Da cosa riconosci un sacrificato?
Dallo stato della sua lamentela.
Di solito si unisce al pensiero di aver lottato una vita e oggi è scontento perché gli tocca continuare a farlo.
Il sacrificato vive nella sua mente e non gli piace ciò che c'è fuori. Tuttavia la stessa mente gli impedisce di cambiare.
Ciò perché il Sistema ha educato le persone al valore disfunzionale del sacrificio, edificando una società che crede che la sofferenza precede sempre la gioia (o è addirittura l'unica via).
Sono esempi la gavetta, la fatica del lavoro, l'umiltà, l'altruismo, che in chiave distorta sono diventati: fai lo schiavo, accontentati di quattro soldi, non mostrare la tua realizzazione (non aspirare a niente è ancora meglio), se metti gli altri prima di te sei una brava persona.
Sono tutti lavaggi del cervello che creano invidia e rabbia nei confronti di chi si stacca da questo circuito malato.
Avendo distorto anche il concetto di ego, coloro che restano nei "sacrifici" vedono in chi cerca la propria strada soltanto degli stronzi o degli insensibili.
Un sacrificato non riconoscerà mai la realizzazione personale perché non concepisce il sacrificio volto alla costruzione del Sé, preferisce piuttosto crepare servendo quello di qualcun altro.
Per questo prima di ogni altra cosa devi cambiare il modo con cui rispondi alla realtà. Devi osservare la fisionomia dei tuoi pensieri.
Perché in caso contrario diventi l'artefice della tua sofferenza, e senza nemmeno capirlo passi la vita a prendertela con chi non abbassa i propri standard, solo perché non riesci ad alzare i tuoi.














