo devo e non posso negarlo, ma per quanto mi fidi e veda che hai le migliori intenzioni io non...»
“Io non capisco a fondo quanto valore possano avere le tue promesse”? Sì, era proprio quello che voleva dire, ma sperava che lui lo capisse da solo senza che lei dovesse dire quelle esatte parole.
Gabriele ritrasse lentamente la mano, un po’ triste, ma comprensivo.
«No, certo, lo capisco, è normale, non mi conosci ancora» il fatto che avesse avuto il coraggio di dirglielo e non avesse semplicemente risposto con una frase di circostanza da un lato gli faceva piacere. Nonostante questo, gli lasciava un vuoto tremendo vederla comportarsi come lui l’aveva sempre vista comportarsi con il piccolo particolare che non ricordava nulla di quello che avevano passato.
Deborah spinse leggermente il piatto di lato, non aveva finito tutto ma era già piena, e dopo aver visto l’orario all’orologio attaccato alla parete sopra la cassa decise che era ormai ora di andare. Con un cenno verso la cameriera chiese il conto, e dopo aver pagato entrambi lasciarono quel posto.
Il sole iniziava a calare sulla piccola città, ma le strade erano più vive del solito. I ragazzi iniziavano ad incontrarsi agli angoli delle strade, il cinema iniziava a riempirsi per gli spettacoli serali. Non potevano più aspettare.
«Ti dispiace se ci arriviamo camminando?»
Gabriele acconsentì ed iniziarono a camminare. In silenzio, non c’erano parole che potevano riempire quel tragitto. Arrivarono vicini alla loro meta che ormai erano le 6 passate ed il sole era ormai tramontato. un piccolo boschetto inghiottiva quella struttura che a guardarla da fuori non sembrava nemmeno tanto minacciosa. Non era grande ma era imponente nella sua altezza. Le pareti erano bianche, le finestre tutte rigorosamente sistemate lungo tre file sopra al grandissimo portone e poi tutte intorno all’edificio.
«Entriamo e vediamo che cos’hanno su di te. Vediamo cosa fanno, scopriamo tutto quello che possiamo e sapremo come agire» disse Gabriele mentre scrutava il piazzale antistante illuminato da qualche lampione.
«No, Gabriele io… non ce la faccio, non posso tornare là dentro. Non ce la faccio.»
Deborah era paralizzata dalla paura, tremare era l’unica cosa che riusciva a fare, mentre la bocca dello stomaco le si chiudeva e le veniva da vomitare. Non riusciva nemmeno a guardare da fuori quel posto. Le notti insonni, l’isolamento, tutto le tornava in mente. Chiuse forte gli occhi.
L’arcangelo si voltò di scatto alle sue parole e la prese per le spalle, delicatamente.
«Non devi, Deborah, non devi, ma è l’unico modo che abbiamo per capire qualcosa. Tu non vuoi recuperare la tua memoria? Non vuoi scoprire cosa è successo?»
Deborah annuì guardandolo nella penombra. Pensò che avesse dannatamente ragione, doveva farsi forza e doveva solo ripetersi che ciò che era accaduto non poteva succedere di nuovo.
«Bene, perché lo voglio anche io. Non ce la faccio a vederti così, va bene? E voglio capire chi è il figlio di puttana che ha fatto tutto questo.»
Questa volta la rabbia nella voce dell’arcangelo era palese. Non era riuscito a proteggerla una volta, qualsiasi cosa fosse successo, adesso aveva il dovere di fare tutto ciò che era nelle sue possibilità. Almeno questo era quello che pensava lui, e gli sarebbe bastato per muovere mari e monti pur di venirne a capo.
«Va bene» si mise le mani sul volto e prese qualche respiro profondo: non voleva rischiare di dover tornare il giorno dopo, o entravano in azione in quel momento o non ci sarebbe riuscita mai più «Portaci là dentro.» Gabriele la sfiorò ed in un battito di ciglia i due si trovarono all’interno della clinica. Deborah riconobbe subito il corridoio del piano terra e iniziò a fare strada verso quella che lei ricordava essere una porta che portava alle scale. Lì non c’era nulla, ne era piuttosto sicura.
“Se mi hanno dato quelle pillole sanno che sono un angelo, se sanno che sono un angelo tutto quello che possono avere su di me non sarà sicuramente in posti troppo raggiungibili” pensò lei.
I corridoi sembravano deserti, e ciò insospettì i due, ma fin quando non avessero incontrato problemi non si sarebbero fermati. In effetti, la mancanza di gente era giustificata dal fatto che tutto ciò avveniva là dentro si svolgeva nei sotterranei e nei piani superiori: il piano terra aveva uffici e stanze vuote, ma nulla che effettivamente svelasse il loro vero intento. Era un piano di facciata, null’altro.
Poco dopo trovarono la porta che Deborah stava cercando, e dopo averla varcata trovarono davanti a loro una parete con un grande “0” disegnato in vernice blu e delle scale che andavano sia verso i piani superiori sia verso quelli inferiori. Il muro lì era più grezzo, non curato come il resto dell’edificio. Gabriele passò avanti, e cominciò a scendere le scale molto lentamente, facendo cenno a Deborah di rimanere dietro di lui. Due rampe di scale li separavano dal seminterrato, e non riuscendo a sentire nessun rumore speravano di avere la via libera.
Tutte le porte erano chiuse lungo il labirinto di corridoi che si svolgeva di fronte a loro. Dietro alcune potevano sentire della gente parlare e lavorare, dietro altre il silenzio assoluto. La ricerca si faceva più difficile ogni volta che dovevano scegliere tra proseguire dritto davanti a loro oppure svoltare, ma finalmente, dopo svariati tentativi e tanta paura che qualcuno uscisse da una stanza, trovarono l’archivio. L’etichetta accanto allo stipite era di un rosso acceso.
«Qui non c’è nessuno» sussurrò l’arcangelo facendo scattare la maniglia ed entrando. La stanza era enorme ed ordinatissima. Bassi scaffali di ferro erano appoggiati lungo le pareti uno attaccato all’altro, sopra questi ulteriori portadocumenti. Di fronte a loro c’era un’altra porta su una stanza un po’ più piccola piena di libri.
«Sono tutti chiusi a chiave» constatò Deborah, tentando di aprire un cassetto.
Gabriele schioccò le dita e si sentì un sonoro “click” generale «Ora non più.»
Non era possibile sapere cosa ci fosse dentro ogni cassetto se non aprendolo perché le etichette segnavano solo dei numeri; cifre di cui ovviamente loro due non conoscevano assolutamente il significato. Iniziarono a frugare tra gli infiniti fogli senza fiatare. Velocità e silenzio erano importanti, dovevano riuscire a trovare più informazioni possibili senza essere scoperti, e più il tempo scorreva più c’era la possibilità che si accorgessero che erano là dentro.
Le loro dita e i loro occhi scorrevano velocemente, fortunatamente là dentro c’era molta più luce che alla centrale della polizia, perciò l’operazione risultava di gran lunga più facile. Incantesimi, procedure, ingredienti: informazioni su informazioni stipate tutte in quei piccoli mobiletti, e tante facevano venire il voltastomaco a Deborah. C’erano fogli in cui erano descritti parola per parola esperimenti su vampiri, torture sulle più disparate specie di mostri che, a quel punto, lei pensò potessero trovarsi tutti là dentro. Magari tutti in quel momento. Eppure lei non aveva mai visto né sentito niente.
«Deborah...» Gabriele teneva le braccia poggiate su uno dei mobiletti e leggeva un fascicolo che aveva appena tirato fuori «L’ho trovato. Hanno… praticamente tutto.»
“ANGELI” era la dicitura stampata sull’involucro giallo ocra. Dentro quel cassetto non c’era altro se non quello, e dentro esso si trovavano – come in molti altri – sfilze di istruzioni, risultati di procedure, magie, e due nomi. Phanuel e Deborah. Sul primo non c’era molto, e a dirla tutta Deborah saltò con noncuranza il poco che c’era su di lui perché era impaziente di vedere i suoi di documenti.
Tuttavia, la ragazza non ebbe nemmeno il tempo di leggere le prime due righe che Gabriele la spinse dietro di sé strattonandola leggermente mentre si voltava verso la porta.
«Sanno che sei qui.»
All’improvviso tre uomini armati di spade angeliche e armi da cacciatori sbucarono davanti alla porta. Gabriele li aveva sentiti. Lui era un'arcangelo, sentiva ogni singola parola pronunciata da chi era là dentro. Avrebbe potuto far sparire entrambi in un attimo, avrebbe potuto farlo, ma chiunque li avesse ostacolati sarebbe dovuto passare sul suo cadavere per uscirne intero, e questa era una promessa che aveva fatto a sé stesso: non poteva scappare di fronte a chi aveva fatto del male a Deborah e aveva pure il coraggio di sfidarli perché voleva mettergli le mani addosso personalmente. Deborah piegò il fascicolo e lo nascose dentro la giacca mentre con l’altra mano tirava fuori il proprio pugnale dallo stivale, pronta a combattere.
Gabriele li avvertì: «Fate un solo passo e rimpiangerete di esservi portati delle armi.»
I tre ovviamente non ascoltarono e non furono nemmeno scalfiti dalle parole dell’arcangelo, il quale però era molto serio. Tese un braccio davanti a sé e i tre si ritrovarono scaraventati fuori dalla stanza contro il muro del corridoio con i pugnali conficcati addosso. Il forte colpo alla testa aveva fatto perdere loro i sensi immediatamente, così l’arcangelo e l’angelo colsero l’occasione per scappare. Gabriele teneva una mano dietro di sé, ad assicurarsi che Deborah fosse sempre lì attaccata a lui.
«Siamo stati attenti!»
«Non importa, corri!» la guidò verso la rampa di scale, ma qui vennero circondati da altri tre uomini e due donne.
Deborah ricevette un pugno ma reagì prontamente sferrando un calcio e brandendo il pugnale per colpire l’infermiera dai capelli chiari che l’aveva attaccata. Si ricordava di lei perfettamente.
«Sei sempre stata una stronza!» la rabbia e il desiderio di vendetta presero il posto dell’ansia, e un senso di soddisfazione la pervase quando riuscì a colpirla e darle un pugno talmente forte da farle perdere l’equilibrio e cadere.
Dall’altro lato Gabriele aveva sfoderato la sua spada angelica: presto la lama scintillante fu ricoperta dal sangue dei due uomini di cui si stava occupando.
La lotta si faceva sempre più fitta dato che altre persone li raggiunsero, e l’arcangelo si avvicinò a Deborah mentre questa stava per essere colpita alle spalle. La ragazza vide una vaga luce diffondersi e l’ombra delle sue immense ali proiettarsi contro il muro per poi avvolgersi intorno a lei. In un primo momento non capì cosa stesse succedendo, ma poi comprese che Gabriele la stava proteggendo. Lui impose di nuovo le mani e quelli che erano attorno a loro furono mandati al tappeto.
Corsero su per le scale, ma a metà tra una rampa e l’altra furono intercettati di nuovo. Questa volta, però, si sentì uno sparo e l’uomo cadde a terra prima che potesse raggiungerli.
Deborah e Gabriele alzarono lo sguardo e con loro grande sorpresa videro Sam e Dean.
«Scommetto che la soffiata l’ha fatta la vostra amica Melany!» esclamò l’arcangelo che ancora non si spiegava come avessero fatto a trovarli, visto che con i suoi poteri aveva preso tutte le precauzioni possibili e messo in loop le telecamere per non destare sospetti.
Dean alzò gli occhi al cielo e si voltò, abbassando la pistola ma tenendosi sempre in guardia.
«Grazie Dean» disse Deborah quando furono tutti al piano terra.
«Avete trovato qualcosa?» chiese Sam.
«Tutto quanto, almeno spero» disse Deborah facendo vedere l’interno della giacca. Solo in quel momento, facendo muovere i vestiti, si rese conto di avere un taglio profondo sul braccio. Aveva sentito il bruciore, ma l’adrenalina l’aveva sopraffatta al punto da non farle accorgere del dolore che però in quel momento iniziava a farsi sentire. Anche l’odore del sangue era piuttosto invadente.
«Bene! Due cacciatori e due possibili pazienti. Ma che onore!»
«Quindi sei tu il figlio di puttana dietro tutto questo! Sai, quando ci siamo finti avvocati già non mi piacevi, adesso mi fai proprio schifo» Dean insultò il direttore che stava venendo verso di loro.
«E perché? Non facciamo lo stesso lavoro? Ripuliamo il mondo dalla feccia.»
A sentirsi chiamare feccia Deborah avrebbe solo voluto scagliarsi contro di lui e pugnalarlo ripetutamente, ma rimase calma.
«Non so cosa facciate di preciso ma non mi sembra assolutamente un paragone possibile» rispose di nuovo Dean.
«Non facciamo proprio niente. Noi troviamo pazienti e li curiamo, li facciamo tornare umani; e se non ce la facciamo… be’, il fallimento non è tollerato.»
Quindi era quello ciò che facevano là dentro? Pensavano davvero di curare la gente? Non solo Deborah ma tutti e quattro erano rivoltati dalle parole di quell’uomo.
«Cosa volevate da me?»
«Tu? Ah, tu sei rara. Sai quanti angeli sono entrati qua dentro? Due. Sai quanti ne sono usciti?»
«Solo uno» rispose Gabriele a bassa voce. Conosceva Phanuel, era un angelo piuttosto importante. Andavano d’accordo e la notizia della sua morte aveva sconvolto un po’ tutti, ed era arrivata anche a lui che non era più in Paradiso in quel periodo.
«Come?» chiese Deborah.
«Phanuel è morto più di sessant’anni fa» rispose scuro in volto Gabriele.
«Proprio così! Non siamo riusciti a curarlo, purtroppo, e abbiamo dovuto sopprimerlo. Ma lo abbiamo studiato tanto! E la seconda volta non abbiamo sbagliato. Non ti senti meglio adesso, Deborah?» il sorriso sul volto del direttore lo faceva sembrare uno psicopatico.
«Ah non lo so, sai, non ricordo come mi sentivo prima, perciò...» rispose lei sarcastica.
«Sai, non speravamo di avere proprio te. Sapevamo che te la facevi con un pezzo grosso, ma non so proprio come abbiamo avuto questa fortuna di ospitarti.»
Gabriele a quel punto non riuscì più a trattenersi e si scagliò contro l’uomo. Con un solo braccio lo strinse contro al muro, mentre con l’altra mano gli puntava la propria spada dritta alla gola.
«Adesso mi dici esattamente come l’avete portata qui.»
«Con una macchina.»
«Non fare lo spiritoso con me!» lo spinse ancora di più che quasi gli impediva di respirare.
«Lo giuro! Non ne so niente. Lascio il lavoro sporco a chi lavora con me, io dirigo solo. Poi loro attuano come vogliono.»
«La verità!»
«Lo giuro!»
Gli occhi di Gabriele diventarono bianchi e lucenti, di una luce quasi accecante. Sam e Dean fecero contemporaneamente un passo per fermarlo ma Deborah prese loro per i polsi in segno di stare fermi. Il direttore iniziò ad urlare dal dolore, e dopo pochi secondi cadde a terra con il fiatone, stremato, come se avesse subito la peggiore tortura mai inventata.
«Sta dicendo la verità» disse l’arcangelo, che indietreggiò subito di qualche passo. Poi però strinse la propria arma e lo pugnalò dritto al cuore.
Deborah era sconvolta. Non dalla violenza, ma dal fatto che nemmeno chi gli aveva procurato tanto dolore sapesse effettivamente come avesse fatto. Ciò nonostante, si sentiva soddisfatta: forse perché quell’essere che lei riusciva solo a definire infame era finalmente morto, forse perché sotto alla sua giacca c’erano già tutte le risposte che poteva avere da quel posto. Tutto ciò che aveva mai dovuto subire adesso aveva un nome, e in quel momento era un grandissimo passo in avanti, e voleva goderselo.
I Winchester erano rimasti a bocca aperta, mentre Deborah si era voltata e si era diretta verso il portone per uscire, sperava adesso definitivamente.Le lacrime liberatorie si mischiavano alle gocce di pioggia che cadevano veloci e violente sul suo volto e su tutta la città. Deborah non tentava nemmeno di soffocare i singhiozzi in gola, e mentre piangeva teneva lo sguardo rivolto verso il cielo. Non sapeva in cosa sperava, sapeva solo che si sentiva finalmente libera dopo tanto tempo. Non aveva raggiunto il suo ultimo obiettivo, non sapeva effettivamente cosa le fosse successo prima di arrivare lì, non aveva recuperato la memoria, ma iniziava ad avere delle risposte. Se le avessero detto prima che si sarebbe sentita così bene con quella piccola vittoria non ci avrebbe creduto.
I suoi capelli erano totalmente inzuppati come i suoi vestiti, e il sangue dal braccio era stato lavato. Gabriele le si avvicinò e le mise una mano lì dove c’era la ferita, e questa scomparì.
«Grazie, Gabriele.»
«Era solo un taglio...» le disse accennando un sorriso. Anche lui aveva raggiunto qualcosa quella sera, ma ancora non cantava vittoria. Voleva andare fino in fondo, e l’avrebbe fatto, avrebbe indagato anche alle spalle di Deborah perché adesso aveva qualcosa da cui partire.
«Non per questo, sai a cosa mi riferisco.»
L’arcangelo abbassò lo sguardo e il suo sorriso si fece più evidente e felice.
«Te l’avevo detto che non ti sarebbe accaduto nulla.»
«E avevi ragione.»
Mentre avveniva quella conversazione i Winchester erano indaffarati a prendere tutti i libri che potevano dal seminterrato e portarli asciutti nell’Impala: li avrebbero portati a Bobby, erano utilissimi.
«Non c’è nessuno dentro. Abbiamo controllato» disse Sam dopo aver posato anche l’ultimo tomo in macchina.
I quattro, sotto la pioggia che andava affievolendosi, guardavano l’edificio illuminato solo dai lampioni in quella notte oscura e quasi del tutto senza luna.
«Gabriele...» sussurrò Deborah, con voce calma e serena.
«Cosa?»
«Brucialo.»
Un attimo dopo, dopo il suo schiocco di dita, il fuoco divampò alla base dell’edificio, iniziando a consumare ogni sua singola parte. I quattro tornarono al motel poco dopo. Durante il tragitto Sam e Dean spiegarono che Melany era morta. Deborah aveva ipotizzato che potesse essere l’unica che conoscevano a sapere come fosse andata la storia, ma quella strada si rivelò impraticabile. L’unica cosa che sapevano, grazie al fatto che Sam e Dean l’avevano interrogata, era che aveva fatto un patto con un demone degli incroci per trovarla. Il demone le avrebbe consegnato Deborah, mentre Melany avrebbe dovuto assicurarsi che quello che prometteva la clinica, ovvero curarla e farla tornare umana oppure ucciderla, fosse rispettato. Quando loro erano arrivati in casa sua, e dopo che lei aveva capito la situazione e aveva fatto una telefonata alla clinica per avvisarli di controllare perché qualcuno sarebbe potuto arrivare, però, il demone aveva considerato la sua parte di patto non rispettata e aveva mandato i mastini infernali a prenderla prima del tempo. Ovviamente, i Winchester omisero di dire che non avevano fatto nulla per tentare di salvarla da quella morte straziante.Seduta sulla panchina sotto al porticato del motel, Deborah ebbe finalmente il coraggio di aprire il fascicolo. Gabriele aveva ragione sul fatto che le pillole che le avevano dato tenevano l’angelo dentro di lei addormentato. Era come se avessero spento la sua grazia, e la perdita di memoria dovuta all’incidente si era protratta per fortuito effetto collaterale delle medicine. Oltre quello, fortunatamente, tutte le altre iniezioni e test che le avevano fatto sembravano non aver avuto effetto, o almeno così si leggeva immediatamente sotto la lista di tutti gli ingredienti usati in ciò che le immettevano in corpo.
«Figlia di Isabelle D’airelle e Jehan L’Hernault… morti in data sconosciuta...» leggeva le informazioni sotto la voce “tramite” in una delle prime pagine, così che anche Gabriele sentisse. Lesse un po’ più in alto e finalmente trovo le informazioni di base.
«Marie Édith L’Hernault; luogo di nascita: Francia; data di nascita…» lesse e rilesse quella dicitura ma ci trovava qualcosa di anomalo «Qui hanno sbagliato! Dice intorno al 1010 d.C. Non è possibile.»
Ma Gabriele la guardò cercando di farle capire che era proprio così. Il suo tramite era vecchio di secoli, e lei non riusciva proprio a crederci! Rise al pensiero, era incredibile, ma si disse che doveva essere piuttosto normale e doveva solo entrare ancora nell’ottica del Paradiso. A lui, d’altro canto, fece piacere sentire quella sua risata dopo l’avventura in quel posto e tutte le lacrime che aveva versato da quando si erano incontrati a quel momento.
«Ma Castiel una volta ha detto che gli angeli non si sono palesati sulla terra per tantissimo tempo.»
L’arcangelo fece spallucce, proprio a quella domanda non poteva rispondere.
«Va bene, ho capito, lo scoprirò quando avrò la memoria, come scoprirò… vediamo… perché qui c’è scritto che prima di questo ho avuto almeno altri due tramite.»
«Visto che hai capito?»
Sorrisero entrambi e la ragazza si alzò dalla panchina, per fare poi qualche passo verso destra.
«Penso che… non ci sia altro che possiamo fare, per ora.»
«No, infatti. Ma l’accordo rimane, se scopro qualcosa te lo faccio sapere, se la scopri tu sai che puoi chiamarmi sempre» le ripetè Gabriele mentre parlavano fuori dalla porta del motel. I suoni delle prime ore della mattina erano tutti attorno a loro e creavano un’atmosfera surreale, dopo tutto quello che era successo.
«Sì, adesso ne sono convinta» disse Deborah sicura. Anche prima lo sapeva, ma adesso aveva compreso quanto Gabriele effettivamente tenesse a lei e a scoprire cosa fosse successo: ora aveva la certezza che non lo faceva per un suo tornaconto personale.
«Buonanotte, Deborah.»
«Buonanotte, Gabriele.»
Quando Deborah si voltò per aprire la porta della sua camera, Gabriele la guardò un’ultima volta con dolcezza e sparì prima che lei si girasse di nuovo per vedere se era ancora lì.














