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Direttamente dalla Toscana!
Tempo di cassöla... rigorosamente vegetariana!
É un gustosissimo piatto invernale della tradizione milanese e lombarda, per molti palati è difficile rinunciarvi, cosa che sarebbe meglio fare se si ha un occhio di riguardo per la propria salute. Le 425 calorie per porzione con una percentuale di ben il 76% di grassi in prevalenza saturi e una quantità stimata di colesterolo pari a 109 mg, dovrebbero scoraggiare chi ha problemi di sovrappeso e…
Gustonauti... udite!
Gustonauti… udite!
Il primo e-commerce interamente dedicato ai gustonauti
Foodbarrio: un tour virtuale tra eccellenze gastronomiche 100% Made in Italy
Siete pronti a partire per un viaggio tutto dedicato al sapore? Foodbarrioè il primo e-commerce che tra consigli, ricette, recensioni e proposte d’eccellenza garantisce agli utenti un contatto diretto con i produttori locali, promuovendo cultura e tradizioni…
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Cucina gourmet, cos’è
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La fame e lo sfizio
Mi son trovato a dire che le donne quando vanno al ristorante sono più criticone; in realtà, a pensarci, non ne so niente, non frequento a sufficienza donne e ristoranti da poterlo dire a ragion veduta, e tuttavia l’ho detto: stereotipo sessuale?
Anche se, al di là del fatto che non ne so niente per esperienza diretta, e non sono nemmeno un buon conoscitore dell’ambiente dei buongustai, mi verrebbe da aggiungere, sempre sulla stessa lunghezza d’onda, che essere buongustaio è un capriccio tipicamente maschile. Potrei azzardare che le donne siano più criticone al ristorante per una questione di gelosia, perché il ristorante mette in discussione la loro capacità di soddisfare la fame del maschio, e che non diventano capricciose buongustaie perché in fondo cucinare è una schiavitù. Mah..! Frasi buttate lì che hanno tutta l’aria di essere degli stereotipi..! Eppure mi pare che i grandi chef siano maschi, e non mi pare di aver letto recensioni gastronomiche firmate da donne… Sarebbe interessante capirne qualcosa, alla redazione della Guida Michelin dovrebbero saperne...
Per parte mia, confesso di avere un sano disprezzo della cosiddetta buona tavola: non cambierei una buona pastasciutta con nient’altro. Anni fa mi ritrovavo di tanto in tanto con un giro di amici in cene organizzate a casa di questo o quello: mangiavano e parlavano di mangiare, insopportabile! Mi era ancora più insopportabile perché era tutta gente di sinistra, ammesso che fosse di sinistra navigare dal defunto partito comunista al neonato partito democratico. Son riuscito a non insultarli prima di cambiare giro: un miracolo, normalmente ho fatto l’inverso.
Essere buongustaio presuppone che uno abbia soddisfatto la fame e che ricerchi lo sfizio; e la fame, per soddisfarla davvero, bisogna essersela lasciata alle spalle da almeno una generazione, quindi potrei azzardare che essere buongustaio sia un esercizio borghese. Chi invece sa cosa sia la fame (come possiamo saperlo da questa parte del mondo, evidentemente..), non punta alla squisitezza, punta alla quantità.
Io non sono mai stato né per l’una né per l’altra, tra i ricordi più belli del mio palato c’è qualche ‘mpanata mangiata in un pagghiaru, accompagnata da una bevuta di pistammutta direttamente dal carratieddu, dove il cibo andava col sole, con la campagna e con gli amici. E con la gioventù..! Non ricordo manicaretti e prelibatezze, ricordo situazioni e persone.
In questo devo essere somigliato a mio padre, per un qualche mistero genetico, dato che quest’uomo io non l’ho né frequentato né conosciuto, era in America. Una delle prime cose che gli sentii dire la prima volta che tornò in famiglia per un breve periodo, fu “Non si vive per mangiare, si mangia per vivere”. Avevo dieci anni. A venti, quando tornò definitivamente, glielo sentii dire in una versione da pubblico adulto: “Alla lunga, tutto quel che mangi va in merda.” Perfetto, ‘mpa’ Raffieli!
(Le ‘mpanate erano un piatto unico della cucina agricola, due fogli di pasta di pane farciti di quel che c’era. Pensate a un calzone di pizzeria, tanto per immaginare il genere. Sul web potrete trovare le ricette più disparate, adattate alla sopravvenuta delicatezza dei vostri palati, motivo per il quale vi risparmio le mie, troppo brute. Il pagghiaru era la tipica costruzione di campagna, una capanna di pietre a secco col tetto di canne e paglia: dentro, spazio sufficiente per fare distendere qualche persona, e una mangiatoia per l’asino. Tutti i pagghiara che ho visto avevano la chiave della porta sotto un sasso a destra. Il pistammutta era un potente vino frutto della prima spremitura delle uve; non veniva lasciato fermentare insieme ai graspi ma veniva subito messo nella botte, e da ciò prendeva il suo nome: “pesta e metti nella botte”. Di norma invece il mosto veniva lasciato fermentare nelle vasche per 24 o 48 ore: l’opposto del pistammutta era per l’appunto il quarantotturi. Il carratieddu infine era una botticella “tascabile”, di solito da un litro ma anche meno. Vi si beveva per suzione, tramite un buchino praticato nella sua pancia: passarsi il carratieddu per succhiarvi a turno un po’ di vino era un buon livello di amicizia. Non oso pensare cosa se ne potrebbe dire adesso…! Sopra ne mostro uno, l’ho trovato su questo blog, molto serio. storiedivignaevigneron)