PS5 in vendita oggi 13 aprile da GameStop, ecco l'orario
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PS5 in vendita oggi 13 aprile da GameStop, ecco l'orario
Ernesto se ne stava seduto su di una panchina al parco, da solo, fumando pensieroso, quando una giovane ragazza si sedette di fianco a lui, senza che lui se ne accorgesse. La ragazza, con lo sguardo basso, osservava la mano di lui che teneva la sigaretta. Ernesto porta la mano alla bocca per aspirare il fumo, con questa si alza anche lo sguardo della ragazza che si sofferma a guardarlo. Ha gli occhi scavati dai dispiaceri di una vita, le rughe delle frustrazioni di un'esistenza mediocre e i capelli leggermente brizzolati. A cosa pensi, domanda la ragazza. Ernesto la fissa un momento, guarda l'orologio ed espira il fumo dai polmoni poi abbassa lo sguardo. La ragazza è perplessa, convinta di essere stata troppo invadente. Alla morte, risponde poco dopo Ernesto. La ragazza lo guarda negli occhi, sembra impaurita da quella risposta e abbassa quindi lo sguardo. Sai – riprende Ernesto – tu hai paura. La ragazza sembra sentirsi offesa, si contrae. Paura, e di cosa? Gli chiede. Non saprei ben dire – risponde lui buttando la sigaretta – non mi è ancora chiaro se tu abbia paura della morte o di me, che ti ho detto di star pensando ad essa. La ragazza è ancora più confusa. Okay, okay, ho sbagliato a disturbarti, me ne vado, dice lei che fa per alzarsi dalla panchina. La mano di lui la trattiene, senza forza, senza costrizione, ma con dolcezza. Lei sembra capirlo e torna a sedere. C'è un momento di silenzio tra i due. É che sai – rompe il silenzio Ernesto – sei stata tu a chiedermi a cosa io stessi pensando, così ti ho risposto. Sì, sì, certo... tituba la ragazza. Ma vedi, continua lei, siamo due perfetti sconosciuti, cercavo un modo carino di approcciarmi a te e tu, invece, mi hai dato quella risposta. Mi ha fatto strano, tutto qui. Ernesto la guarda poco convinto, poi le chiede e perché cercavi di approcciarti a me? La ragazza è ancora una volta confusa, sembra stizzita dall'atteggiamento dell'uomo. Senti, davvero, ho sbagliato a sedermi qui, dice lei. No, io non credo. La interrompe Ernesto. Vedi, continua, se ti sei seduta qua, vicino a me, un motivo c'è. E c'è anche un motivo se ho dato quella risposta alla tua domanda. La maggior parte delle persone non accetta la realtà, sia questa una risposta sincera o la morte stessa, capisci? La ragazza invece sembra non capire. Ernesto fa per accendersi un'altra sigaretta, guarda l'orologio e poi continua, sai in realtà non stavo pensando alla morte, prima. Guardavo quell'oca laggiù, sulla sponda opposta del fiume, la vedi? La ragazza sorride, sì, la vedo... E' molto bella, dice. Ernesto allora ruota il busto verso la giovane in un sussulto, con un ghigno particolare sul volto, mentre aspira dalla sigaretta ad occhi chiusi. Vedi, se ti avessi risposto subito che stavo guardando quell'oca, forse, i nostri primi minuti insieme sarebbero stati diversi, scommetto più piacevoli ma forse anche meno autentici. La ragazza torna a stare sulle sue, non ti seguo ancora una volta, dice lei all'uomo. Ernesto sorridendo abbassa lo sguardo sull'orologio, butta fuori il fumo dal naso e fa per alzarsi dalla panchina. É ora che io vada, dice rivolgendosi alla ragazza seduta ancora sulla panchina. Lei lo guarda dal basso. Comunque mi chiamo Anna, dice. Ernesto continua a sorridere, lo sapevo, risponde mentre si gira allontanandosi dalla panchina. La ragazza è confusa.
Anna morì pochi istanti dopo, travolta da un'auto fuori controllo uscita di strada e finita contro la panchina dove stava seduta a riflettere su quella strana conversazione.
Filling Spaces
that’s all i’m up to lately like the sand who just fall between the cracks of the rocks and dies in the darkness.
I was an hourglass once passing through time feeling every crumble of a second But on a windy morning i was dropped and the glass exploded like it was raining stars in my eyes there was no pain but i become numb and time was no more I was no more on the wings of a cold wind. i felt scattered all over the lands into the hairs of a pale boy between the crevices of walls. Filling spaces that’s all i’m up to lately.
Mulgere Hircum
S’odono sovente gli strepiti strazianti d’una divinità perduta nell’oscuro pertugio d’una notte senza lumi fra le rovine martoriate d’una civiltà caduta incommensurabile malinconia macchia il candore delle sue vesti come pece sul piumaggio d'un cigno. luttuosamente riposte le maestose ali chiuse ed inservibili fremono al desiderio d’incontrare nuovamente l’illusione d’un aliseo Ma nulla può sollevare quel corpo regale nella bonaccia infinita d’un pensiero orizzontale nemmeno la morte, nemmeno il martirio s’odono soltanto deboli voci, stanche proteste sommerse da chi urla che alla violenza non si possa che rispondere diventando violenti Nessuno ha la forza di rimettere in volo l’ideale d’inventare nuovamente una morale.
Fugit inreparabile tempus
Non so se esista luogo dove l’esile corazza d’una foglia possa dire d’essere al riparo dal vento d’essere sfuggita alla sua triste sorte nel sentirsi sfiorire e pian piano appassire. Non so se esista essere che possa al pari dell’uomo percepire il dolce, eterno, fluire del tempo, dell’universo navigando quest’infinito oceano d’ineffabile possibilità senza confini che non conosce età.
Lux aeterna luceat eis
Volgeva al termine la dolce notte mentre le prime deboli luci di un’alba grigia brillavano come argento fra le pieghe dell’orizzonte, Francisco seduto su una vecchia sedia di paglia intrecciata osservava il giorno venire al mondo pian piano, come se le colline stessero partorendo, con il massimo sforzo, la luce del sole… Faceva il commerciante lui, vendeva scarpe alle signore del paese, non ne sapeva molto di astronomia… Non si era mai chiesto per quale motivo, ogni giorno, il sole tornasse ad inondare di luce dorata i campi circostanti, quello tornava e basta, cosa c’era da spiegare, niente di più semplice, facile e scontato quasi quanto respirare… Ma allora, perché era rimasto in silenzio quando il piccolo Leon gli aveva fatto quella domanda, così ingenua ed infantile, e se domani il sole non tornasse gli aveva chiesto, cosa avrebbero fatto in una notte senza confini… Ma che dici, sciocchino, vedrai che il sole torna sempre, aveva risposto dopo un’attimo di esitazione, il bambino lo aveva guardato incerto “sei sicuro? “ gli aveva domandato…
No, non lo era affatto, nemmeno dopo aver aspettato l’alba per tutta la notte. Francisco Arboreo, alla veneranda età di cinquant’anni si era trovato a non essere affatto sicuro di rivedere la luce l’indomani… Cosa sarebbe successo se il sole avesse deciso di rimanersene dietro le montagne per sempre, come avrebbe potuto vendere scarpe alla gente senza che questi potessero rimirarne le sfumature… Nessuno avrebbe mai più comprato delle nuove calzature, tanto vecchie o nuove nel buio più totale chi mai se ne sarebbe accorto, gli affari avrebbero preso una piega terribile e non sarebbe mai riuscito a comprarsi il vestito nuovo che desiderava tanto… Lo andava a rimirare tutti i giorni, tornando dalla bottega, era di un blu scuro con i bottoncini lucidi e dorati, a guardarlo bene ricordava vagamente una notte stellata... Ma nel buio perpetuo quelle stelle non si sarebbero mai accese e tanto valeva mettersi un vecchio pigiama, magari anche bucato, tanto a chi mai sarebbe importato... Il sole era ormai arrivato ad un altezza sufficiente per ferirgli gli occhi oltre il davanzale, ma Francisco sembrava quasi ipnotizzato, le pupille ormai avevano iniziato a bruciargli, ma non riusciva a staccarle, quasi come un bambino che osservando il giocattolo nuovo avesse paura che non appena avesse voltato le spalle quello sarebbe scomparso... La moglie, Caterina, una donna piccola ma dal forte carattere, preoccupata per la scomparsa dello sposo che non era nemmeno venuto a letto arrivata sulla terrazza lo trovò li, imbambolato che nemmeno la sentiva... Dovette urlare e scuoterlo prima che il marito tornasse finalmente sulla terra... Si guardarono per pochi istanti, lo sguardo di lei stanco e preoccupato, quello di lui ancora perso nel sole... "Francisco ma che sei stato qua tutta la notte? Cosa facevi qua su da solo?" Lui biascicò incerto qualcosa, appena un sussurro... "Che hai detto? Cos'è, adesso oltre che sordo sei diventato anche muto?" "Ho detto che aspettavo il sole, avevo paura che non tornasse più..." "il sole? Francisco ma hai bevuto?" "No, nulla... È stato Leo ieri notte, prima che spegnessi la luce mi ha chiesto cosa sarebbe successo se il sole non tornava più" "Ma che domanda è? Certo che torna, torna sempre, tutti i santi giorni, puntuale come un orologio svizzero, magari si prendesse un giorno di riposo, mi piacerebbe dormire di più..." "Pensaci bene Caterina, e se quello un giorno, chessò, decide che ne ha abbastanza e si spegne... Come facciamo dopo, nessuno vorrà più le mie scarpe..." "Beh... Se si spegne quello accendiamo la luce... Ora piantala con queste stupidaggini da bambino e riporta giù quella sedia, la colazione è pronta."
Fiocchi di Neve
Una sottile patina bianca aveva iniziato a formarsi sui vetri delle auto posteggiate al bordo dello stradone, la neve aveva preso a scendere solo da qualche minuto ma i meteorologi avevano annunciato, stranamente concordi, che non si sarebbe fermata tanto presto e la città si sarebbe svegliata il mattino dopo interamente ricoperta da uno spesso strato bianco. Faceva freddo quella sera e camminando lungo il marciapiede pressoché deserto sembrava di essere stati catapultati per sbaglio in un altra dimensione, pareva così surreale quella candida tormenta che si agitava oltre la superficie del mio vecchio ombrello.
La triste voce di un violoncello ben accordato riversava nelle mie orecchie un’inesauribile fiume di malinconia mentre i miei passi si facevano sempre più leggeri, sempre più distanti da quel marciapiede, dall’oscurità densa di quella notte precoce, mi sembrava di fluttuare nel bel mezzo di quel danzare confuso dove le correnti d’aria spingono, quasi per capriccio, i fiocchi di neve portandoli ora su e ora giù, rimescolandoli in un vortice disordinato che pare non avere fine…
Quel fastidioso formicolio alla mano che reggeva l’ombrello era scomparso e gli spuntoni acuminati che sembravano trafiggerla ogni qual volta il vento la sorprendeva scoperta avevano improvvisamente cessato di esistere, l’angoscia mista a paura che fino a poco prima mi aveva tormentato nel constatare di essere solo in quell’angolo di strada buio e deserto sembrava avermi lasciato, mi sentivo improvvisamente leggero e lontano mentre i miei occhi seguivano come ipnotizzati l’assurdo spettacolo che mi si pareva davanti, rallentai pian piano fino a fermarmi e vedendo una panchina li poco distante pensai di fermarmi per poter godere di quella meravigliosa sensazione di libertà per almeno un’altro po’ prima di dover tornare alla realtà.
Mi sedetti sul legno ghiacciato facendo attenzione a scegliere un angolino che fosse rimasto relativamente asciutto in quel primo accenno di nevicata, per mia fortuna i grossi rami di un platano avevano offerto sufficiente protezione a buona parte di quella vecchia carcassa dipinta di verde.
Fu allora che lo vidi, fermo sotto la luce di un lampione all’altro lato della strada riuscivo a scorgere vagamente i tratti di un’altra forma di vita… Mi sporsi per guardare meglio e nel farlo urtai con l’ombrello il grosso tronco che mi stava vicino, quel fruscio solitamente innocente mi apparve come un’esplosione nel silenzio quasi assoluto che sembrava essersi posato su quel piccolo isolato. La misteriosa figura alzò di scatto il viso scrutando l’oscurità nella mia direzione e alla luce fredda del neon comparvero netti i tratti di un’uomo adulto vestito elegantemente, con tanto di cilindro e mantello, sui quali si era posato un sottile strato di neve che rilucendo gli conferiva un’aura surreale. Non sembrava curarsi poi tanto della neve che gli copriva i vestiti ne del freddo che doveva stringerlo nella sua morsa visto quell’abbigliamento non esattamente invernale. Lo stavo ancora osservando quando mi resi conto che i suoi occhi mi avevano individuato, nonostante l’albero e la curiosa mancanza di un lampione parallelo a quello sotto cui si trovava… Mi guardò per qualche istante attraverso la neve che scendeva fitta separandoci come fosse una sorta di interferenza, poi con mia grande sorpresa attraversò la strada completamente noncurante del pericolo di essere investito e mi si sedette di fianco sulla panchina. Nonostante la sua statura piuttosto imponente doveva essere leggero come una piuma dal momento che non avverti nessun cambiamento nelle assi di legno alle quali ero appoggiato, non le aveva mosse più di quanto avrebbe fatto una goccia di pioggia, un fiocco di neve. Rimase in silenzio per qualche istante mentre io lo fissavo sbalordito e tenevo saldamente una mano sul manico dell’ombrello pensando a come avrei potuto usarlo per difendermi se quell curioso personaggio si fosse rivelato pericoloso… Ma era solamente un riflesso condizionato, una precauzione infondata, perché mi resi improvvisamente conto di non provare alcun timore nei confronti di quello sconosciuto nonostante fossimo soli e, apparentemente, lontani da tutto e tutti. Mi concentrai allora sui suoi occhi, i quali ricambiavano con velata ironia il mio palese stupore, occhi verdi come smeraldi lucenti che mi scrutassero in segreto nell’oscurità di una miniera… Non era uno sguardo meschino, ma c’era qualcosa di inquietante nel modo in cui i suoi occhi squadravano il mio viso, come se volessero oltrepassarlo, come se vedessero più lontano di quanto fosse loro concesso, infrangendo l’insondabile solitudine dei miei inconfessabili pensieri, esponendoli alla luce… Il mio corpo prese a tremare e, per la prima volta, quella notte mi sentì nudo ed indifeso, esposto in ogni mio dettaglio per gli occhi di quell’uomo, trafitto dagli aghi ghiacciati che ogni singolo fiocco posava delicatamente sulla mia pelle. Stavo per alzarmi ed andarmene quando d’un tratto il silenzio fu rotto da una sola parola, un ordine perentorio e chiaro… “ Andiamo”
Prima ancora di poter pensare a quanto assurdo tutto ciò dovesse suonare mi trovai a camminargli di fianco con le gambe che sembravano andare da sole e gli occhi troppo impegnati ad osservare meravigliati i palazzi della città che scomparivano in quella che sembrava una densa coltre di nebbia per poter fare attenzione a quale fosse la direzione. Le auto iniziarono a lasciare il posto agli alberi e il marciapiede si trasformò in una strada sterrata, davanti a noi si apriva un lago dalle acque cristalline e ghiacciate, lo sconosciuto mi porse la mano e d’un tratto mi resi conto di stare pattinando con movimenti pieni e voluttuosi verso il centro di quella fragile superficie brillante, una brezza leggera si strusciava contro gli alberi poco distanti dando vita ad una sinfonia in continuo crescendo nella quale mi sembrava di riconoscere la voce indimenticabile del violoncello che mi pervadeva la mente quando tutto era iniziato. Al centro del lago trovammo altre figure, anch’esse elegantissime ed impeccabili, signore cosparse da finissimi merletti e seta danzavano maestosamente con uomini vestiti alla maniera vittoriana, il mio compagno di viaggio mi spinse verso di loro e al ritmo incalzante di quella melodia surreale continuammo a ballare sostenuti dal vento, come fiocchi di neve che non sanno dove vogliono andare… Chiusi gli occhi e cercai di lasciarmi trasportare in quel vortice confuso di sentimenti ed emozioni che sembrava pervadere i volti delle altre coppie danzanti, incapaci di distogliere lo sguardo gli uni dagli altri e totalmente incuranti della presenza di altri partecipanti. Lo sconosciuto mi fissava con gentilezza e io non riuscivo a staccarmi da quegli occhi magnetici che mi stringevano in un tenero abbraccio come avessero paura di farmi del male se avessero rafforzato la presa… D’un tratto un lampo di malinconia li percorse e, mentre una piccola lacrima lucente gli scivolava lungo la guancia, mi senti respinto lontano, verso il bordo del lago, dove la luce andava scemando e la musica si faceva sempre più forte facendo vibrare il ghiaccio in modo preoccupante, seduta sulla riva stava una ragazza, un vestito rosso cupo le fasciava il corpo mentre i capelli castani si agitavano percorsi dal vento…
Mi avvicinai a lei confuso e tremante, i suoi occhi incontrarono i miei in un istante accecante fuori dal tempo, al di là dello spazio, catapultati in un’abisso insondabile e immenso dove solamente il vento continuava a cantare e i nostri occhi lasciati indietro i corpi, come fossero involucri vuoti, iniziarono a loro volta a danzare in un ballo sfrenato che divorava la musica spingendosi oltre l’esistente, scrivendo da se nuove sinfonie, trasformando l’esistenza stessa in una nuova melodia. Le sorrisi e lei ricambiò il mio sorriso alzandosi in piedi e porgendomi la mano che andò ad incastrarsi perfettamente nella mia, senza perdere altro tempo, sapendo già cosa fare, raggiungemmo le altre coppie al centro del lago lasciandoci vincere dalla forza di quel vortice caotico e meraviglioso… Mi abbandonai a quel ritmo perfetto cullato dal battere regolare del suo cuore che percepivo in quella stretta incredibilmente complementare e nel chiudere gli occhi pensai che forse si sbagliava chi a gran voce affermava che non possono esistere nell’universo due fiocchi di neve uguali…
Quando li riapri mi ritrovai dinanzi ad una parete bianca e compatta, ma, ahimè, non era ne giaccio ne neve e nel mettere a fuoco una piccola imperfezione che scorgevo sopra la mia testa riconobbi il triste soffitto della mia camera.
βροχή
Una luce color smeraldo emerge improvvisa dalla penombra, il vecchio tram, con uno sforzo che appare sovrumano, riparte sferragliando sulle rotaie lucide di pioggia mentre dai finestrini i rari passeggeri osservano con aria annoiata la città che va sciogliendosi in un movimento confuso fra le gocce sterzanti. Non è nulla di che infondo, solamente uno spaurito giorno di pioggia che si frappone orgoglioso ad un afa stagnante... La pallida luce del sole si sta ormai spegnendo a ponente ed è questione di minuti prima che l'immancabile apparato illuminatorio faccia il suo tetro ingresso sulla scena, strappando la città alla notte, condannandola ad una luce perenne... Ma che ci si vuol fare, ormai della luce artificiale non c'è ne si può più far a meno..
Appoggiata alla sbarra di metallo una giovane dai capelli neri osserva con scarso interesse le scanalature che attraversano da parte a parte il pianale del mezzo e tiene l'orecchio appiccicato all’appoggio di metallo che vibrando incessantemente da vita ad un piccolo movimento stonato... I posti dinanzi a lei sono tutti liberi ma la possibilità di sedersi non le attraversa nemmeno la mente, sembra quasi ipnotizzata da quella "inconsueta" melodia ridondante, persa in se stessa... Non conosce la metà del mezzo ne quale strada stia attraversando, non le interessano le chiacchiere sconnesse degli altri passeggeri ne le scariche elettriche che provengono dalla radio posta di fianco all'autista... Non le interessa andare in qualche luogo, non ha fretta di raggiungere una casa, magari con un caminetto in soggiorno e qualcuno sdraiato sul divano... Non uno qualunque ad ogni modo... Era salita su quel vecchio scafo di metallo solamente perché, qualche minuto prima, camminando nella pioggia non era più riuscita a proseguire, si era bloccata li, in mezzo al marciapiede, mentre le gocce le cadevano addosso incuranti della sua presenza. A nulla erano servite le occhiate lanciatele dai passanti che per oltrepassarla rischiavano di cadere nella pozzanghera appena oltre il bordo della strada... Una vecchia col bastone aveva persino proferito a mezza voce una frase carica d'insulti mentre un ragazzo dopo averla superata si era girato e le aveva rivolto un'occhiata a metà fra la comprensione e l'interesse... Ma non si era fermato.
Era rimasta così per minuti interi, come paralizzata dalla paura, una paura mai provata prima... Quella pioggerella fresca e leggera le era divenuta tutta d'un tratto insopportabile, le gocce che le scendevano sul viso si erano trasformate in aghi ghiacciati che le perforavano la pelle, la sensazione di leggerezza che fino a qualche momento prima imperlava la sua mente aveva lasciato spazio ad una pesantezza che le opprimeva il petto e le spezzava il respiro... Sotto quella prima pioggia autunnale si era sentita d'un tratto affogare, come se stesse annaspando fra i flutti di un oceano in tempesta mentre la costa diventa un miraggio irraggiungibile che rompe la piattezza dell'orizzonte. L'arrivo di quello strano mezzo rumoroso e illuminato doveva essergli sembrato quasi magico, non credeva ai suoi occhi quando le vecchie porte di legno le si erano aperte davanti e l'autista le aveva sorriso... Quel vecchio ammasso di ferraglia era diventato nello spazio di un respiro una meravigliosa e quanto mai insperata scialuppa di salvataggio. Aveva salito i ripidi gradini che conducevano alla salvezza con lo stesso timore che sovente si osserva negli occhi di un gatto che teme di essere catturato, ma nessuna rete le era caduta addosso, nessuno l'aveva ributtata in strada, al contrario i pochi passeggeri le avevano lanciato qualche occhiata annoiata prima di ritornare alle loro importanti occupazioni... Le porte le si erano richiuse alle spalle con un suono deciso e il mezzo aveva preso velocità...
Pian piano aveva ripreso fiato, il respiro era tornato regolare mentre l'ancora che qualcuno sembrava averle legato al petto si era dissolta come neve al sole...