“ «Dio ci dia forza» disse padre Paolino. Era sconfortato. «Ci cacciano» spiegò amareggiato. «I francesi. Vogliono i beni della chiesa e chiudono conventi e vescovadi.» «Vi preparo una minestra di erbe con qualche cicerchia.» Gli baciò le mani devota, triste per le sciagure della chiesa. Le parve quasi villania chiedergli della sorte di Raffaele Arcangelo. Fu padre Paolino a parlargliene. I carmelitani erano stati più fortunati, perché un nobile di Acerenza li aveva ospitati nelle sue terre e forse domani, appena passata la tempesta, li avrebbe aiutati a trasferirsi in vescovado. Il paese era povero e fuori mano, appeso a una montagna di rocce, e i francesi lì non ci avrebbero messo piede, perché battevano solo paesi ricchi, ramazzando denari per costruire un’armata immensa. «Napoleone, grande imperatore, vuol dimostrare che Dio ha creato un mondo imperfetto e solo con la forza delle armi lo si perfeziona. Ma le reclute non ne vogliono sapere di combattere in Siberia e fuggono sui monti, come gli ebrei dinanzi al faraone.» Ecco dunque cos’erano i fuochi che brillavano di notte nella pianura e sul Vulture, fuochi di ribellione, segnali di disertori. «Don Paolino, volete dire che i briganti fanno la guerra contro il diavolo e in nome di Cristo?» «Io dico che il mondo s’è guastato, perché una volta contavano l’amicizia e il rispetto e oggi contano il denaro e la forza. E tutti vogliono tutto. Allora si genera la guerra, e il castigo che abbiamo è di due maniere, il flagello dei briganti e la sciagura degli invasori.» “
Raffaele Nigro, I fuochi del Basento, Camunia (collana Fantasia & Memoria), 1987¹; pp. 136-137.













