Ogni riferimento a persone esistenti
o a fatti realmente accaduti è puramente casuale.
Capitolo tre
Un topo si fa sotto i miei piedi. Squittisce.
Dovrei farlo secco. Stranamente mi fa pena. E’ solo e non sembra se la passi tanto meglio di me. Lo lascio a sé stesso, libero di lasciare le sue tracce sulle macchie di sangue incrostato, che dipingono il pavimento di…
ADAMO ED EVA, L’INNOCENZA PERDUTA E I CHERUBINI SUPER EPICI
GENESI - Capitoli 2 e 3
Siamo al settimo giorno, Dio si riposa da tutta l’opera che ha fatto e benedice questo giorno.
In Genesi 2: 4-5 è spiegato che nel giorno (credo che con la parola “giorno” si intenda, più genericamente, la parola “tempo”, ma ti prego di correggermi se sbaglio) in cui Dio fece la terra e i cieli, sulla terra non c’era ancora alcun arbusto, né erba. E questo per due motivi: il primo è che Dio non aveva ancora fatto piovere, il secondo è che “non c’era ancora alcun uomo per coltivare il suolo”. In questa frase credo che Dio voglia dire che per far sì che la sua opera si compia, non basta il suo operato, ma è necessario anche l’intervento degli uomini: subito dopo, infatti “Dio il Signore formò l’uomo”(Genesi 2:7).
Da qui in poi la storia è abbastanza nota: Dio creò un giardino in Eden, a oriente, ricco di ogni sorta di alberi da cui nutrirsi e con un fiume che lo irrigava dividendosi in quattro bracci. Lì pose l’uomo “affinché lo lavorasse e lo custodisse” (Genesi 2:15). Nell’immaginario collettivo (almeno nel mio) il giardino di Eden è sempre stato una specie di paradiso terrestre dove nessuno ha bisogno di lavorare, dove la terra dà nutrimento a non finire e dove non bisogna preoccuparsi di nulla. Invece, Dio ha messo lì l’uomo per mantenere quel giardino bello come l’ha trovato e per vigilare su di esso. Ci troviamo di nuovo davanti al concetto di cooperazione necessaria tra Dio e l’uomo. Il fatto che la storia sia già conosciuta, però, non distoglie il mio pensiero da una domanda: perché Dio ha deciso di piantare un giardino in un determinato punto del mondo per porvi l’uomo? Voleva forse metterlo alla prova in un ambiente circoscritto, prima di dargli “in mano” tutto il resto?
Tra gli alberi presenti nel giardino c’erano l’albero della vita e quello della conoscenza del bene e del male. Dio diede un ordine all’uomo: “Mangia pure da ogni albero del giardino, ma dall’albero della conoscenza del bene e del male non ne mangiare; perché nel giorno che tu ne mangerai, certamente morirai” (Genesi 2: 16-17). Su questa frase tornerò più tardi.
È noto, purtroppo, cosa succederà da qui in poi.
Dio non voleva che l’uomo fosse solo, e volle fargli un aiuto adatto a lui. Così, Dio condusse da lui tutti gli esseri del creato. L’uomo diede a ognuno di essi un nome, ma non trovò alcun aiuto adatto. Così Dio lo fece cadere in sonno profondo, prese una delle sue costole e con quella formò una creatura. Questa poi venne condotta all’uomo per darle un nome: la chiamò “donna”. Finalmente l’uomo aveva trovato una moglie!
Ma la festa durò poco.
Infatti il serpente condusse la donna a mangiare un frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male. Prima le chiese come mai Dio aveva detto a lei e all’uomo di non mangiare da nessun albero e lei lo corresse rivelandogli che l’unico albero dal quale non potevano mangiare era quello in mezzo al giardino, poiché altrimenti sarebbero morti. Poi lui disse alla donna che non sarebbero morti affatto, anzi: avrebbero aperto gli occhi e, avendo conoscenza del bene e del male, sarebbero stati come Dio (Genesi 3: 4-5).
Così avvenne il misfatto.
La donna mangiò un frutto dell’albero e ne diede anche a suo marito. Allora i loro occhi si aprirono e si accorsero di essere nudi (Genesi 3:7). Di conseguenza si coprirono come meglio poterono, facendo delle cinture con delle foglie di fico. Dio cercò poi l’uomo nel giardino ed egli, quando si sentì chiamare da Lui, rispose che si era nascosto perché era nudo. Di conseguenza, Dio gli chiese come facesse a sapere di essere nudo e scoprì così che mangiò dall’albero della conoscenza del bene e del male. Adamo accusò sua moglie di avergli dato il frutto dell’albero e lei, a sua volta, incolpò il serpente per averla ingannata.
Le conseguenze di questa scoperta furono terribili.
Oltre ad aver maledetto il serpente, Dio moltiplicò le pene e i dolori della donna nella sua gravidanza (“con dolore partorirai figli” Genesi 3:16), poi maledisse il suolo a causa della disobbedienza di Adamo, costringendo quindi lui a mangiarne il frutto con affanno per tutti i giorni della sua vita. Dopo aver fatto ciò, Dio vestì sia Adamo sia Eva di tuniche di pelle e li cacciò dal giardino di Eden, in modo che non potessero mangiare neanche dall’albero della vita e vivere, quindi, per sempre. Dopo aver fatto ciò, Dio mise a oriente del giardino di Eden i cherubini a protezione della via dell’albero della vita.
Dio, prima di cacciare Adamo ed Eva dal giardino di Eden, disse una cosa importantissima (Genesi 3:22): “Ecco, l’uomo è diventato come uno di noi, quanto alla conoscenza del bene e del male”. Quindi il serpente aveva ragione su questo aspetto. Ma Dio aveva detto ad Adamo che se avesse mangiato dall’albero della conoscenza del bene e del male sarebbe certamente morto. Io penso che Dio non intendesse con questo la morte fisica di Adamo, ma la morte della sua innocenza. Infatti, subito dopo esser diventato cosciente del bene e del male, Adamo si copre a causa della sua nudità. L’uomo, essendo ora in grado di discernere il bene dal male, è morto poiché non più preservato dalle dinamiche del bene e del male. Ora fa parte dell’ingranaggio, del “mondo” come noi lo conosciamo.
Questo fa riflettere anche su un altro aspetto. L’uomo è l’unico essere vivente di tutto il creato a essere cosciente del bene e del male. Questo fa sì che, quando egli compie il male, lo fa con consapevolezza. Questo dovrebbe indurci a riflettere e a monitorare le nostre azioni. Spesso, un po’ per moda, un po’ per essere “conformi” alla società e ai suoi idoli, compiamo azioni stupide, altre volte addirittura gravi. Ma abbiamo la tendenza a giustificarci (“fanno tutti così, cosa ci sarà di male?”), a crogiolarci nel bias cognitivo dell’”effetto gregge”, a non dare peso a queste azioni perché, in fin dei conti, passano inosservate. Magari “agli altri” sì, ma alla nostra coscienza no, e lo sappiamo. Lo sappiamo benissimo. Lo sappiamo perché siamo in grado di distinguere il bene dal male allo stesso modo di Dio. Lo sappiamo perché la nostra coscienza urla e noi la soffochiamo per conformarci alla cosiddetta “massa”. Ma ne vale così tanto la pena?
Voglio chiudere questo post con due cose un po’ più leggere.
La prima è una domanda simile al primo post: perché Dio in Genesi 3:22 parla ancora al plurale? Infatti dice: “Ecco, l’uomo è diventato come uno di noi, quanto alla conoscenza del bene e del male. Guardiamo che egli non stenda la mano e prenda anche del frutto dell’albero della vita, ne mangi e viva per sempre”.
La seconda è una constatazione: il capitolo 3 della Genesi chiude con i cherubini che vibrano da ogni parte una spada fiammeggiante per custodire la via dell’albero della vita… ma che scena epica non è?!
Ogni suggerimento, chiarimento o commento è sempre ben accetto. Grazie mille e a presto!
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ciociara
Qui il capitolo uno
Qui il capitolo due
Cap. 3 – La prima donna
Sebbene la mancanza di fiato l’avesse scosso e non poco, Fernando non ne fece parola, tanto più che di amici ne aveva pochi e chi più chi meno era un asino tale e quale a lui, anche se si davano delle gran arie; e poi, d’altro canto non un cane l’avrebbe ascoltato con…
La lince ci mette un po’ a raggiungermi. Stringe a se un vecchio gatto. Alzo un sopracciglio. “Devi raccattare ogni bestia che incontriamo fino a Zafar?” “Non siate sciocco.” Sbatte ingenuamente quegli orribili occhi dorati, che mi fissano senza vedermi.
Dei, è — Non mi ero mai accorto di come sembri che la cornea si sia inspessita lasciando questi occhi, enormi, interamente gialli e senza l’ombra di pupilla o iride che sia. ”è- Il gatto di Irina..” Rimango un poco stupefatto da quest’ultima affermazione. “Come-?” “Lo so e basta.” risponde scontrosa. Accarezza tristemente il gatto. È molto vecchio e perde molto pelo. Sembra si stia aggrappando alla vita solo per rivedere la sua padrona. La dama dei fiori mi pare piuttosto triste.. Riesce a sentire la tristezza dell’animale? Il gatto miagola e lei risponde prontamente. “Parlate?” Sorride amaramente. “Sentimenti.” è tutto ciò che mi risponde. Guardo l’enorme leone al suo fianco.Che animale maestoso. Rido. L’atmosfera è pesante, non capisco per quale motivo. ” E lui? Il tuo fidanzato?” “Un caro amico.” sorride. Che ghigno deforme. A volte mi dimentico di come queste linci siano così antropomorfe. Tuttavia, nonostante il corpo così simil-umanesco, la soffice peluria che la ricopre, la bella coda, gli arti felini, le grosse zampe, senza contare quelle orecchie così strane confonde tutta l'idea. Che bestia strana, decisamente.
Alla fine, decidiamo di partire verso la stazione ferroviaria. Il mio bagaglio non è immenso, così come il suo è veramente leggero. Più che altro mi porto dietro qualche arma. tra cui qualche coltello da portare sempre a contatto col corpo e la mia shimshar, finemente decorata. Osservo la lama. Mi venne donata subito prima di diventare Generale. . La donna rimane in silenzio tentando di capire le mie azioni. Di certo non è semplice data la sua situazione. “Scusami.” mormoro. “Senti.” le porgo la spada. Passa qualche momento le dita sull’elsa, sulle scritte nelle rune del Nord. “Oh- Un’arma di realizzazzione nordica? Dalle città liberate, dallo stile.” Sorride ancora. Sembra riportarle alla mente memorie passate, d’una nostalgia incalcolabile. Eppure non pare così vecchia, avrà a mala pena una ventina d’anni.
"Non ho mai saputo leggere quelle lettere di voi linci." mormoro a bassa voce. È un po’ una vergogna non sapere cosa ci sia scritto sulla propria arma. "Vivi aŭ morti." recita la ragazza, sfiorando le lettere finemente incise in quell’avorio così strano. "Vivere o morire. Conosco quest’arma, e il suo nome è Casisto, cacciatore." Sorride ancora. Non riesco a comprendere come questa donna la conosca. Non sembra una a cui piace vivere armato, soprattutto visto le lunghe unghie che le escono dai morbidi polpastrelli.
La aiuto a scendere le scale del viale di reggia Till Krova. Il leone le cammina al fianco aiutandola- La città è illuminata dolcemente da lampioni arancioni, che si mischia al bel terriccio scuro della città. È tutto così tranquillo. Il cielo è bello scuro, ricoperto da un manto di stelle, che si possono vedere benissimo, visto che l’illuminazione artificiale è immensamente dolce. Non riesco ad immaginarmi estremamente lontano da Okre. Questa città l’ho cresciuta io, è dove sono nato e cresciuto, e a mia volta me ne sono occupato, portandola fuori dal buco nero in cui stava sprofondando. E ora me ne vado, chissà per quanto, per cercare una donna presa da un sonno senza risveglio. Per quale motivo sto— Non lo capisco. Non lo capisco. Sto andando all’inferno, in mezzo a quelle linci che mi detestano, e.. per quale motivo. Afferro la donna per mano e la aiuto a salire sul tram. Un bel suono della campana spacca il docile silenzio della notte, mentre il tram tra gli sbuffi di vapore comincia la sua lenta corsa. Volgo lo sguardo al finestrino, osservando le case della mia città. I binari su cui siamo passano appena al fianco del Gran Canale, la salvezza di questo posto. E poi, dopo diverso tempo, i campi. Verdure, allevamento, grano. The. Immense piantagioni di the, nelle quali si possono vedere ancora i giovani che finiscono il loro turno e volgono a depositare le foglie nel magazzino.
Il tram procede lentamente e con una tranquillità che mi è ostile. Per quanto questo viaggio possa esser fatto per dormire e rilassarsi, io non riesco a chiudere occhio. Solo dopo qualche tempo, mi accorgo del triste sorriso sulle labbra della fanciulla che mi accompagna. “Ti senti bene?” le domando.”vogliate scusarmi, Sire. Tuttavia.. il vostro silenzio mi mette leggeremnte a disagio.” “E perchè mai?” di nuovo, le chiedo confuso. “Sapete— Non posso vedere nulla di ciò che ci circonda, ne tantomeno posso vedervi. Ciò mi confonde, e il silenzio mi invade il cervello. Non amo pensare troppo ai ricordi del passato.” “Oh.” mi sento un tantino in colpa, ora. Riprendo a guardare fuori dal finestrino. “Stiamo costeggiando il lungo canale. Al fianco del canale, è- un bel panorama, perchè i campi lo costeggiano, e qui e la come lische di pesce, si aprono altri piccoli canali, seguiti dalle macchie del verde. Non è affatto male.” “E oltre?” La guardo, per un secondo. Sembra un bambino, appiccicato al finestrino, che osserva con occhi enormi il paesaggio, per la prima volta fuori città. “E oltre solo il deserto, per miglia e miglia. Atrocemente caldo- Chi vi entra è perduto, o così dicono.” “Mi domando come abbiate fatto, voi, a proseguire verso le terre di Ebon Da Zir, e poi combattere per le città liberate..” “Ero nel pieno della mia adolescenza e combattevo per il sapore del sangue. È stato così che sono diventato Generale- Quando finita la battaglia, non sterminai tutti. Ero un guerriero, all’epoca. Mosso solo dalla più funesta ira. Ma vedendo quella piccola oasi, fu allora che decisi che Okre doveva essere risanata.” “Quindi siete un Generale solo grazie ai bei canali delle libertine, sì?” Rido. Effettivamente, quel canale che stiamo costeggiando, lo costruii solo dopo aver visitato quella piccola città, tenuta prigioniera da quelle maledette linci, che ne sfruttavano la gente. E proprio ora ci stiamo dirigendo verso l’impianto di desalinizzazione centrale, costruito con quei filtri copiati da loro. Il binario comincia a virare, e l’aria sempre più calda invade il vagone. Tuttavia, non è poi così male. Sarebbe ottimo dormire in questa situazione. La gatta allunga le zampe sul sedile di fronte, mentre si appoggia sul leone, bellamente steso sul posto al suo fianco, con la grossa testa poggiata sulle sue gambe muscolose, avvolte in quei bei veli dorati. Dorme? Credo di sì. E ancora una volta ho dimenticato di domandarle una sorta di nome. Non so veramente come chiamarla, ma.. pazienza.
Mi viene stretto il cuore pensando ad Irina. Povera donna.
Per quante persone io abbia salvato, non mi puliro mai la coscenza. E per quante ne abbia uccise, lei è l’unica che non— Non riesco a pensarci. Non voglio pensarci. Mi duole la gola e posso sentire le grida di terrore spaccarmi il cranio, e ancora quegli incubi dove mi afferra per il collo provando disperatamente d’uccidermi, di vendicarsi.
Mi accascio contro la poltroncina, le mani tra i capelli, mentre tento disperatamente di non lamentarmi, che la lince non si svegli, di stare in silenzio. Mi alzo in piedi, con rabbia, e percorro i bei vagoni del tram sino a giungere al fondo. Mi siedo sul bordo, guardando i binari che si veloci scorrono ai miei piedi. Mi sento il cuore pesante. Perchè sto facendo questo, io- Non riesco a capirlo. Sono un pazzo, sto andando nel regno di quelle rognose linci giusto per- una tizia, in coma, persa in un sonno dal quale non vi è risveglio!
Un bagliore di ira e dolore mentre scaglio un pugno contro il bel legno rossiccio del tram. Le nocche mi dolgono mentre mi lamento alla luna, bella, gialla e piena, che illumina i bei campi, il canale, e le stelle quasi non si vedono, da quanto quella luna splende nel cielo. Dei„ aiutatemi, vi prego. Mi sto perdendo e non so se ritroverò la strada.
Mi sto perdendo accompagnato da una lince cieca, il suo fidanzatino che potrebbe aprirmi la cassa toracica con una zampata, e un vecchio gatto bavoso.
Cosa sto facendo, dove sto andando.. ma perchè..
Qualcosa di umido e caldo mi sfiora la mano. Cos-
Il grosso leone bianco mi è affianco. Colpisce più e più volte la mia mano con il suo muso.
"oh, insomma, che vuoi?" sbotto aggressivo. Lui ringhia, e solo ora- mi accorgo di quanto sia espressivo. E di quanta saggezza pare essere costudita in quegli occhi, bloccati solo dalla barriera del linguaggio.
Guarda il paesaggio, con aria.. soddisfatta? Lo pare. Pare davvero soddisfatto.
"bello, vero?" sussurro, quasi pervaso dalla calma, quando i miei occhi abbracciano quel verde.
"Tu vieni dalle terre oltre al deserto.. Non avete problemi di questo tipo oltre alle città liberate." Rido.
Oddio.. sto parlando ad un leone.
E lui- annuisce.
Ha annuito.
...
Sospiro.
Mi afferra per una mano- un morso tiepido e morbido. Non punta a farmi del male, ma mi trovo costretto a seguirlo- e mi riporta dalla sua Linko. E poi mi incita col muso.
La linko per un secondo pare quasi disturbata dal rumore dei passi, ma ha un non sò che di..arrendevolezza.
"Sire-? tutto ok?"
"n-- no, intendo dire, si. Il tuo fidanzatino qui.. sembra volere qualcosa da me".
"Oh, è solo curioso. Conosce in parte la storia di Okre, ma non più di tanto."
"e quanto dura, questa storia?" sorride dolcemente.
La guardo.
"Quanto la mia vita.."
"Sarà un viaggio molto lungo, sire.." è l'ultima cosa che le sento mormorare.