LUCEAT LUX VESTRA | CAPITOLO DUE
Autrice: Leysa Byrne Fandom: Supernatural Genere: Sovrannaturale, Azione, Sentimentale, Angst, Smut Pairing: F/M Rating: Arancione (M) Personaggi: Sam Winchester, Dean Winchester, Arcangelo Gabriele, Nuovo Personaggio Femminile Note: Linguaggio scurrile (c’è Dean, che vi aspettate) Avvertimenti: Nel corso dei capitoli saranno descritte cacce violente e probabilmente anche scene di sesso
CAPITOLO DUE Signum insculptum in rubra
Something strange is going on and still I don’t know why. I have stared into the secrets they still try to hide.
[Serpents in Paradise - Avantasia]
Deborah si rigirò nel letto quasi per tutta la notte, faceva fatica a liberare la mente, e anche quando riusciva a prendere sonno perché stanca, poco dopo si risvegliava perché i suoi sogni le ricordavano costantemente il giorno appena trascorso. Il volto dell’Arcangelo, Sam, Dean, la clinica in cui era stata rinchiusa, tutte queste immagini apparivano dietro le sue palpebre e non la lasciavano riposare per bene. Riuscì ad addormentarsi solo verso le 2 di notte, ma il suo stile di vita le impedì comunque di svegliarsi dopo le sei e mezza. I Winchester quando non dovevano lavorare riuscivano a dormire fino a tardi, lei al contrario non ne era in grado, era rimasta troppo condizionata dalla caccia e non ci aveva ancora fatto l’abitudine. Nemmeno dopo un anno e mezzo. Rimase lì nel letto per un po’, a guardare il soffitto che iniziava ad essere illuminato da una vaga e flebile luce proveniente dalle fessure della tapparella alla finestra. Staccò la sveglia prima che suonasse, così da non svegliare i ragazzi nella stanza accanto. Infatti, le loro erano camere non solo erano adiacenti, ma anche comunicanti, e i tre avevano l’abitudine di lasciare la porta aperta durante la notte, per qualsiasi evenienza. La cosa non turbava nessuno, anche se i due fratelli durante i primi tempi avevano insistito per il lasciare a Deborah tutta la privacy che voleva. Lei aveva sempre declinato la proposta, dopo essere rimasta da sola nella stanza della clinica per mesi e mesi, senza vedere nessuno, senza sentire rumori e con un’ansia costante e crescente nei confronti della solitudine, la cosa che trovava più confortante era anche solo lasciare la porta aperta e sapere che, per qualsiasi problema, avrebbe potuto attraversarla per trovare qualcuno. Da quel punto di vista era quasi una bambina, in effetti. Ma non aveva nessun punto di riferimento nella sua vita, aveva dovuto imparare molte cose da capo, soprattutto il come comportarsi, ed esattamente come una bambina si attaccava alle cose che la facevano sentire più al sicuro. Non voleva essere fraintesa, ogni tanto la solitudine faceva bene e la cercava, ma si sentiva soffocare a stare da sola nei luoghi chiusi. Forse è un trauma che non supererò mai pensava tra sé e sé mentre si sedeva sul letto, quella mattina. Dopo qualche minuto, però, si rese conto che dalla camera dei ragazzi proveniva una luce più forte di quella che poteva essere del sole a quell’ora. Cercando di fare meno rumore possibile si alzò, indossò la vestaglia legandola su un lato, e a piedi scalzi si avvicinò alla porta. Da lì scorse Sam seduto al tavolino, lontano da Dean che ancora dormiva, e la forte luce bianca che proveniva dal suo computer portatile. Era immerso nella lettura di qualcosa, ma da quella distanza Deborah non riusciva a capire cosa perciò decise di avvicinarsi. Tanto ormai era sveglia. Sam si voltò lentamente appena la sentì appena dietro di lui. «Buongiorno Sam» sussurrò la ragazza, spostando di poco un’altra sedia e accomodandosi vicino a lui. «Buongiorno, Debby» lui guardò l’orologio sullo schermo del pc «Nemmeno stamattina sei riuscita a stare un po’ di più a letto?» Lei scosse la testa, con della stanchezza ancora addosso. «Perché non provi a rimetterti a letto? Dai, dico a Dean di non fare casino appena si sveglia, devi riposare. Ho sentito che ti rigiravi stanotte.» «Non ce la faccio, lo sai. È più forte di me» disse appoggiando la testa sulla spalla del ragazzo e sospirando profondamente. «Sì, lo so. Ed è colpa mia» rispose carezzandole i capelli. Non avrebbe mai voluto che qualcuno facesse la vita che facevano loro, né tantomeno lei, che già aveva tanti problemi a cui pensare. «Dai, non riprendere questa storia…» cercò di rassicurarlo, non era la prima volta che sentiva quelle parole da lui «È un caso che stanotte abbia dormito poco, di solito sono ben riposata e sveglia per quest’ora. Ho solo avuto un bel po’ da pensare, e non per colpa tua.» «Non è per quello. Ti ho trascinata io con noi in questo stile di vita» ammise storcendo la bocca e scorrendo velocemente con gli occhi i risultati che apparivano sullo schermo. «Sam, guardami» si sollevò e guardo il ragazzo negli occhi, nella penombra della stanza «Non è colpa di nessuno se quel fantasma mi tormentava ogni mattina, abbiamo già affrontato questo discorso. Certo, magari se non fosse stato l’unico momento della giornata in cui potevamo cacciarlo, e se non ci avessimo messo due settimane a capire come mandarlo via, forse, e dico forse, dormirei ancora. Ma magari sarei anche morta se non vi avessi incontrati.» Sam accennò un sorriso a mezza bocca, con sguardo triste, mentre le accarezzava la schiena «Scusami, hai ragione. È che sto cercando di venire a capo della tua storia, ma l’unica cosa sicura che ho è il giorno che ti abbiamo trovata, e continuo a pensarci.» Deborah sorrise, appoggiandosi di nuovo alla sua spalla e volgendo lo sguardo alla pagina web aperta davanti a sé «È per questo che ti sei svegliato presto?» Sam annuì, digitando una nuova ricerca nella barra superiore della pagina «In realtà cercavo qualche caso, qualcosa inerente all’Apocalisse, ma sono finito a cercare altro,» si caricarono centinaia di notizie di avvenimenti strani avvenuti nel mese di Febbraio di circa due anni prima «ma ci sono troppi eventi sovrannaturali nei mesi in cui ipoteticamente ti sei risvegliata nel bosco. Dobbiamo restringere la ricerca, in qualche modo» concluse. «Perché cerchi proprio eventi sovrannaturali?» «Perché se sei un angelo ed è successo qualcosa che ti ha tolto la memoria, molto probabilmente ha a che fare con qualche attacco da parte di altri angeli… o comunque non hai perso la memoria per un semplice colpo alla testa, l’avresti potuto guarire facilmente, perciò qualsiasi cosa ti abbia attaccato deve aver lasciato una traccia.» Aveva senso, giusto, ma Deborah stava ancora imparando ed era lecita una domanda del genere. «Però… ammesso che crediamo a questa storia» e lei ci credeva «io ricordo di essere stata ricoperta di sangue, mio sangue, ma non avere alcuna ferita. Ricordi che ve l’ho raccontato?» Sam annuì «Magari hai combattuto tanto prima che succedesse… be’, qualsiasi cosa sia successo, e avevi già rimarginato le ferite prima di perdere conoscenza.» «Quindi siamo ad un punto morto.» «Già. Così sembra.» Deborah riuscì a rannicchiarsi ancora di più sulla sedia e si lasciò carezzare ancora per un po’ da Sam, cercando di capire come risalire al giorno dell’incidente. Avevano provato più volte a chiedere all’ospedale o alla clinica, perfino alla polizia, ma per qualche strana ragione - che in effetti avrebbe dovuto destare sospetti molto tempo prima - o i suoi file non esistevano o erano inaccessibili. L’unico modo a quel punto, per lei, era chiedere a Gabriele. Sembrava la risposta più semplice, e agli occhi di Deborah avrebbe risolto tutto nel più breve tempo possibile. «Tu ci credi?» «Hm?» chiese Sam, destatosi dai propri ragionamenti. «Credi alle parole dell’Arcangelo?» Il ragazzo sospirò e si prese qualche secondo prima di rispondere «Se devo essere sincero… sì» dal suo tono sembrava quasi che facesse fatica ad ammetterlo «Non vedo perché dovrebbe scherzare su una cosa del genere, dato che sembra essere davvero molto attaccato ed interessato ai suoi simili.» «Forse allora… dovremmo chiedergli aiuto» azzardò Deborah pentendosi quasi subito di averlo fatto. Un conto era fidarsi, un conto era addirittura cercarlo per chiedergli aiuto. Per lei non ci sarebbero stati problemi, ma capiva che per i fratelli poteva essere un problema non indifferente. «Non credo sia un’idea così sbagliata, ma non ti ha detto nient’altro ieri?» Deborah storse la bocca e scosse la testa «No, ieri ero così confusa e ansiosa di capire tutto e subito che gli ho chiesto semplicemente se potesse far risvegliare tutti i ricordi, ma ha detto che sarebbe stato pericoloso. Si deve andare per gradi, ma non ho pensato a domandargli altro.» La ragazza inoltre aveva anche avuto la netta sensazione che la situazione non fosse chiara nemmeno all’Arcangelo, ma in ogni caso ora che l’aveva vista e sapeva la sua parte di storia era convinta che sarebbe stato più facile per lui trarre le conclusioni della situazione. «Aspettiamo che Dean si svegli, dobbiamo chiedere anche a lui.» Deborah accennò una risata amara «Sì, come se potessimo riuscire a convincerlo.» «No» fu la calma e glaciale risposta di Dean, mentre addentava i suoi pancake nel posto in cui si erano fermati a fare colazione. I tre si trovavano in un locale piuttosto isolato in cui si erano imbattuti sulla statale poco fuori la città da cui erano ormai usciti. Sam e Deborah avevano aspettato che Dean fosse sveglio e di buon umore, che avesse cantato un paio delle sue canzoni preferite a squarciagola mentre guidava, per accennare all’idea di chiamare Gabriele. Speravano che in quel modo avrebbero avuto più chance di ricevere un ‘Sì’ come risposta. «Dean, non abbiamo niente, niente, sono stato tutta la mattina a fare ricerche, sai quanti episodi sovrannaturali sono successi in quel periodo che noi ipotizziamo sia quello giusto?» «Non mi interessa.» «Centinaia.» «Ascoltate,» Dean prese la sua tazza bollente di caffè e si appoggio allo schienale rosso del divanetto «questo è quello che faremo: adesso andiamo da Bobby, setacciamo tutti i libri che anche solo accennano all’esistenza degli angeli e troviamo un perché, un come ed un modo per risolvere questa perdita di memoria.» «Ma-» «Deborah ma ti fidi davvero di quell’essere alato?» La ragazza lo fulminò con sguardo truce, sperando che capisse quanto sbagliato fosse a quel punto usare un’espressione del genere. Dean abbassò lo sguardo, comprendendo l’errore, ma continuò imperterrito nel suo discorso. «Va bene, se non troviamo nulla nemmeno a casa di Bobby allora ti lasceremo chiamare il tuo amico.» «Perfetto, ma poi si fa a modo mio» affermò Deborah, con la sensazione in cuore che Dean fosse troppo preoccupato dall’essere geloso ed irato nei confronti dell’Arcangelo per non accorgersi quanto lei avesse bisogno di risposte. Sicuramente si sbagliava, sapeva che il suo comportamento era dettato anche dalla voglia di proteggerla, ma il messaggio che arrivava era distorto a causa del suo comportamento. Si rimisero in auto giusto il tempo di finire la colazione - anche se la ragazza a stento toccò un paio di fette di bacon - ed iniziarono a dirigersi verso casa di Bobby. La strada era lunga, ogni tanto Dean accendeva la radio, ogni tanto i fratelli parlavano tra di loro, si scambiavano qualche parola sui temi più disparati, ma Deborah non stava veramente a sentirli. A parte pochi monosillabi la sua attenzione era tutta volta verso il paesaggio che scorreva e cambiava sotto i suoi occhi dall’altra parte del finestrino. Guardava gli alberi, le città che oltrepassavano e nelle quali si fermavano per fare rifornimento, i campi, le fattorie. C’era vita là fuori, persone che nascevano, crescevano, lavoravano, morivano. La stanchezza sui suoi occhi e sulla sua mente la portavano a pensare a questi piccoli dettagli, e sul fatto che forse lei non avrebbe fatto parte di quelle cose, non sarebbe mai cresciuta, non sarebbe mai morta. Sentiva di aver vissuto una vita a metà fino a quel momento, senza sapere chi era e come era arrivata lì, ma adesso non aveva nemmeno una meta. Non l’avrebbe avuta finché non avesse scoperto tutto, ed anche in quel momento ancora faceva fatica ad immaginare che ruolo avesse potuto avere all’interno del Paradiso. Forse non era mai stata nessuno di così importante, solo un angelo burattino di qualcun altro che stava più in alto di lei e che obbediva agli ordini senza fare domande. Sulla scia di quei pensieri non aveva aperto bocca se non per pranzare e per sbadigliare di tanto in tanto. Ad un certo punto Sam, visibilmente preoccupato, si era seduto assieme a lei sul sedile posteriore, ma lei continuava a sostenere di essere solo stanca. Ma in realtà la sua testa era lontana anni luce, su domande esistenziali che mai o poco si era posta ma che in quel momento sembravano la base per capire la prossima mossa da fare. Sulla scia degli stessi pensieri, non appena fuori dal finestrino fece buio e non c’era più nulla che potesse attrarre l’attenzione, Deborah si addormentò sulla spalla di Sam, che per lo meno al contrario di Dean dimostrava un po’ di capire. Forse perché anche lui aveva attraversato dei momenti simili per via dal demone dagli occhi gialli. «Deborah… Debby, siamo arrivati» la chiamò Sam con tono dolce, per non farla svegliare di soprassalto, mentre Dean scendeva dalla macchina e andava incontro a Bobby. Lei si strofinò gli occhi e si stirò leggermente la schiena: non pensava che dormire in quella posizione sull’Impala potesse farla riposare così tanto, evidentemente era davvero stanca. «Scusa, non volevo addormentarmi addosso a te.» «Tranquilla, almeno hai riposato» rispose di nuovo lui, con un sorriso, mentre scendevano anche loro dall’auto. «Ragazzi! Spero non ci siano nuovi problemi riguardanti l’Apocalisse onestamente perché non ho più sigilli da apporre qui intorno.» «Ciao Bobby» i Winchester risposero in coro ridendo, per poi abbracciarlo e dargli pacche sulla spalla. Qualsiasi fosse la situazione, per quanto tesa potesse essere, incontrare Bobby per loro era un’ancora di salvezza e l’atmosfera era sempre più rilassata quando erano con lui, nei limiti del possibile. Deborah si tenne un po’ dietro, un po’ per imbarazzo perché il problema era lei, un po’ perché era appena sveglia e le chiacchiere le avrebbe volentieri rimandate ad un secondo momento. «Ciao Bobby» gli sorrise anche lei, amichevolmente. «Ciao Deborah, che bello vederti, pensavo che quei due ti avessero già fatta scappare in un altro paese. Entra, entra…» disse, facendoli accomodare e chiudendo successivamente con molta cura la porta. La notte sarebbe sopraggiunta velocemente e non si era mai troppo prudenti. «Cosa vi porta qui?» A quanto pareva Dean non gli aveva accennato nulla, quando lo aveva chiamato in una stazione di servizio per avvisarlo del loro arrivo. Mentre tutti prendevano posto sul divano e le sedia in salotto, Dean e Sam spiegarono all’uomo per filo e per segno ciò che l’Arcangelo aveva detto e ciò che sapevano sul conto di Deborah. Lei si sentiva quasi fuori posto, un po’ anche sotto inquisizione. La conversazione era tranquilla e per niente ostile, ma aveva sempre paura di qualsiasi cosa potessero dire. Una parola sbagliata, una battuta infelice, sapeva che non sarebbe stato un loro proposito metterla in difficoltà o offenderla, ma si sentiva comunque stranamente in ansia. «Abbiamo capito che con gli angeli non si scherza, senza offesa, anzi, perciò dobbiamo andare molto cauti con quello che facciamo.» Sam intervenne :«È proprio per questo che siamo venuti qui, Bobby. Per questo e perché siamo ad un punto morto: ci servirebbero tutti i libri che hai che accennano agli angeli.» Il cacciatore si alzò e andò verso l’enorme libreria sulla parete «Fino a qui non prendeteli in considerazione, li ho riletti centinaia di volte e mai un accenno ad un angelo» disse indicando metà della libreria «Per il resto possiamo iniziare da dove volete, sapete che nemmeno io sono molto ferrato in questa faccenda, e ci sono gli altri libri in cantina e nella stanza accanto. L’importante è che mettiate a posto alla fine.» «Grazie Bobby.» Dean si diresse per primo verso lo scaffale più in basso e prese tre libri in mano, quelli che secondo lui in base al titolo potevano essergli utili. Sam ne prese altri, Deborah pure, e solo ispezionando quelli persero più o meno metà nottata. Ogni tanto uno dei tre prendeva appunti su fogli, qualcuno metteva un libro da parte per tornarci successivamente, e intanto il tappeto del salone era ormai sommerso ed irriconoscibile. Bobby appariva saltuariamente per portare loro altri libri o segnalare articoli che trovava scartabellando i fascicoli dei casi a cui aveva lavorato nella sua carriera. «A me fa male la testa, angeli di qua, arcangeli di là, e non ho trovato quasi nulla di utile a parte dei rituali per… non ho ancora capito bene cosa perché sono in latino.» «Dammi qui che traduco» disse Sam, prendendo lo spesso libro blu dalle mani di Dean, il quale annuì. «Io vado a dormire, è tardi, continuo domani» parlò di nuovo il fratello maggiore, indicando l’orologio per poi sistemarsi su uno dei due divani. Deborah alzò lo sguardo al muro e vide le lancette segnare le due di notte. Sussurrò un ‘buonanotte’ molto flebile e tornò alla lettura che la stava impegnando da parecchio tempo. Teneva tra le mani un libro piuttosto piccolo per gli standard della biblioteca di Bobby: era rilegato in pelle rossa, le pagine erano particolarmente ingiallite, ma sembravano fatte di carta velina perciò Deborah stava molto attenta quando le sfogliava. Sul dorso del libro il titolo inciso in oro riportava delle lettere in ebraico, che lei non aveva idea di cosa potessero significare, e un piccolo simbolo enochiamo come uno di quelli usati da Castiel. Nella quarta di copertina invece il titolo era stato ricopiato fino a riempire l’intera superficie. Tutto ciò aveva attirato l’attenzione della ragazza, che di tanto in tanto cambiava posizione quasi per nascondere il contenuto di quel libro agli occhi di Sam. Se lui avesse visto cosa aveva trovato, infatti, sicuramente glielo avrebbe strappato dalle mani. Aveva scovato qualche informazione, in effetti, ma non avevano nulla a che fare con incidenti angelici o perdite di memoria. Quello era più un manuale, ed anche uno molto particolare. «Deborah, è tardi. Che ne dici se andiamo anche noi a dormire?» propose Sam alzandosi e sgranchendosi un po’ le gambe: era rimasto seduto per terra a lungo. Lei si destò immediatamente dalle pagine e chiuse il libro. «Sì, sono d’accordo.» «Dico a Bobby di accompagnarti dove puoi dormire.» Deborah annuì, ancora una volta d’accordo, e portando il libro con sé di nascosto si fece guidare dal cacciatore fino ad una piccola stanzetta al piano superiore, in fondo al corridoio, lontano dalle scale. «Sei troppo gentile, potevo dormire anche su una poltrona…» «Ma no, non dire sciocchezze, tanto questa non la usa nessuno. Anzi, scusa se c’è un po’ di polvere» ammise l’uomo storcendo il naso, pensando che forse avrebbe dovuto spolverare lì dentro più spesso. «Figurati… ma potrei chiederti un altro piccolo favore?» Lui annuì aspettando la richiesta. «Non è che avresti una candela? Una di quelle grosse.» Si rese subito conto che la richiesta sembrava strana, così si affrettò a puntualizzare che meditava sempre prima di dormire e le serviva per rilassarsi al meglio, ma sfortunatamente l’ultima che aveva comprato si era consumata del tutto pochi giorni prima. «Oh, certo, penso di averne alcune, aspetta un attimo.» Pochi minuti dopo la raggiunse di nuovo e le porse una candela intonsa e rossa, che emanava un vago aroma di frutti rossi e cannella se avvicinata abbastanza al viso. «Ho trovato solo questa, spero vada bene. Buona meditazione e buona notte.» Non appena l’uomo si chiuse la porta alle spalle, Deborah si sentì quasi come se potesse respirare di nuovo dopo una lunga pena. Aveva mentito, la meditazione era l’ultima delle sue passioni, ma di certo non poteva dire a Bobby cosa aveva in mente di fare. Posò con poca cura e ancor meno delicatezza la propria tracolla sul letto, si tolse il maglione azzurro che indossava rimanendo solo con la camicia, e con questo gesto fece cadere sulle coperte il libro che aveva nascosto con cura. Poi dagli stivaletti estrasse un coltellino e della borsa un accendino. Aveva tutto, si doveva solo mettere all’opera. «Pagina 125, pagina 125…» continuava a ripetere sfogliando il libricino. Davanti a lei si apriva una pagina fitta di simboli e con una breve scritta in basso. Prese la candela tra le mani e anche il coltellino, ed iniziò ad intagliare, secondo le istruzioni, un grande simbolo sulla base di cera. Intanto si chiedeva se fosse davvero necessario, e si rispondeva che no, non lo era, ma sapeva che solo pregando, probabilmente, con tutti i problemi che erano sorti a causa dell’Apocalisse e tutti i simboli che aveva disseminato Bobby in casa, Gabriele difficilmente sarebbe arrivato. Infatti, quello che aveva trovato su quel volume, altro non era che un rituale che aveva il potere di far arrivare con certezza la preghiera a qualsiasi tipo di essere celeste fosse rivolta, e di infrangere qualsiasi sigillo enochiano nei paraggi, ma solo ed esclusivamente a favore dell’angelo o arcangelo chiamato. Non lo obbliga a palesarsi, ma era un invito ed una connessione sicura e univoca, e ciò che aveva convinto Deborah a provare era che, ogni volta che in seguito sarebbe stata accesa la candela, l’angelo in questione avrebbe sempre saputo con certezza dove si trovava chi lo chiamava. In caso di pericolo o disperato bisogno pensava che potesse essere un grande vantaggio, insieme al simbolo che l’Arcangelo stesso le aveva inciso nella spalla. Mentre sulla tabella a fine libro Deborah trovava il simbolo dell’Arcangelo Gabriele e cercava un modo per unirlo alla lettera iniziale del suo nome in ebraico - anch’essa riportata sul libro - esattamente come le istruzioni riportavano, pensava anche al fatto di non doversi assolutamente fare scoprire. Sam forse avrebbe lasciato correre. Dean no. Ma è un rischio che voglio correre si disse. Era convinta, lei aveva bisogno di sapere, ormai che ne aveva la possibilità. Finì di intagliare i simboli, e mentre teneva la candela tra le mani si fermò a prendere un respiro profondo. Osservò la piccola stanza riempita solo da un letto, un armadio, una sedia ed un comodino. La lampadina al soffitto faceva meno luce di quella che non potesse venire dalla luna fuori dalla finestra, e le pareti scure non aiutavano né la luminosità né la grandezza di quello spazio. Non aveva idea di che ora fosse, ma fuori era ancora buio pesto, perciò sapeva di avere tempo. Deborah spense la luce, chiuse la finestra immediatamente sopra al letto, e si sedette a gambe incrociate sul morbido materasso. Pronunciò lentamente e a bassa voce la formula del rito per due volte, tenendo tra le mani la candela ancora fredda, poi accese la fiamma e chiuse gli occhi, focalizzandosi sul pensiero dell’Arcangelo. Nel lasso di tempo di un solo minuto tutti i pensieri peggiori si affollarono nella sua mente. A partire dalla paura che Gabriele la stesse ingannando a quella che non volesse più aiutarla per un qualsiasi motivo. Poi, un sommesso ma inconfondibile battito d’ali.







