IL COEFFICIENTE GINI PER CONFRONTARE IL DIVARIO TRA RICCHI E POVERI Cosa si nasconde dietro quella curva PIERGIORGIO ODIFREDDI Repubblica Basta un semplice confronto tra due percentuali, ad esempio tra il 20 per cento più ricco della popolazione mondiale e l’80 per cento delle risorse del pianeta che esso consuma, per esprimere in maniera precisa e concreta la grave disuguaglianza esistente oggi nella distribuzione della ricchezza del mondo. Volendo essere più precisi e articolati, bisogna però usare informazioni più dettagliate: nel 1905 l’economista statunitense Max Lorenz propose quindi, in un articolo intitolato “Metodi per misurare la concentrazione della ricchezza”, di considerare quelle che oggi si chiamano appunto curve di Lorenz. Si tratta delle curve che descrivono le percentuali crescenti della ricchezza possedute da percentuali crescenti della popolazione, partendo dal basso: cioè, da chi ne possiede di meno. Queste curve cominciano e finiscono sempre allo stesso modo, a causa del fatto che lo 0 per cento della popolazione possiede ovviamente lo 0 per cento della ricchezza, e il 100 per cento ne possiede invece il 100 per cento. Per il resto, ciascuna curva differisce a seconda della regione geografica, del momento storico e del tipo di ricchezza considerata: ad esempio, se il patrimonio o il reddito, e se al lordo o al netto dalle tasse. Ci sono due tipi estremi di curve di Lorenz. Nella direzione della completa uguaglianza, c’è la retta a 45 gradi che descrive la distribuzione perfettamente uniforme della ricchezza: cioè, quella in cui non solo il 20 per cento della popolazione mondiale consuma il 20 per cento delle risorse, ma ogni percentuale della popolazione consuma la corrispondente percentuale delle risorse. Nella direzione della completa disuguaglianza, invece, c’è la curva piatta in cui nessuno possiede niente, eccetto uno che possiede tutto, e che fa schizzare la curva al suo massimo nell’ultimo punto. Le curve di Lorenz, che nel concreto si situano sempre fra questi due estremi, misurano nel dettaglio la concentrazione della ricchezza in una data situazione, ma lo fanno al prezzo di infinite informazioni: una per ciascun valore percentuale della popolazione. Nel 1912 lo statistico italiano Corrado Gini propose dunque, nell’articolo “Variabilità e mutabilità”, di estrarre da ciascuna curva di Lorenz un’unica informazione cumulativa, che oggi si chiama appunto coefficiente di Gini, e si ottiene misurando la percentuale dell’area compresa tra la curva data e quella a 45 gradi, rispetto all’area compresa tra quest’ultima e la curva piatta. Poiché si tratta di una percentuale, il coefficiente di Gini è sempre un numero compreso fra 0 e 1, che si può riportare più comodamente a un numero fra 0 e 100 moltiplicandolo per 100, appunto. E poiché esso misura quanto la corrispondente curva di Lorenz si discosta dalla completa uguaglianza nella distribuzione della ricchezza, più è grande il coefficiente e maggiore sarà la disuguaglianza, e viceversa. Il vantaggio del coefficiente di Gini è che esso rispecchia la distribuzione della ricchezza in maniera più raffinata di quanto non facciano indicatori più rozzi quali il prodotto interno lordo di una nazione, che non dà nessuna informazione sulla distribuzione, o il reddito pro capite, che ne dà solo una rudimentale: quella statistica secondo cui, se una persona mangia un pollo e l’altra no, ne mangiano in media mezzo ciascuno. A questo punto non rimane che mettere in pratica la teoria, e vedere qualche caso concreto. Ad esempio, nell’intero mondo il coefficiente di Gini è salito da 43 a 71 nel periodo tra il 1800 e il 2000: dunque, negli ultimi due secoli l’incremento di ricchezza prodotto dalla Rivoluzione Industriale ha molto accresciuto il divario fra ricchi e poveri. Lo stesso effetto si è avuto negli Stati Uniti, dove il coefficiente è salito da 39 a 48 nel periodo tra il 1970 e il 2010, a causa del dimezzamento dell’aliquota massima delle tasse. In Italia, invece, l’aumento della pressione fiscale ha mantenuto nel periodo tra il 1980 e il 2005 il coefficiente del reddito netto quasi stabile, tra 31 e 34, mentre quello del reddito lordo saliva da 42 a 56: cioè, le alte tasse hanno agito da riequilibratore sociale della ricchezza. Guardando agli stati del mondo, ci si accorge che il coefficiente di Gini permette di classificarli in ordine decrescente di democrazia distributiva. I coefficienti sono minimi nei paesi scandinavi, e bassi in Europa, Canada e Australia. Crescono a valori medio-bassi in Russia, India e Giappone, e medio-alti in Stati Uniti, Messico e Cina. E arrivano a valori alti in Brasile, e massimi in Centrafrica e Sud Africa. A conferma del fatto che ricchezza e giustizia sociale sono cose non solo ben diverse, ma anche ben quantificabili. © RIPRODUZIONE RISERVATA CORRADO GINI L’ Uomo coefficiente FEDERICO RAMPINI NEW YORK È una delle frasi più celebri dell’economista John Maynard Keynes. Esprimeva così il dominio spesso inconsapevole che le ideologie antiche esercitano sui governanti: «Uomini pratici, che si ritengono immuni dalle influenze intellettuali, sono spesso gli schiavi di qualche economista defunto». Che sorpresa, scoprire che i leader americani sono schiavi di uno statistico defunto. Per di più italiano. E fascista. È il Wall Street Journal a ricordarcelo cogliendone l’ironia, con un articolo intitolato “Obama’s Favorite Gini”. Il Gini tanto amato da Barack Obama è Corrado, lo scienziato nato giusto centotrenta anni fa, nel 1884, a Motta di Livenza in quel di Treviso, e morto nel 1965. Il presidente Usa si affida al “coefficiente Gini” ogni volta che vuole attirare l’attenzione sulle diseguaglianze sociali. E lo fa sempre più spesso. Nell’Obama-pensiero c’è stato un crescendo, durante la seconda campagna presidenziale (2012), poi negli ultimi discorsi dell’Inauguration Day (2013) e sullo Stato dell’Unione (2014). «Il Sogno Americano non è più alla portata di tutti, le diseguaglianze sono cresciute in modo abnorme», ripete il presidente. E giù a citare statistiche che sono tutte riconducibili a quell’indicatore: il coefficiente Gini, che dal 1912 è lo strumento statistico più autorevole, più universale, più attendibile per misurare la distanza tra i ricchi e i poveri. O meglio ancora la “dispersione statistica” che descrive accuratamente le distanze tra tutti i redditi. Più di recente Bill de Blasio, il neosindaco di New York, ha impostato la sua trionfale campagna elettorale usando le stesse statistiche. Diversi premi Nobel dell’Economia, come Joseph Stiglitz, Paul Krugman, Amartya Sen, insistono sui pericoli di una “deriva delle diseguaglianze”, che non è soltanto inaccettabile eticamente e politicamente, ma impedisce una ripresa economica sana, solida e sostenibile. E giù a citare il coefficiente Gini, tutti quanti: è in quel numero la conferma scientifica e indiscutibile che le diseguaglianze sono aumentate, sia in un trend secolare (dall’inizio del Novecento), sia in un arco di tempo più recente (l’accelerazione dagli anni Ottanta a oggi che ha proiettato un’élite di ricchi verso la stratosfera, mentre l’intero ceto medio ristagna). Ma anche la destra neoliberista si guarda bene dal contestare Gini. Il contro-argomento dei nipotini di Ronald Reagan è un altro: il coefficiente Gini ci dice che la Francia con la sua aliquota marginale Irpef al 75 per cento è meno diseguale degli Stati Uniti, ma questo non basta per combattere la disoccupazione giovanile francese. Meglio essere più diseguali, ma tutti un po’ più ricchi: è la metafora reaganiana dell’alta marea che al- za tutti i battelli, sia gli yacht che le barche dei pescatori. Siamo comunque sempre all’interno di una realtà descritta da Gini. Il paradosso che ricorda il Wall Street Journalè che lo stesso statistico, riverito dal pensiero progressista del terzo millennio, era l’autore di un saggio intitolato Le basi scientifiche del fascismo (1927). Fu ben ripagato dal regime: Benito Mussolini ne fece il presidente dell’Istituto Centrale di Statistica. Il Duce era influenzato dal pensiero di Gini soprattutto sulla demografia. Già nel 1912, scrivendo I fattori demografici dell’evoluzione delle nazioni, Gini aveva teorizzato l’importanza della natalità elevata, della crescita della popolazione, come motore di dinamismo. E il fascismo in seguito si sarebbe impegnato su quella strada, con politiche di incentivo alle nascite. La fede fascista di Gini gli procurò qualche guaio al termine della seconda guerra mondiale: il 6 novembre 1944 dovette dimettersi da tutti gli incarichi accademici in attesa della conclusione del processo sulle sue responsabilità durante il regime, il 24 gennaio 1945 fu sospeso senza stipendio per un anno. Ma al termine di un ricorso, il 17 dicembre 1945, Gini fu di fatto prosciolto da tutte le accuse con la decisione finale di non procedere nei suoi confronti. L’anno seguente riprese a insegnare, nel 1949 tornò a presiedere la Società Italiana di Statistica, fino alla sua morte. La riabilitazione di Gini non stupì nessuno, né in Italia né all’estero. La sua statura scientifica era straordinaria, riconosciuta ben oltre i confini d’Italia e d’Europa. Considerato come uno dei più grandi statistici di tutti i tempi, erede e continuatore della tradizione di Vilfredo Pareto, nel 1920 era stato eletto membro onorario della Royal Statistical Society britannica. Ebbe lauree ad honorem da università di tutti i continenti, inclusa Harvard. Le sue teorie facevano presa ben oltre i seguaci del fascismo. La cosiddetta “eugenica”, derivata dalle sue idee sulla demografia e la natalità, ebbe ampia diffusione nel mondo intero. Gini dava una veste statistico- matematica alla visione di Oswald Spengler sul declino dell’Occidente. Per lo scienziato italiano le nazioni nella loro giovinezza hanno alti tassi di fertilità e natalità, poi con il benessere subentra la denatalità, a cominciare dalle classi sociali più elevate: donde lo stadio finale della decadenza, in cui le nazioni senescenti soccombono inevitabilmente nella competizione con quelle più giovani. Un altro aspetto curioso della biografia di Gini, al crepuscolo del fascismo, fu la sua adesione al Movimento Unionista, che proponeva l’annessione dell’Italia agli Stati Uniti. E non solo dell’Italia. In effetti per gli Unionisti, che adottarono come emblemi la bandiera Usa a stelle e strisce, più quella italiana e una carta geografica mondiale, gli Stati Uniti avrebbero dovuto annettersi tutte le democrazie del pianeta e diventare di fatto un governo mondiale. Il movimento ebbe breve durata, si sciolse nel 1948, e non risulta aver mai goduto di appoggi da parte di Washington. È il coefficiente di Gini, quello che sopravvive in modo davvero sorprendente. Anche coloro che ne denunciano i limiti, finiscono per proporne una versione allargata. Così negli ultimi decenni sono nati coefficienti di Gini che oltre al reddito misurano le diseguaglianze in termini di accesso all’istruzione; di mobilità sociale; di opportunità. La forza di quell’indice prescinde dal paese in cui è nato: l’Italia figura molto male nelle classifiche stilate con l’indice Gini, sia che misuri le disparità nei redditi, sia per gli altri indicatori di mobilità e opportunità. © RIPRODUZIONE RISERVATA