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Saranno state le tre di notte, erano i primi giorni di un Aprile che si portava dietro un’aria pungente dalla quale Marzo era stato colpito come da una nuvola di profumo. In casa l’aria stantia e il disordine mi opprimevano e sentivo maledettamente caldo, non che odiassi il disordine in generale, ma quello che c’era in casa mia parlava una lingua chiara a tutti, parlava di trasandatezza, di una realtà che ora non c’era più, parlava di debolezza: semplici gesti come non aver spostato nemmeno una delle magliette buttate sopra il lenzuolo o non aver raccolto il portafotografie che da giorni stava a faccia in giù sul pavimento, circondato dalle schegge del suo vetro, dispostegli intorno come a proteggerlo; queste trascuratezze erano da leggersi come la vigliacca pretesa di non affrontare una situazione, sperando che il tempo, un letto freddo e qualche canzone rimettessero tutto a posto senza che io facessi nulla. Quell’afa artificiale mi stava riempendo i polmoni, ossigeno sporco circolava nel mio corpo debilitato da un’alimentazione improvvisamente irregolare, dal poco sonno, da abitudine stravolte, per cui decisi di uscire. Tirai fuori dal fondo dell’armadio un paio di scarpe di quando ero ragazzo e mentre me le infilavo mi chiedevo quand’è che avessi smesso di esserlo, un ragazzo. Scesi in strada senza aver trovato una risposta. Il cappuccio della felpa tirato su quanto bastava per non rendermi pienamente riconoscibile (come se poi avessi avuto chissà quali probabilità di incontrare qualcuno a quell’ora) contributiva ad appannarmi la vista, andai subito a sbattere contro un mondo nuovo, ci misi qualche buon secondo a ricordarmi che mi ero trasferito da due anni, l’aria infatti per quanto fosse comunque pulita per un quartiere di periferia, non portava con sè quei toni di terra, ciliege mature e pini che ero abituato a godermi dal vecchio terrazzo, illuminato dalla luna di casa vecchia. Man mano che camminavo lungo un viale infinito iniziai a sudare, dovetti togliere la felpa e restai in maniche corte, i led di un cartello sopra una farmacia disegnavano una croce e l’orario “3:14″, eppure saranno stati 38 gradi, entrai in un alimentari H24 e comprai due ghiaccioli “gusto acqua di mare”: i dubbi riguardo gli ingredienti vennero travolti dalla mia esigenza di avere qualcosa di fresco che non mi bucasse lo stomaco. Il commesso, un mediorientale che portava i segni della fame sul volto e che aveva sicuramente visto uomini ridotti peggio di me, rimase indifferente al mio abbigliamento e al mio acquisto, entrambi evidentemente fuori contesto, uscii e mi sedetti sotto un lampione. I palazzi sembravano danzare e offuscarsi, le stelle si muovevano come a disegnare volti e immagini che conoscevo fin troppo bene, nel frattempo il ghiacciolo si stava iniziando a sciogliere e qualche goccia salmastra cominciò a cadere sul marciapiede.
Il marciapiede ci scorreva dietro mentre in lontananza il rumore e le luci che irrompevano allegramente in quel pomeriggio di divertimenti, preannunciavano il luna park. - Sbrigati papà o non troveremo posto! - dice Giulio con già in bocca il sapore caldo dello zucchero filato e mi tira impaziente facendo forza sui piccoli piedini. Una ruota panoramica che ormai iniziava a dimostrare i suoi anni stava ferma per lasciare un momento di intimità a qualche coppia di innamorati che aveva deciso di rifugiarsi per un secondo in quelle culle di ferro decorate da luci al neon molto soft che dolcemente ondeggiavano cigolando, li guardai con indifferenza e con la curiosità di sensazioni che non avevo provato. - Giulio, non ti allontanare e stai attento alla gente, eh! - Si, si, va bene! Nella testa di Giulio si combatteva una battaglia per stabilire quale fosse il suo gioco preferito tra quelli provati l’anno scorso e quale sarebbe stato il migliore di quelli nuovi, questo suo buffo riflettere lo portava ad avvicinarsi a tutte le attrazioni per poi non sceglierne nessuna, e io lo contemplavo sereno. Alla fine scelse un trenino rosso su cui non andava nessuno, al limite del parco giochi, che dava su un campo dove iniziavano a crescere fiori selvatici, la proprietaria, vedendo quanto Giulio si stesse godendo la velocità della discesa gli regalò un altro giro; la ringraziammo e ci incamminammo verso l’uscita. - Papà guarda laggiù: i pagliacci! Andiamo? - No Giulio, dobbiamo andare - aggiunsi in silenzio - e poi non mi sono mai piaciuti i pagliacci. La sua attenzione a ogni cosa non permetteva che qualcosa gli sfuggisse, difatti mi sentì e provò subito a capire il perchè di questa scelta assurda. - Perchè si nascondono sempre dietro alle loro maschere o al trucco e perchè non c’è nessuno che fa ridere i pagliacci quando sono loro ad essere tristi. La risposta si stava concretizzando nei pensieri di Giulio, che aveva perso per un momento il suo sorriso dal quale iniziava a mancare qualche dente. (Mi resi conto di essere stato abbastanza pesante) Gli dissi d’impulso - Su dai, andiamo là e chiediamogli se ci fa un palloncino a forma di cucciolo. Tutte le preoccupazioni di Giulio sembrarono scomparire nell’elio che gonfiava il palloncino, fissava incantato il clown, da dietro i suoi capelli lisci e chiari (che sicuramente non aveva erditato da me) seguivano ogni movimento del ragazzo che stava dando forma al cucciolo, mentre io da dietro ammiravo la sua innocenza che risultava amplificata dalla mia inspiegabile rassegnazione. Con il palloncino legato al polso ci unimmo al fiume di gente che defluiva dal luna park mentre in lontananza il sole scompariva disegnando sui campi verdi e viola l’ombra della ruota panoramica, che in quel momento avrebbe probabilmente offerto una magnifica visuale, . - Perchè non mi compri lo zucchero rosa? - La prossima volta, dai, la mamma avrà già preparato la cena, torniamo a casa che ti ho comprato i biscotti che ti piacciono tanto. - Siii! Grazie mille papà! Aveva questa capacità Giulio, sicuramente anch’essa non ereditata da me, bastava che gli passasse davanti una farfalla, che trovasse dei biscotti, che conoscesse un altro bambino, che tutti i piccoli-grandi problemi che aveva svanissero come una bolla di sapone che si perde nel cielo di Maggio.
Rientrammo a casa e Giulio saltò subito in collo alla mamma che non vedeva da ieri sera, mentre io andai a farmi una doccia e lo sentìì ridere mentre raccontava una giornata “molto bella” a Sofia: - Ah, il papà ti ha portato alle giostre? E i compiti? - Li ha finiti cara - risposi io dal bagno - anzi, sono io dopo che devo finire i miei. La cena era un piacevole momento di incontro e spesso io e Sofia ci fermavamo a guardare Giulio che mangiava o parlava, cercando di non farci notare, il cibo aveva un qualcosa in più, sapeva di afetto, di cura ricercata anche nella fretta. - Ti preparo il caffè? - Si amore, molto gentile. Finii di compilare alcune carte per lavoro cercando di non assorbire i drammi e la violenza dei casi che affrontavo, spensi l’abat-jour e come tutte le volte il buio rievocò in me la paura del mondo esterno, la paura che combattere quanto vi fosse di sbagliato avrebbe trasformato anche me, che avrei scaricato sulla mia famiglia lo sconforto per una battaglia che vedevo già persa. Andai in camera e nel lettone matrimoniale c’erano Giulio abbracciato a Sofia, si erano addormentati mentre leggevano una storia da un libro comprato a una bancarella, gettai un occhio alle prime righe della pagine “Buia e deserta come era, la notte era piena di piccoli rumori, canti, chiacchiere e fruscii, che raccontavano della piccola popolazione che era sveglia e impegnata a portare avanti i suoi affari e le sue aspirazioni, fin quando il sole sarebbe infine sorto su di loro mandandoli al loro meritato riposo“. Presi in braccio il corpicino stanco dalle mille emozioni, sembrava volesse rimanere abbracciato e fui costretto a svegliare Sofia per non svegliarlo, lo misi sul suo letto, tirai su la coperta blu e me ne andai a letto, con la sveglia che sarebbe suonata a breve. (½)
















