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DUE COGLIONI COSI'
Multa milionaria ai social di Meta, creano dipendenza
L'Unione Europea accusa Meta, il design di Instagram e Facebook viola il DSA creando dipendenza negli utenti. La Commissione Europea ha formalizzato le sue conclusioni preliminari nell'ambito dell'indagine avviata contro Meta, contestando al colosso di Menlo Park una grave violazione del Digital Services Act (DSA). Secondo l'esecutivo europeo, le interfacce e le architetture strutturali di Instagram e Facebook sarebbero state scientificamente progettate per generare dipendenza comportamentale negli utenti, con impatti diretti sulla salute psicofisica dei cittadini europei, in particolare i minori e i soggetti più vulnerabili.
Se queste conclusioni provvisorie troveranno conferma nella fase finale dell'istruttoria, Meta si troverà ad affrontare una sanzione finanziaria senza precedenti, che potrebbe raggiungere il 6% del suo fatturato annuo globale.
L'atto di accusa della Commissione Europea si concentra su specifiche funzionalità tecniche ed elementi di design della UX (User Experience) definiti come potenzialmente tossici. Tra questi figurano:
- Lo scroll infinito (Infinite Scroll): L'eliminazione delle barriere di paginazione che rimuove i naturali "segnali di stop" visivi, spingendo l'utente a consumare contenuti in modo continuativo e inconsapevole. - La riproduzione automatica (Autoplay): L'avvio immediato dei video successivi senza alcuna interazione richiesta, una dinamica che cattura l'attenzione e riduce la capacità di scelta cosciente del fruitore. - Le notifiche push personalizzate: Segnali inviati in momenti calcolati dagli algoritmi predittivi per indurre l'utente a riaprire l'applicazione, sfruttando la vulnerabilità psicologica legata alla paura di essere esclusi (FOMO). - Sistemi di raccomandazione iper-personalizzati: Algoritmi ottimizzati per massimizzare il tempo di permanenza sulla piattaforma (engagement), che tendono a somministrare contenuti progressivamente più polarizzanti o stimolanti per mantenere attivo il circuito neurologico della ricompensa.
La Commissione sottolinea come tali architetture informatiche inducano un uso compulsivo delle piattaforme, esacerbando rischi legati a disturbi del sonno, ansia, deficit dell'attenzione e alterazioni dello sviluppo cognitivo nei minori.
Il DSA impone alle cosiddette VLOP (Very Large Online Platforms), ovvero le piattaforme digitali con oltre 45 milioni di utenti attivi nell'UE, obblighi rigorosi in materia di mitigazione dei rischi sistemici. La normativa stabilisce che i giganti del web debbano non solo analizzare i potenziali effetti negativi dei loro servizi sui diritti fondamentali e sulla salute pubblica, ma anche implementare attivamente soluzioni di design che tutelino la sicurezza e la privacy fin dalla progettazione (privacy and safety by design).
Le conclusioni preliminari indicano che Meta avrebbe fallito nel valutare e correggere tali rischi, anteponendo le metriche di engagement e la monetizzazione pubblicitaria al benessere degli utenti.
Il quadro sanzionatorio previsto dal Digital Services Act per le violazioni accertate è estremamente severo. La sanzione massima teorica pari al 6% del fatturato globale rappresenta una minaccia economica massiccia per il bilancio di Meta. Oltre alla sanzione pecuniaria, la Commissione Europea ha il potere di imporre modifiche strutturali obbligatorie al design dei social network, costringendo l'azienda a disattivare o riconfigurare radicalmente lo scroll infinito, i sistemi di autoplay e le logiche di raccomandazione algoritmica all'interno dei confini dell'Unione Europea.
La risposta dei vertici di Meta non si è fatta attendere. Un portavoce ufficiale della holding ha espresso fermo disaccordo con i risultati preliminari di Bruxelles, sostenendo che l'indagine non rifletta i recenti e significativi investimenti tecnologici effettuati dall'azienda per la protezione delle fasce d'età più giovani.
Meta fa leva in particolare sul recente lancio degli "Account per Teenager" (Teen Accounts), una suite di profili speciali ad attivazione automatica per i minori che introduce limiti strutturali nativi. Questa configurazione permette l'attivazione automatica della modalità privata per i profili dei ragazzi, il blocco dell'accesso a Instagram durante le ore notturne e la limitazione del tempo di utilizzo giornaliero della piattaforma fino a un minimo di 15 minuti, espandendo al contempo gli strumenti di monitoraggio e controllo a disposizione dei genitori. La società ha comunque ribadito la volontà di mantenere aperto un canale di collaborazione costruttivo con le istituzioni europee per risolvere i rilievi sollevati.
L'invio di queste conclusioni preliminari avvia ora la fase in cui Meta potrà visionare gli atti della Commissione, rispondere per iscritto e richiedere un'audizione formale per presentare le proprie memorie difensive prima che l'esecutivo UE formuli la sua decisione definitiva.
“Questo articolo ha beneficiato dell’assistenza di Gemini, un modello linguistico AI”
Il dito e la luna: dal controllo delle chat private al documento NATO che lo ha reso pensabile
di Patrizio Ricci | vietatoparlare.it
Il 9 luglio, ultimo giorno di sessione prima della pausa estiva, con l'emiciclo che si stava svuotando, il Parlamento europeo ha lasciato passare la norma che consente alle piattaforme di scansionare le comunicazioni private dei cittadini. Lo stesso Parlamento aveva respinto quel testo due volte.
Nei giorni precedenti amici mi hanno segnalato la raccolta firme di CitizenGO contro il controllo delle chat. È un'iniziativa giusta e l'ho firmata. Migliaia di persone hanno fatto la stessa cosa, mosse dall'istinto corretto: qualcosa, dentro quel provvedimento, non torna.
Poi il provvedimento passa lo stesso, e la settimana successiva ne arriva un altro, su un fronte apparentemente scollegato. E un altro ancora. Ogni volta si riparte da zero: una nuova petizione, un nuovo allarme, un nuovo esperto che spiega perché quella specifica norma è pericolosa.
Chi combatte così ha già perso, e non per debolezza. Perde perché sta guardando il dito.
La luna sta a pagina 36
«I primi cinque teatri operativi — terra, mare, aria, spazio, cyberspazio — possono portare a vittorie tattiche e operative; soltanto il teatro umano può portare alla vittoria finale e completa.»
La frase si trova a pagina 36 di un documento pubblico, firmato François du Cluzel, prodotto dall'Innovation Hub dell'Allied Command Transformation della NATO e pubblicato nel gennaio 2021. Titolo: Cognitive Warfare. Chiunque può scaricarlo, e nessuno lo fa.
Un anno prima, dallo stesso comando, era circolato Cognitive: a 6th Domain of Operations. Nel giugno 2021 la NATO tiene a Bordeaux il primo incontro scientifico dedicato alla guerra cognitiva. Nessun retroscena, nessun rumor: dottrina pubblicata, con autori, sedi e date. Ne ho ricostruito altrove la traduzione in pratica operativa dopo l'ingresso dell'intelligenza artificiale generativa.
Quel corpus dice una cosa sola, e la dice senza infingimenti. Se la mente è un dominio bellico, allora ciò che entra nell'ecosistema informativo diventa materia di difesa. L'apertura delle società liberali viene riclassificata: da valore a superficie d'attacco. Il pluralismo diventa una vulnerabilità da ridurre.
Da questa premessa discendono, in successione ordinata, provvedimenti che i giornali raccontano come episodi slegati. Presi uno per uno hanno ciascuno una giustificazione tecnica plausibile e un ufficio che la sostiene in buona fede. Letti a partire dal gennaio 2021, disegnano l'esecuzione di una dottrina militare dentro il diritto civile di un continente.
Cinque anni, nessuna deviazione
Metto in fila i fatti nudi, ciascuno verificabile e datato.
Gennaio 2021: la NATO pubblica lo studio sul dominio cognitivo. Marzo 2022: l'Unione europea vieta la diffusione dei contenuti di RT e Sputnik. Luglio 2022: il Tribunale UE respinge il ricorso di RT France (causa T-125/22) e giudica le misure proporzionate perché temporanee. Aprile 2024: la direttiva 2024/1226 obbliga gli Stati membri a trasformare in reato la violazione delle sanzioni. Maggio 2025: per la prima volta l'Unione sanziona un giornalista cittadino europeo, senza alcuna accusa penale. Dicembre 2025: la lista si allarga ad analisti e commentatori non allineati, tra cui lo svizzero Jacques Baud. 30 dicembre 2025: l'Italia recepisce con il d.lgs. 211, in vigore dal 24 gennaio 2026. 2 luglio 2026: la Corte di giustizia stabilisce che «operatore» è chiunque. 9 luglio 2026: il Parlamento europeo vede rientrare, per via procedurale, la scansione dei messaggi privati che aveva già bocciato.
Sessantasei mesi. Nessuna inversione, nessun ripensamento, nessuna correzione di rotta. Estensioni progressive del perimetro, ciascuna resa accettabile dalla precedente.
Prendo il penultimo gradino, quello del 2 luglio, perché mostra meglio di ogni altro come funziona il meccanismo.
Quattro video, un blog senza pubblicità
La sentenza porta il numero C-67/25, depositata a Lussemburgo il 2 luglio 2026. Caso Traugott Ickeroth.
Tre cittadini tedeschi vengono perseguiti penalmente in Germania per aver ripubblicato quattro video di RT Germany su un sito ad accesso libero, senza pubblicità, mantenuto da donazioni volontarie: sessantamila euro in un anno e mezzo, l'ordine di grandezza di un blog di provincia tenuto in piedi dai lettori.
Il giudice tedesco non decide. Sospende il processo e gira la domanda a Lussemburgo: quelle tre persone possono essere considerate «operatori» ai fini del divieto europeo di diffusione?
Risposta affermativa. La qualifica comprende chiunque sia responsabile, direttamente o indirettamente, della messa a disposizione dei contenuti vietati. Non dipende dallo scopo di lucro. Non dipende dalla natura economica dell'attività. Non dipende né dalla portata né dalla durata della diffusione. Il termine, osservano i giudici, nel regolamento 833/2014 non è mai accompagnato dall'aggettivo «economico».
Chiarisco subito una cosa, perché conosco l'etichetta che si prepara. Non scrivo in difesa di Russia Today, emittente che considero uno strumento statale come tanti altri, e che nel merito non mi interessa. Scrivo perché il criterio adottato per colpirla è un criterio che, una volta introdotto nell'ordinamento, non si ferma a lei. Un principio giuridico non ha simpatie politiche: si applica a chi capita sotto la sua definizione. E la definizione, dal 2 luglio, comprende chiunque renda accessibile un contenuto.
Poliziotto buono e poliziotto cattivo
Qui compare il dettaglio che nessun giornale ha raccontato, e che vale più dell'intera sentenza.
La Commissione europea, nelle proprie FAQ interpretative, aveva rassicurato per anni: il divieto riguarda i soggetti che svolgono attività commerciale o professionale. La Corte ha spazzato via quel chiarimento. Le FAQ non sono vincolanti e leggono la norma in modo indebitamente restrittivo.
Bruxelles calma, Lussemburgo colpisce. L'esecutivo minimizza, il giudice estende. Il risultato coincide con la lettura più larga possibile del testo.
La stessa scena si ripete, con altri attori, sette giorni dopo.
Il 26 marzo il Parlamento europeo respinge la proroga della deroga che consente alle piattaforme di scansionare le comunicazioni private: 311 voti contro 228, 92 astensioni. La deroga scade il 3 aprile, e per tre mesi la scansione dei messaggi privati in Europa resta priva di base giuridica.
Il 2 luglio il Consiglio adotta la propria posizione su un testo sostanzialmente identico, presentato come regolamento nuovo. La mossa non riapre la discussione: sposta il dossier di stanza. Si entra in seconda lettura.
Il cambio di stanza cambia le regole del gioco, e conviene capire come. In prima lettura il Parlamento deve costruire una maggioranza per approvare: si conta chi vota, e chi resta fuori non pesa. In seconda lettura l'onere si rovescia. La posizione del Consiglio si considera accolta salvo che il Parlamento la respinga o la emendi, e per farlo serve la maggioranza assoluta dei componenti — 361 voti su 720 eletti, non dei presenti in aula.
Chi si astiene aiuta il testo. Chi è assente aiuta il testo. Il silenzio equivale al sì.
La proposta di reiezione raccoglie 314 voti favorevoli, 276 contrari, 17 astensioni. Una maggioranza dei votanti vuole bocciare il provvedimento; il provvedimento passa ugualmente, perché quei 314 stanno quarantasette voti sotto la soglia. La deroga torna in vigore e vi resterà fino al 2028, o fino a un accordo sul regolamento permanente.
Sarebbe disonesto sostenere che la soglia sia stata ritagliata su misura. Poche ore dopo, lo stesso Parlamento quella maggioranza assoluta la raggiunge: 369 voti per l'emendamento 30, che esclude dalla scansione le comunicazioni protette da crittografia end-to-end. WhatsApp e Signal restano fuori dal regime temporaneo. Il testo emendato torna ora al Consiglio, che ha tre mesi per accettare o respingere le modifiche; se non le accetta tutte, si apre la conciliazione. Il regolamento permanente — quello che renderebbe la scansione obbligatoria — resta in trilogo.
I numeri dicono una cosa sola. Esisteva una maggioranza qualificata per proteggere la crittografia. Non ne esisteva una, abbastanza larga, per fermare il meccanismo. Il calendario ha fatto il resto.
Parlamento che dice no, Consiglio che ripropone. Commissione che rassicura, Corte che allarga. Due coppie, un solo esito.
La lettura che ne ricavo — e la dichiaro come ipotesi ancorata a questi fatti, non come fatto accertato — è che la dialettica tra istituzioni europee funzioni oggi come un attrito interno che rallenta senza mai deviare. Nessuno dei due poli mette in discussione la premessa del 2021: la mente è un teatro operativo, l'informazione va messa in sicurezza. Discutono la velocità, mai la direzione. Chi guarda il singolo provvedimento vede un dissenso istituzionale e si tranquillizza. Chi guarda cinque anni vede una linea retta.
Patrick Breyer, giurista ed ex europarlamentare, ha commentato il voto dicendo che un provvedimento capace di avanzare contro la maggioranza dei deputati votanti è «una farsa» che danneggia la democrazia.
Ho firmato la petizione di CitizenGO e la rifirmerei domani. Ma difendere una singola casella mentre la scacchiera viene ridisegnata è precisamente il modo in cui si perde una partita senza accorgersene. Il dito e la luna, come scrivevo ieri.
La verità non è più una difesa
Torno alla sentenza del 2 luglio, perché il suo contenuto giuridico è più radicale della sua portata pratica.
Le misure restrittive non vietano la diffusione di notizie false. Non vietano la propaganda. Vietano la diffusione di contenuti provenienti da un soggetto elencato nell'allegato XV. La veridicità non entra nel giudizio, l'interesse pubblico dell'informazione non entra nel giudizio. Il divieto, precisa il paragrafo 35, riguarda «qualsiasi contenuto», trasmesso con qualsiasi mezzo: cavo, satellite, IP-TV, provider, piattaforme video, applicazioni nuove o preinstallate.
Se RT scrivesse che il mare è blu, chi condivide quella frase violerebbe la sanzione esattamente come se avesse rilanciato una menzogna. Il criterio si è spostato dall'oggetto al soggetto.
L'analista Arnaud Bertrand ha definito il passaggio «un completo disfacimento dell'intero progetto politico-filosofico e giuridico post-illuminista»: quello per cui generazioni di europei hanno lavorato per sostituire la domanda chi lo dice con la domanda è vero. Il diritto europeo dell'informazione è tornato, su questo punto, a un criterio di autorità.
Il contraddittorio presuppone che l'interlocutore abbia titolo per parlare. Negato quel titolo in via preventiva, la discussione nel merito non comincia. Il che spiega perché il dibattito pubblico europeo non abbia mai affrontato le domande scomode sulla guerra in Ucraina: le assicurazioni sull'allargamento della NATO, il vertice di Bucarest del 2008, il 2014, i negoziati respinti nella primavera del 2022. Non sono state confutate. Sono state rese impronunciabili collocandole nel campo semantico del nemico.
Come ripete da anni Alessandro Orsini, il meccanismo non richiede censura esplicita: basta che un argomento venga associato a una fonte marchiata perché discuterlo diventi socialmente costoso. È la dinamica che ho descritto parlando della guerra delle narrative, quando al nemico si nega in partenza il diritto di avere ragioni. La sentenza prende quel costo sociale e lo converte in rischio penale.
Cosa rischia, oggi, un cittadino italiano
Il decreto legislativo 30 dicembre 2025 n. 211, pubblicato in Gazzetta il 9 gennaio e in vigore dal 24 gennaio 2026, attua la direttiva 2024/1226 e introduce nel codice penale un capo nuovo: «Delitti contro la politica estera e la sicurezza comune dell'Unione europea», articoli da 275-bis a 275-decies.
L'articolo 275-bis punisce la violazione delle misure restrittive con la reclusione da due a sei anni e la multa da 25.000 a 250.000 euro. Le condotte tipizzate riguardano fondi, beni, servizi, prodotti dual-use, operazioni finanziarie. Che la diffusione di un contenuto vi rientri è materia contestata: il giornalista Vincenzo Lorusso sostiene che in Italia non esista una norma penale chiara che preveda il carcere per la sola pubblicazione di un video RT, e richiama l'articolo 21 della Costituzione. L'Italia, per altro verso, non ha ancora designato l'autorità nazionale competente per la vigilanza.
L'incertezza non è un difetto del sistema: ne è il prodotto più efficace. Nessuno sa esattamente dove passi la linea. Chi scrive impara a stare molto indietro rispetto a dove immagina che sia. Luciano Barra Caracciolo, magistrato e studioso del rapporto fra ordinamento costituzionale e vincoli europei, sostiene da anni che l'integrazione per via giudiziaria produce mutamenti costituzionali che nessun parlamento nazionale ha mai votato. La C-67/25 ne è l'esempio più netto degli ultimi vent'anni.
Doğru: la morte civile senza un processo
Le astrazioni giuridiche diventano leggibili quando hanno un nome. Il 20 maggio 2025 il Consiglio dell'Unione europea inserisce nella lista delle sanzioni Hüseyin Doğru, cittadino tedesco, giornalista, fondatore della piattaforma red., noto per i reportage sulle proteste pro-Palestina e sulla guerra a Gaza.
Doğru non è mai stato incriminato in Germania. Nessun tribunale ha esaminato prove a suo carico. La motivazione dell'Unione lo colloca nel quadro delle «attività destabilizzanti» russe e cita, tra gli elementi a supporto, la sua stessa attività giornalistica.
Conti congelati. Divieto di viaggio. Un minimo esistenziale di 506 euro autorizzato e poi bloccato dalla banca. Congelati anche i conti della moglie, che non figura in alcuna lista, e della madre pensionata. La Frankfurter Allgemeine, che nessuno sospetterebbe di simpatie filorusse, ha riferito nel giugno 2026 che l'Unione non ha prodotto prove dei legami con Mosca.
Un parere legale redatto dall'ex giudice della Corte di giustizia Ninon Colneric con la professoressa di diritto internazionale Alina Miron, presentato al Parlamento europeo, definisce l'effetto complessivo di queste misure una «morte civile»: congelamento dei beni, cancellazione della capacità economica, assenza di controllo giudiziario preventivo, negazione del diritto a un'udienza.
Tre bambini, due dei quali neonati, restano senza mezzi perché un ufficio ha deciso — senza giudice, senza processo, senza contraddittorio — che il lavoro del padre destabilizzava l'Unione. Chiunque abbia a cuore la dignità della persona come fondamento non negoziabile dell'ordine politico dovrebbe fermarsi qui, prima di ogni valutazione geopolitica.
Il doppio standard è verificabile sul piano normativo, e non richiede giudizi di merito: nessun regolamento europeo vieta la diffusione dei contenuti di Channel 12 o di Kan 11. Nessun cittadino europeo rischia conseguenze penali per averli condivisi. La logica categoriale che avevo osservato nel ventunesimo pacchetto di sanzioni — colpire per appartenenza, non per condotta — trova qui la sua applicazione al discorso pubblico.
La sicurezza come prerequisito dei diritti, cioè come loro sospensione
Il dispositivo retorico che tiene insieme la scansione delle chat, le sanzioni ai giornalisti e la sentenza del 2 luglio discende in linea diretta dalla dottrina del 2021: la sicurezza è il presupposto del godimento dei diritti. Prima mettiamo in sicurezza il continente, poi torniamo a parlare di libertà.
La formula ha un pregio pratico notevole. La sicurezza non ha criterio oggettivo di soddisfazione: è chi la definisce a stabilire quando sia stata raggiunta. Un prerequisito inverificabile produce una sospensione che nessuno può far cessare.
Lo stesso schema aveva già funzionato con l'austerità: prima i conti, poi i diritti sociali. I conti non tornavano mai. Thomas Fazi ha mostrato come quella condizionalità permanente abbia riconfigurato il rapporto fra istituzioni europee e corpi elettorali molto prima che si parlasse di guerra ibrida.
Il diritto liberale postulava che i diritti esistono in sé, e che al cittadino spetta rivendicarli. Il sistema che si sta insediando li tratta come concessioni: il sovrano li accorda a chi si comporta bene. La giurista Michela Arricale lo ha detto con una formula esatta: una volta accettato il limite, spostare l'asticella in avanti diventa molto meno problematico.
Romano Guardini scriveva che l'uomo il quale perde il rapporto con la realtà come datum — come qualcosa che gli è dato e che lo precede — diventa materia plasmabile per chi controlla le narrazioni. Augusto Del Noce aggiungeva che il totalitarismo maturo non ha bisogno di negare la verità: gli basta rendere irrilevante la questione della verità, sostituendola con la questione dell'appartenenza.
Chi decide chi può parlare ha già deciso cosa possiamo pensare
Resto convinto che la partita non sia persa, per una ragione precisa: queste misure funzionano solo finché restano invisibili. La C-67/25 è stata scritta in un linguaggio tecnico per non essere letta. Il voto del 9 luglio è stato calendarizzato nel giorno più vuoto dell'anno per non essere visto.
Centrodestra in Frantumi: perché in Italia ogni rivolta contro Bruxelles finisce per servirla
Si è riunita nel fine settimana, all'Auditorium della Conciliazione di Roma, l'assemblea costituente di Futuro Nazionale, il partito fondato da Roberto Vannacci dopo la rottura con la Lega: una formazione che quattro mesi fa non esisteva. Erano circa millesettecento delegati, a porte chiuse, e gli organizzatori parlano già di novantaquattromila iscritti: più della Lega di Salvini, che pure è la formazione più anziana oggi in Parlamento. La cosa curiosa è che, pochi giorni prima, alla nuova sigla erano passati cinque parlamentari di Lega e Forza Italia, e insieme a loro l'economista Antonio Maria Rinaldi, già europarlamentare. Ai giornalisti che gli chiedevano di un possibile rientro nella maggioranza, il leader ha risposto con una domanda: e perché dovrei allearmi con chi porta avanti l'agenda Draghi?
Ciò che mi preme in questo momento non è parlare del fondatore; meno ancora dei toni con cui parla, che per me è una questione irrilevante. Mi interessa invece cosa sta muovendo, e i sondaggi lo dicono con chiarezza. Una fetta non trascurabile dell'elettorato di centrodestra — amministratori locali, quadri di partito, militanti dei territori — si sta spostando verso un'offerta politica costruita per intero sulla critica ai vincoli europei, alla linea sull'Ucraina e alle politiche migratorie. Non è un capriccio del momento. È un riequilibrio che intacca un blocco che fino a ieri sembrava saldo. E che proprio quella frase, l'agenda Draghi, sia diventata il punto attorno a cui si raccoglie il malcontento racconta più di qualunque cifra.
Il segnale, non il personaggio
Chi osserva la politica italiana con lo strumento dell'analisi, e non della tifoseria, sa che le figure passano e i pattern restano. La nascita di un nuovo soggetto sovranista non è la notizia: la notizia è lo scarto crescente che una parte dell'elettorato percepisce tra ciò che viene promesso in campagna elettorale e ciò che viene effettivamente attuato una volta al governo. Questo scarto si concentra su tre assi precisi — sovranità economica, politica estera, controllo dei confini — e sono esattamente i tre terreni su cui, da decenni, la sovranità italiana è stata progressivamente condizionata.
La parola chiave è condizionata. Non abolita formalmente, ma svuotata di sostanza attraverso una catena di vincoli esterni che ogni governo, di qualunque colore, ha finito per accettare. Ho già analizzato altrove come questo meccanismo non riguardi soltanto i conti pubblici (rimando qui all'articolo Dal referendum ai vincoli UE: l'Italia che non riesce a liberarsi). Qui voglio mostrare perché la storia recente suggerisce che anche questa nuova spinta, se e quando incontrerà le istituzioni, rischia di seguire la stessa traiettoria di tutte le precedenti.
Dalla promessa alla continuità: anatomia di un riallineamento
Ho quanto serve. C'è anche un riscontro accademico utile: il dibattito costituzionalistico italiano (penso al volume di Fiammetta Salmoni Recovery fund, condizionalità e debito pubblico e ai saggi sulla Rivista AIC) documenta come diversi Stati temessero che la condizionalità del fondo aprisse la porta a ingerenze dell'Unione nelle politiche interne. Su quel timore giuridico si innesta bene la lettura magisteriale.
Ecco il passaggio riscritto ed espanso, nello stesso registro più asciutto che stiamo cercando:
Per capire il presente bisogna tornare a un passaggio preciso. Tra il 2018 e il 2021 l'Italia ha vissuto una fase in cui forze nate sulla critica radicale a Bruxelles e ai vincoli di bilancio hanno riallineato la propria azione alle direttive comunitarie. Lo spartiacque è stato l'adesione piena al Next Generation EU e, con esso, al rafforzamento della governance economica europea: politica fiscale vincolata, riforme strutturali coordinate dall'alto, spazio di manovra nazionale ridotto. Tutto presentato, allora, come una conquista storica di solidarietà — il debito comune, i trasferimenti ai Paesi più colpiti dalla pandemia. E in parte lo era, almeno nelle intenzioni. Ma il meccanismo con cui quella solidarietà veniva erogata raccontava un'altra storia.
Vale la pena soffermarsi, perché qui c'è un nodo che di solito sfugge all'analisi puramente economica. Il cuore del Recovery Fund non era il denaro, ma la condizionalità: i fondi arrivavano a rate, legate al raggiungimento di obiettivi e riforme negoziati bilateralmente tra Commissione e singolo Stato. Non è un dettaglio tecnico. È un trasferimento di potere reale verso l'alto, e per giunta verso un livello — quello della Commissione — privo di una catena di responsabilità democratica verificabile. Non lo dico solo io: il dibattito costituzionalistico italiano di quegli anni registrò apertamente il timore che la condizionalità, subordinando gli aiuti a piani di rientro stringenti, potesse aprire la strada a ingerenze dell'Unione nelle politiche interne. Su questo nodo, Recovery fund, condizionalità e debito pubblico, ho già provato a mostrare perché le decisioni che ci riguardano vengano prese sempre più lontano dalle persone.
Ed è qui che il Next Generation EU entra in rotta di collisione con qualcosa di più antico e più solido di qualsiasi trattato: la dottrina sociale della Chiesa. Il principio di sussidiarietà, formulato da Pio XI nella Quadragesimo Anno del 1931, dice una cosa tanto semplice quanto scomoda per ogni tecnocrazia: è ingiusto sottrarre alle comunità minori ciò che esse possono fare da sé, per affidarlo a una società più ampia e più alta. Giovanni Paolo II lo riprese nella Centesimus Annus avvertendo che una società di ordine superiore non deve interferire nella vita di una società inferiore privandola delle sue competenze, ma sostenerla. Un fondo che lega l'erogazione di risorse — risorse che, per la parte a prestito, graveranno comunque sulle generazioni future italiane — al rispetto di riforme decise altrove fa esattamente il contrario: non aiuta il livello inferiore a esercitare la propria responsabilità, lo commissaria.
C'è di più, e tocca il cuore della cosa. Benedetto XVI, nella Caritas in Veritate, definì la sussidiarietà «l'antidoto più efficace contro ogni forma di assistenzialismo paternalista», perché riconosce nella persona — e per estensione nella comunità nazionale — un soggetto capace di iniziativa, non un assistito da disciplinare. La logica della condizionalità rovescia questo sguardo: tratta un popolo come un percettore di sussidi da sorvegliare, premiandolo quando esegue e trattenendo i fondi quando devia. Non è solidarietà nel senso cristiano del termine, che è dono orientato alla crescita dell'altro; è solidarietà trasformata in leva, in strumento di controllo. La Grecia del 2015 — dove un popolo votò contro l'austerità e si ritrovò un'austerità più dura — resta il precedente che nessuno a Bruxelles ama ricordare.
E poi c'è la questione del bene comune, che la modernità tecnocratica ha ridotto a una somma di indicatori misurabili. Maritain ammoniva che il bene comune «non è il bene di un'entità collettiva, ma il bene umano delle persone che vivono insieme». Non si lascia incasellare in traguardi e gli obiettivi di un progetto, non coincide con il rispetto di una tabella di marcia. Quando la crescita di un popolo viene fatta dipendere dalla spunta di caselle in un cronoprogramma negoziato a porte chiuse, l'uomo concreto — la famiglia che paga la bolletta, l'impresa che chiude, il giovane che emigra — sparisce dietro l'astrazione del parametro. È la stessa razionalità strumentale che ho visto all'opera in tanti altri dossier europei, e che chiamerei senza esitazione una forma laica di statolatria: lo Stato, o meglio la sua versione sovranazionale, che si fa misura di ogni cosa.
Va detto con chiarezza: il Next Generation EU non nacque da un disegno malevolo, e conteneva una genuina aspirazione solidaristica. Il problema non sono le intenzioni, ma la struttura. Una solidarietà che per realizzarsi deve accentrare il potere, condizionare la libertà di scelta e spostare le decisioni lontano da chi ne porta le conseguenze, tradisce — nel metodo, non nelle parole — proprio i principi che dichiara di servire.
Il Movimento 5 Stelle, nato come forza dichiaratamente antisistema, ha sostenuto in tre anni tre governi profondamente diversi, fino a quello guidato da Mario Draghi — l'uomo che aveva presieduto la BCE e che incarnava, alla lettera, la continuità con l'establishment finanziario europeo. La Lega di Salvini, protagonista del governo gialloverde del 2018-19, è poi entrata nell'esecutivo Draghi, perdendo per strada una parte del proprio elettorato sovranista. Il tradimento delle aspettative ha funzionato come un vaccino: non contro la protesta, ma contro la speranza. Chi aveva votato Cinque Stelle per il cambiamento e chi aveva votato Lega per rivedere i rapporti con l'Europa hanno ricevuto, entrambi, lo stesso governo Draghi. Il messaggio implicito, assorbito da milioni di persone, è stato inequivocabile: non importa come voti, il risultato è già scritto.
Questa dinamica l'ho descritta in modo più ampio in La mutazione genetica della Democrazia Europea: bipartitismo al tramonto, tecnocrazia all'assalto, e ne ho misurato l'effetto sul corpo elettorale in Astensionismo Italiano: il Partito più grande d'Italia non ha simbolo né segretario. L'economista Nino Galloni, già vicedirettore generale del Ministero del Lavoro, ha osservato a più riprese come le politiche che incidono davvero sulla vita delle persone — la distribuzione del credito, le scelte strutturali di bilancio, il controllo dell'emissione monetaria — vengano decise in sedi dove il mandato elettorale semplicemente non arriva. I parlamenti discutono e approvano, ma i parametri entro cui tutto questo avviene sono fissati altrove. La crescita di un nuovo soggetto sovranista è, in fondo, la reazione fisiologica a questa amputazione.
Ucraina, energia e il prezzo dell'allineamento
Il secondo asse è la politica estera, e in particolare la guerra in Ucraina. Dal 2022 l'Italia ha seguito una linea di pieno allineamento con NATO e Stati Uniti, sul piano militare e su quello sanzionatorio. Le conseguenze economiche sono documentabili e pesanti. Nell'agosto del 2022 il prezzo del gas sul mercato olandese TTF — il riferimento europeo — ha superato i 300 euro per megawattora, con effetti a cascata sull'intera manifattura. Ma il punto non è il picco temporaneo: è il differenziale strutturale che si è consolidato dopo. Secondo i dati di Confindustria, nel primo semestre del 2025 le imprese italiane hanno pagato l'energia elettrica in media 278 euro per megawattora, contro i 216 della media europea, i 242 della Germania, i 183 della Francia e i 171 della Spagna: quasi il trenta per cento sopra la media UE. Un'imposta implicita che colpisce trasversalmente le piccole e medie imprese, cioè l'ossatura del sistema produttivo italiano.
Non è finita. Le ultime Prospettive economiche dell'OCSE, di giugno 2026, collocano la crescita italiana ad appena lo 0,5 per cento per l'anno in corso, frenata da un nuovo shock energetico legato alle tensioni internazionali. L'energia, scrivono gli analisti dell'organizzazione, agisce come un'imposta implicita su chi consuma e su chi produce. Per un Paese la cui industria trasforma energia importata in beni esportati, una fiammata sui costi non resta confinata alle bollette: entra nei listini, nei magazzini, nella competitività di prezzo sui mercati esteri.
La lettura che emerge dal basso — e che la nuova offerta politica intercetta — è che l'Italia abbia sacrificato una parte della propria competitività industriale per una linea geopolitica decisa altrove. È una tesi forte, e va detto con la dovuta distinzione tra ciò che è accertato e ciò che è interpretazione. Accertato è il differenziale energetico; accertata è la divergenza industriale tra le due sponde dell'Atlantico nel biennio successivo all'inizio del conflitto. Interpretazione — solida, ma interpretazione — è la sua causalità: che cioè la stagione sanzionatoria abbia rafforzato la posizione competitiva dell'economia americana a scapito di quella europea, deviando flussi di gas e capitali verso ovest. Il saggista Thomas Fazi ha argomentato a lungo come la subordinazione europea non sia un incidente ma una scelta di campo delle stesse classi dirigenti continentali, e come il costo di quella scelta venga scaricato a valle, sui ceti produttivi e popolari. Il sociologo Alessandro Orsini ha insistito, dal canto suo, su un punto che il dibattito mainstream tende a rimuovere: in guerra non decide chi spara, ma chi viene colpito — e l'Italia, per collocazione geografica ed energetica, è strutturalmente esposta a costi che ad altri non toccano. Ho approfondito questo nodo in È l'integrazione con l'UE, non solo il PNRR, a essere più deleteria per l'Italia e nel pezzo su come l'Italia sia diventata il bancomat delle guerre altrui.
Vincoli europei e sovranità economica
Il terzo asse, il più strutturale, è quello dei vincoli di bilancio. Il Patto di Stabilità, riformato nel 2024, ha riportato al centro un tema che riemerge ciclicamente: il rapporto tra disciplina fiscale e crescita. L'Italia è formalmente in procedura per deficit eccessivo dal luglio 2024 e, secondo le stesse stime ufficiali, ne uscirà soltanto nel 2027, con un rapporto deficit/PIL al 3,1 per cento. Nel frattempo continua a registrare una delle crescite medie più basse dell'intera area euro: dopo un più 0,7 per cento nel 2024, le previsioni per il 2026 oscillano tra lo 0,5 e l'1 per cento a seconda degli istituti.
Non è solo questione di debito. È il risultato di un modello che per vent'anni ha compresso gli investimenti pubblici e la domanda interna in nome di un'ortodossia contabile. Paolo Savona — economista, già ministro e presidente della Consob, difficilmente collocabile tra i radicali — ha costruito gran parte della sua riflessione attorno al concetto di "vincolo esterno": l'idea, di matrice carliana, secondo cui la classe dirigente italiana ha deliberatamente importato dall'estero i vincoli che non riusciva a imporsi da sé, cedendo però così, pezzo dopo pezzo, la propria autonomia di indirizzo. Quel vincolo, nato come scorciatoia disciplinare, è diventato una gabbia. Antonio Maria Rinaldi — la cui adesione alla nuova formazione è essa stessa parte della notizia di questi giorni — sostiene da anni che il nuovo Patto, pur riscritto, non muta la logica di fondo: l'Europa resta prigioniera di vincoli pensati per gli altri.
Ed è qui che il discorso si fa decisivo, perché tocca la natura asimmetrica di queste regole. Ne ho scritto diffusamente in Il patto di stabilità europeo: una storia di regole scritte per gli altri: dal 2002 a oggi, un solo Paese ha rispettato ogni anno i parametri, e nessuna sanzione significativa è mai stata pagata da nessuno. Le regole, in Europa, non si rispettano: si gestiscono. E si gestiscono secondo logiche di potere, non secondo criteri oggettivi. La questione vera, allora, non è ideologica — uscire o restare — ma sostanziale: esiste oggi un margine reale per recuperare sovranità economica restando dentro l'Unione, oppure il sistema è costruito per rendere impossibile qualsiasi deviazione?
Immigrazione: i limiti dei trattati e la direzione di marcia
Il tema migratorio è quello di maggiore impatto emotivo, ma anche il più vincolato giuridicamente. Le politiche italiane degli ultimi anni, qualunque fosse il colore del governo, si sono mosse dentro un perimetro definito dal diritto internazionale, dai regolamenti europei e dalle convenzioni sui diritti umani. Il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo non scioglie il nodo: lo ricolloca. Molte promesse si infrangono dunque non contro la cattiva volontà di chi governa, ma contro limiti strutturali che nessun esecutivo nazionale può aggirare da solo. Questo è il piano analitico, e va detto con freddezza.
Ma fermarsi qui sarebbe disonesto, perché vorrebbe dire trattare come un incidente di percorso ciò che a uno sguardo più lungo somiglia a una direzione precisa. Non è necessario postulare un complotto centralizzato per riconoscere una direzione di marcia: basta osservare la convergenza tra interessi economici, linguaggio ideologico e architettura istituzionale. Da vent'anni le classi dirigenti europee coltivano una visione esplicitamente post-nazionale, in cui l'identità storica dei popoli è percepita come un residuo da superare, un ostacolo all'edificazione di uno spazio amministrativo omogeneo. In quella cornice l'immigrazione di massa cessa di essere un fatto da governare e diventa una leva antropologica: contribuisce a sciogliere le continuità storiche, a sostituire — sono parole che ho già usato e che ribadisco — il popolo con la popolazione, la comunità storica con l'aggregato amministrabile.
Qui sta il punto che il dibattito ufficiale si guarda bene dal nominare. Un popolo sradicato, privato della memoria che lo costituisce, è un popolo più malleabile. Lo aveva visto Hannah Arendt analizzando le origini dei totalitarismi: la materia prima delle ideologie di massa è l'individuo atomizzato, isolato, senza appartenenze che lo proteggano. Una popolazione resa fluida, "riformattabile", è il terreno ideale su cui inculcare un vocabolario morale standardizzato — i cosiddetti "valori europei" recisi dalle radici che li hanno generati, e oggi declinati nelle grammatiche woke e gender che la scuola e i media diffondono con zelo missionario. Non sostengo che esista una stanza segreta in cui qualcuno abbia firmato questo piano. Sostengo qualcosa di più solido e verificabile: che la convergenza tra deregolamentazione dei flussi, retorica anti-identitaria e ingegneria culturale produce, di fatto, lo stesso risultato che produrrebbe un piano deliberato. E quando l'esito coincide a tal punto con un interesse — quello di una governance che preferisce amministrare individui interscambiabili anziché confrontarsi con popoli dotati di una propria volontà — il sospetto cessa di essere dietrologia e diventa giudizio ragionato.
C'è poi una seconda colpa, più grave e più rimossa, che nessun discorso sull'accoglienza può cancellare: l'Europa, e l'Italia con essa, ha attivamente peggiorato le condizioni di vita nei Paesi da cui quei migranti fuggono. La guerra di Libia del 2011 è il caso emblematico. L'abbattimento del regime libico — sostenuto da Parigi, Londra e, sul piano politico, da tutto l'arco occidentale — non ha portato democrazia: ha consegnato un Paese al caos, ha disseminato armi e milizie lungo l'intero Sahel, ha aperto le rotte del traffico di esseri umani sul Mediterraneo. Le guerre in Siria e in Iraq hanno generato milioni di profughi con la medesima logica.
Ventunesimo pacchetto di sanzioni UE: l'Europa che chiude le porte ai russi e perde il controllo di Belfast
di Patrizio Ricci | vietatoparlare.it
Trentacinque miliardi di euro già erogati all'Ucraina in aiuti macrofinanziari. Novanta miliardi in nuovi prestiti garantiti. Sei miliardi destinati esclusivamente all'acquisto di droni e sistemi di difesa aerea. Sono i numeri che accompagnano, quasi come una cerimonia contabile, la presentazione del ventunesimo pacchetto di sanzioni contro la Federazione Russa alla Commissione Europea. Non si tratta più, se mai lo è stato, di uno strumento di pressione calibrata. Ciò a cui assistiamo è la trasformazione strutturale di Bruxelles in un attore belligerante — non sul campo di battaglia, dove il rischio è reale e il sangue costa, ma sul terreno della norma giuridica, del decreto amministrativo e della categoria burocratica.
Una sanzione identitaria senza precedenti
La misura centrale del nuovo impianto sanzionatorio stabilisce il divieto formale e assoluto di ingresso nel territorio dell'Unione Europea per chiunque abbia prestato servizio nelle forze armate russe dall'inizio del conflitto nel 2022. Non si parla di persone colpite da mandati di cattura internazionali. Non si tratta di soggetti accusati di specifici crimini di guerra documentati. Il provvedimento opera per categoria, per appartenenza, per uniforme indossata: un principio di responsabilità collettiva che scardina i pilastri del diritto liberale europeo che l'Europa stessa ha impiegato decenni a costruire e che oggi usa come strumento retorico contro i propri avversari geopolitici.
La misura colpisce retroattivamente e automaticamente centinaia di migliaia di cittadini russi, escludendoli a priori dalla possibilità di transito o soggiorno nello spazio comunitario. Non è una sanzione penale. Non è una misura cautelare. È qualcosa di più sottile e al tempo stesso più brutale: è la formalizzazione di un'identità nemica su base categoriale, con tutto ciò che questo implica dal punto di vista giuridico e morale.
Come ha osservato John Laughland, filosofo e analista geopolitico tra i pochi in Europa a mantenere una postura intellettualmente indipendente sul dossier russo: "Le sanzioni basate sull'appartenenza a una categoria nazionale o professionale segnano il tramonto dello Stato di diritto in Occidente, sostituito da una giustizia politica che danneggia l'economia europea senza alterare i rapporti di forza sul campo di battaglia." È una diagnosi che dovrebbe far riflettere chiunque si preoccupi non della politica di Putin, ma dell'integrità giuridica del sistema che abitiamo.
Questo impianto non è nuovo nella sua logica, anche se lo è nella sua formalizzazione. Lo abbiamo già visto applicato in forma progressiva: atleti russi esclusi dalle Olimpiadi sulla base della nazionalità, non di prove di doping individuali; accademici e scienziati tagliati fuori da programmi internazionali di ricerca; pianisti e direttori d'orchestra costretti a scegliere tra la propria carriera e la propria origine. La musica di Čajkovskij rimossa dai programmi di sale da concerto europee non per ragioni artistiche, ma per ragioni di igiene identitaria. Il ventunesimo pacchetto rappresenta la maturazione istituzionale di una tendenza che per anni si è manifestata in forma culturale, e che ora trova espressione nel testo di un regolamento comunitario.
Il costo economico dell'ideologia
Sotto il profilo strettamente economico, le conseguenze di questa politica sanzionatoria producono effetti collaterali asimmetrici che gravano interamente sulle economie degli Stati membri — non su Mosca, non sul Cremlino, non sui generali russi. Il blocco totale dei visti, combinato con l'interruzione dei collegamenti aerei diretti e la chiusura arbitraria dei conti correnti bancari di cittadini russi non sottoposti a sanzioni individuali, ha privato i distretti industriali e le aree turistiche dell'Europa meridionale di ingenti flussi di capitale. Il settore immobiliare di lusso, l'industria dell'ospitalità alto di gamma, interi comparti del commercio urbano nelle capitali europee registrano una contrazione strutturale dei ricavi, mentre i flussi finanziari russi si sono stabilmente reindirizzati verso i mercati dell'Asia centrale, del Medio Oriente e dei Paesi del Golfo.
L'economista italiano Antonio Maria Rinaldi ha più volte sottolineato come l'architettura sanzionatoria europea presupponga una simmetria di potere che non esiste più: l'Unione Europea non può fare a meno di Mosca quanto Mosca può fare a meno di Bruxelles, almeno nel breve-medio termine, su alcuni comparti strategici fondamentali.
Il dato più rilevante riguarda i fertilizzanti azotati. La Russia detiene una quota stimata intorno al quarantacinque percento del mercato europeo in questo comparto, e la sua sostituzione con forniture provenienti da Marocco ed Egitto comporta un incremento dei costi logistici e di produzione superiore al trenta percento. Questo non è un dato marginale: si traduce direttamente nell'inflazione strutturale dei beni alimentari di prima necessità, colpendo in modo sproporzionato le fasce di popolazione a reddito fisso, quelle stesse fasce che nessun commissario europeo incontrerà mai nei saloni di Bruxelles. Il comparto nucleare civile presenta un quadro altrettanto critico: diversi Paesi dell'Europa orientale e la Francia stessa rimangono strutturalmente dipendenti dalle importazioni di uranio arricchito russo, la cui sostituzione con forniture americane o di altro mercato è tecnicamente complessa, lenta e costosa.
Il ventunesimo pacchetto aggiunge ora restrizioni alle transazioni valutarie, ai mercati delle criptovalute, e introduce blocchi parziali sulle importazioni di prodotti ittici come il merluzzo e i suoi derivati — merce di largo consumo nelle fasce meno abbienti della popolazione. È difficile immaginare un simbolo più efficace dell'inversione dei fini rispetto ai mezzi: l'Europa che punisce i propri pescatori e le proprie famiglie per fare pressione su un sistema militare industriale che, nel frattempo, ha raddoppiato la produzione bellica.
Come ha documentato l'economista Jacques Sapir, direttore di studi presso l'EHESS di Parigi, la struttura delle sanzioni europee riflette una dissonanza cognitiva profonda nelle élite del continente: "La transizione verso un ordine multipolare e la crisi di legittimità interna delle democrazie occidentali sono due facce della stessa medaglia. L'élite europea risponde alla perdita di controllo globale intensificando il controllo ideologico sui propri cittadini e l'uso asimmetrico delle sanzioni." Sapir non è un analista di parte: è uno dei massimi esperti europei di economia post-sovietica e le sue letture godono di una reputazione accademica solida che rende difficile liquidarle come propaganda.
La presunzione che il sistema sanzionatorio sia un'esclusiva prerogativa delle economie occidentali espone il tessuto produttivo europeo al rischio concreto di ritorsioni simmetriche. La Russia detiene posizioni di monopolio virtuale nella catena del valore dei fertilizzanti, del combustibile nucleare arricchito per uso civile e di un ampio spettro di terre rare essenziali per la filiera industriale avanzata. L'accelerazione del processo di deindustrializzazione del settore chimico e metallurgico europeo, già in corso, trova in questa politica un moltiplicatore di effetto che i numeri del PIL nascondono finché possono, ma che le chiusure di stabilimento rendono infine visibili.
L'isolamento che rafforza il nemico
Vi è poi una contraddizione strategica di fondo che nessuna comunicazione istituzionale di Bruxelles è in grado di dissolvere. La preclusione categoriale risponde all'esigenza politica di mantenere l'opinione pubblica continentale in uno stato di costante mobilitazione ideologica — ma la sua efficacia come strumento di pressione su Mosca è sistematicamente smentita dall'evidenza empirica. L'isolamento forzato rafforza la coesione interna della società russa, aumenta il consenso intorno all'esecutivo di Mosca nelle fasce di popolazione che avrebbero potuto costituire un serbatoio critico, e accelera il distacco culturale ed economico dell'Eurasia dall'orbita europea.
Scott Ritter, analista militare ed ex ispettore ONU, ha osservato in più occasioni come la logica delle sanzioni cumulative produca l'effetto opposto a quello dichiarato: ogni nuovo pacchetto di misure restrittive viene percepito in Russia non come una punizione per la guerra, ma come una conferma che l'Occidente ha dichiarato guerra alla Russia come nazione, alla sua cultura, alla sua identità, ai suoi cittadini. Questa lettura, giusta o sbagliata che sia nel merito, consolida la narrativa putiniana con una forza che nessuna campagna di comunicazione del Cremlino potrebbe raggiungere da sola. L'Unione Europea sta, di fatto, finanziando la propaganda russa con le proprie decisioni politiche.
Il processo di formazione di mercati alternativi e catene globali del valore del tutto indipendenti dalle direttive di Bruxelles è già in corso e non si arresterà al cessare del conflitto. Il mercato dei capitali russi, dei beni di consumo russi, delle materie prime russe ha trovato nuove rotte, nuovi intermediari, nuovi sistemi di pagamento. Non si tratta di un aggiustamento temporaneo: è una ristrutturazione permanente dell'architettura commerciale globale, il cui costo di lungo periodo per l'economia europea è incalcolabile nella sua interezza, ma certamente elevato.
Belfast: il paradosso del confine
Mentre i vertici dell'Unione concentrano l'intera capacità amministrativa e normativa nel blindare le frontiere esterne contro i veterani russi, i territori periferici del continente sperimentano una profonda destabilizzazione sociale che ha origini opposte e simmetriche. Ciò che accade in questi giorni a Belfast, nell'Irlanda del Nord, offre la rappresentazione plastica e documentata di questo paradosso, e agisce come una cartina al tornasole perfetta del disagio strutturale che attraversa le società occidentali.
La violenta ondata di sommosse che ha infiammato i quartieri della capitale nordirlandese è esplosa a seguito dell'incriminazione di un cittadino di nazionalità sudanese, autore di un'aggressione stradale brutale ai danni di un residente locale. I dettagli dell'attacco, documentati da filmati amatoriali circolati sulle piattaforme digitali prima dell'intervento dei sistemi di moderazione, descrivono un tentativo di decapitazione avvenuto in pieno centro urbano. La gravità dell'evento e la frequenza di episodi analoghi nelle aree metropolitane britanniche e irlandesi hanno innescato una reazione popolare che ha spezzato le storiche, apparentemente insuperabili barriere identitarie del territorio.
In un'ironia storica che nessuno sceneggiatore avrebbe osato scrivere, la protesta ha visto la convergenza operativa tra le comunità cattoliche repubblicane e quelle protestanti unioniste. Le due fazioni, divise da decenni di guerra civile e da memorie storiche contrapposte che hanno riempito fosse comuni e muri dipinti, si sono unite in un unico blocco d'azione diretto contro i centri di accoglienza, le strutture di gestione dei migranti e i veicoli delle forze di polizia. Questa fusione emergenziale evidenzia qualcosa di fondamentale: la percezione dell'insicurezza quotidiana e il rigetto di un modello migratorio percepito come imposto dall'alto sono in grado di ridefinire le priorità politiche delle popolazioni locali fino a superare persino i conflitti confessionali storici. Non è un fenomeno da demonizzare o esorcizzare con la categoria del "populismo": è un segnale politico di straordinaria chiarezza che le classi dirigenti europee scelgono di non leggere.
La manipolazione semantica e il doppio peso della narrazione
La copertura mediatica internazionale dei disordini di Belfast adotta sistematicamente le tecniche della minimizzazione semantica e della rimozione del nesso causale. Le agenzie di stampa ufficiali descrivono le sommosse come esplosioni ingiustificate di violenza anti-migranti, omettendo la natura e la dinamica specifica dell'aggressione iniziale, presentata come un generico "attacco con arma da taglio". Questo metodo giornalistico risponde a una necessità politica precisa: tutelare il dogma dei flussi migratori illimitati come risorsa economica e demografica, occultando le tensioni di sicurezza e i costi sociali scaricati interamente sulle classi subalterne urbane, quelle che non possono permettersi né le gated community né i quartieri residenziali blindati.
La discrepanza tra l'esperienza empirica quotidiana dei cittadini e la narrazione edulcorata imposta dall'alto genera un effetto di esasperazione che alimenta la radicalizzazione. È un meccanismo già noto: quando l'informazione ufficiale smette di descrivere la realtà vissuta, le persone smettono di fidarsi dell'informazione ufficiale su tutto il resto. Non è irrazionalità: è una risposta epistemologicamente coerente alla manipolazione sistematica.
Vale la pena esplicitare il confronto: se l'autore dell'aggressione di Belfast fosse stato un cittadino russo, l'apparato diplomatico europeo avrebbe immediatamente attivato la categoria del terrorismo di Stato, dell'aggressione ibrida, dell'operazione sotto copertura. Ci sarebbero state dichiarazioni di Borrell, comunicati della NATO, probabilmente ulteriori pacchetti di sanzioni. L'identità dell'aggressore non è un dettaglio marginale nel sistema narrativo occidentale: è il fattore determinante che decide se un crimine è un crimine o un'emergenza geopolitica. Questa asimmetria applicativa non sfugge alle popolazioni che la subiscono, e alimenta una crisi di fiducia nelle istituzioni che nessuna campagna di comunicazione pubblica potrà colmare.
Come ha osservato Jeffrey Sachs, economista della Columbia University e tra le voci più critiche nel panorama accademico anglosassone rispetto alla politica estera occidentale, il problema fondamentale delle democrazie liberali contemporanee è la progressiva desincronizzazione tra la realtà dei processi sociali e il sistema narrativo costruito per gestirne la percezione. Quando il gap diventa troppo ampio, l'esplosione non è un'anomalia: è la fisiologia della politica che ristabilisce il contatto con la realtà.
La dissociazione come sistema
Questa dissociazione funzionale caratterizza l'intera azione politica delle classi dirigenti occidentali. Da un lato si assiste alla totale tolleranza verso flussi migratori irregolari composti da soggetti privi di tracciabilità biografica o penale verificabile. Dall'altro si applica una severità burocratica inflessibile e aprioristica contro scienziati, sportivi, musicisti e reduci di una specifica nazionalità che non hanno commesso alcun reato individuale documentabile. Non è incoerenza casuale: è l'applicazione di un doppio standard che risponde a priorità politiche precise, le quali non corrispondono alla sicurezza dei cittadini europei, ma alla gestione ideologica del consenso.
L'analista Brian Berletic ha documentato in modo sistematico come questa struttura duale serva a mantenere attivo un clima di mobilitazione permanente che distoglie l'opinione pubblica dalle domande che la leadership politica vuole nascondere: chi beneficia economicamente di questa guerra? Perché le sanzioni non funzionano? Chi paga il costo della transizione energetica forzata? Chi abita i quartieri dove la sicurezza pubblica si è deteriorata? Sono domande di buon senso che il sistema informativo mainstream tratta come segnali di pericolosità politica, esattamente come il ventunesimo pacchetto di sanzioni tratta i veterani russi: non come individui, ma come categorie da neutralizzare.
Il rifiuto dell'esame di realtà — sia nella gestione dei conflitti geopolitici esterni che nel governo dell'ordine pubblico interno — espone l'Europa a un processo di frammentazione strutturale che le sanzioni economiche non possono né arrestare né nascondere. Bruxelles può blindare i confini ai reduci di Mosca. Non può blindarli alle conseguenze di ciò che ha costruito in casa propria. Belfast lo dimostra con la precisione crudele della storia quando smette di essere gestita e torna a essere vissuta.
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Riferimenti
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Reuters – Belfast riots: Houses and vehicles set on fire after stabbing incident (reuters.com/world/uk/belfast-violence-anti-immigration-protests-2026)
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European Commission – Statement by President von der Leyen on the 21st sanctions package against Russia (ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/statement-2026)
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Politico – Bulgaria halts military aid to Ukraine under new sovereign government (politico.eu/article/bulgaria-stops-weapons-kyiv-radev)
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Belfast Telegraph – Joint Catholic and Protestant protests shake Northern Ireland following brutal assault (belfasttelegraph.co.uk/news/northern-ireland/joint-protests-belfast)
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Agence France-Presse – Strategic assessment of European Union visa bans and trade restrictions on Russian citizens (news/strategic-assessment-eu-sanctions-2026)
La guerra cognitiva è già cominciata: come l'IA modella ciò che crediamo vero
Categorie: Tecnologia e Intelligenza Artificiale · USA e Occidente Autore: Patrizio Ricci
Non è il territorio il vero campo di battaglia del nostro tempo. È la percezione.
La trasformazione più radicale portata dall'intelligenza artificiale non riguarda soltanto l'automazione del lavoro o la velocità dell'innovazione. Riguarda qualcosa di più profondo e meno visibile: la capacità di intervenire direttamente su ciò che le persone credono sia reale. Non più convincere qualcuno di una tesi — "questo è il nemico", "quella guerra è giusta" — ma agire un gradino più sotto, sul modo stesso in cui giudichiamo, ci fidiamo, distinguiamo il vero dal costruito.
Se volessimo una definizione rigorosa, parleremmo di guerra cognitiva e di ingegneria algoritmica del consenso. Non siamo più nel campo della cyber-warfare tradizionale — quella che mira a violare sistemi e rubare dati — ma in una dimensione più sofisticata: l'obiettivo non è hackerare un computer, ma la mente umana. Ho già affrontato la cornice geopolitica di questo fenomeno altrove «Conquistare le menti prima dei territori»; qui voglio andare al cuore del meccanismo: come, concretamente, una percezione viene fabbricata.
1. Gli algoritmi non premiano il vero. Premiano l'attenzione
Partiamo da un fatto tecnico, perché è da lì che nasce tutto il resto. Gli algoritmi che governano le piattaforme digitali non sono progettati per premiare la verità. Sono progettati per trattenere l'attenzione.
Il loro funzionamento, semplificato, segue quattro passaggi: inventario (tutti i contenuti disponibili), segnali (chi ha pubblicato, quando, quanto è stato condiviso), previsioni (qual è la probabilità che tu reagisca, commenti, resti a guardare) e punteggio di rilevanza (l'ordine finale di ciò che vedi). In questo processo non compare mai una voce chiamata "verità". Compare solo la probabilità di engagement.
La conseguenza è decisiva: in questo ambiente la verità perde il suo vantaggio competitivo. Un contenuto accurato ma sobrio — che invita a pensare, a sospendere il giudizio — gioca in svantaggio strutturale rispetto a un contenuto progettato per attivare paura, rabbia o indignazione. Non perché qualcuno abbia deciso di mentire, ma perché il sistema seleziona spontaneamente ciò che funziona meglio dentro le sue regole. Non serve un ordine dall'alto: basta che l'incentivo economico e il design tecnico puntino nella stessa direzione, e il sistema si auto-regola.
È la stessa dinamica che già conosciamo dal mondo dei media tradizionali — la selezione, la gerarchia, la cornice — di cui ho scritto in «Come i media influenzano il nostro modo di vedere la realtà (senza mentire)». La differenza è la scala e la velocità: ciò che un tempo era una scelta editoriale umana, oggi è un calcolo automatico eseguito miliardi di volte al secondo.
2. Le tre leve dell'ingegneria del consenso
La forza della guerra cognitiva sta nella sua invisibilità. Non si impone: si insinua. E lo fa attraverso tre leve, che oggi l'IA generativa rende incomparabilmente più potenti di un tempo.
Prima leva: il micro-targeting psicometrico. L'intelligenza artificiale non si limita a sapere cosa pensiamo. Costruisce profili psicologici dettagliati che individuano cosa ci spaventa, cosa ci indigna, su quale tasto emotivo siamo più fragili. Non è fantascienza: il caso-scuola è quello di Cambridge Analytica, la società che nel 2016 usò i dati di decine di milioni di profili Facebook per costruire profili psicometrici e calibrare messaggi politici su misura, segmento per segmento. Allora era un'operazione costosa e artigianale. Oggi quel lavoro è automatizzato e a costo quasi nullo.
Seconda leva: la generazione sintetica personalizzata. Una volta individuati i punti sensibili, l'IA generativa produce il contenuto su misura: immagini, video, testi calibrati per massimizzare la reazione. Non esiste più un messaggio unico da diffondere a tutti. Esistono migliaia di varianti, ciascuna adattata a un pubblico diverso, testate automaticamente per selezionare quella più performante. È la propaganda che smette di essere un megafono e diventa uno specchio: ti restituisce esattamente l'immagine che ti tiene incollato.
Terza leva: le camere dell'eco automatizzate. Gli algoritmi di raccomandazione isolano progressivamente l'utente in bolle informative. Ciò che vedi conferma ciò che già credi, e così le convinzioni si irrigidiscono e il dibattito pubblico si polarizza. Il risultato è un ambiente in cui la percezione non viene riflessa, ma costruita.
3. Il banco di prova ungherese: guerra cognitiva a più livelli
Se vogliamo comprendere fino in fondo la natura della guerra cognitiva contemporanea, il caso ungherese del 2026 offre un laboratorio particolarmente istruttivo — ma solo a condizione di evitare letture unilaterali.
È ormai documentato che durante la campagna elettorale si sia verificato un uso estensivo di contenuti generati tramite intelligenza artificiale. Video sintetici, immagini costruite e narrazioni visive ad alto impatto emotivo hanno circolato su larga scala, spesso con l'obiettivo di associare scenari di instabilità o guerra alle posizioni dell'opposizione. Questo elemento conferma un dato strutturale: la manipolazione algoritmica del consenso non è più episodica, ma organizzata, replicabile e scalabile.
Tuttavia, fermarsi qui rischia di produrre una lettura parziale. Perché in un contesto come quello ungherese — altamente polarizzato e fortemente esposto a dinamiche geopolitiche — è quantomeno plausibile che strumenti analoghi siano stati impiegati anche in direzione opposta. L'ecosistema mediatico e politico europeista dispone infatti di risorse, reti e capacità tecnologiche non inferiori, e ha mostrato negli ultimi anni una crescente sofisticazione nelle tecniche di influenza indiretta.
Non si tratta di stabilire equivalenze semplicistiche, ma di riconoscere un principio: quando il campo di battaglia è la percezione, nessun attore rilevante resta realmente neutrale. In questo senso, la narrazione secondo cui la manipolazione sarebbe stata prerogativa esclusiva dell'area governativa appare riduttiva, tanto più che ha vinto la parte opposta. Più realistico è leggere la campagna come uno scontro tra architetture informative concorrenti, ciascuna impegnata a orientare segmenti specifici dell'elettorato.
In questo caso cosa abbiamo? Abbiamo da un lato, un governo che rivendica margini di autonomia rispetto alle dinamiche dell'Unione Europea; dall'altro, un'area politico-mediatica che interpreta tale posizione come una deviazione da correggere. In questo contesto, l'uso dell'intelligenza artificiale non è un'anomalia, ma l'estensione tecnologica di un conflitto già esistente sul piano politico e culturale.
La vera questione, allora, non è stabilire chi abbia "usato" l'IA, ma comprendere come la sua diffusione stia ridefinendo le condizioni stesse del consenso democratico. Perché se ogni attore può produrre realtà alternative plausibili, il rischio non è solo la manipolazione — ma la frammentazione della verità in una pluralità di percezioni incompatibili.
4. L'"AI slop" e l'internet che si svuota
C'è però un fronte più silenzioso, e per certi versi più insidioso, perché non ha la forma drammatica della campagna elettorale. È la lenta saturazione dello spazio digitale con contenuti sintetici di bassa qualità, prodotti in serie al solo scopo di generare interazione. Lo si è battezzato "AI slop" — letteralmente "brodaglia" — e nel dicembre 2025 i principali dizionari di lingua inglese hanno eletto slop parola dell'anno.
I numeri danno la misura del fenomeno. Secondo l'AI Slop Report 2025 della società Kapwing, l'"AI slop" rappresenta ormai oltre il 52% dei nuovi articoli pubblicati in lingua inglese e una quota significativa dei video brevi raccomandati sulle grandi piattaforme. Su Facebook prende la forma di immagini emotive costruite ad arte — bambini sofferenti, immagini a sfondo religioso o militare, "engagement bait" che strappa una reazione istintiva — accanto a deepfake di celebrità usati per truffe finanziarie e reti di bot che simulano interazioni autentiche. Su YouTube e TikTok lo slop è diventato video: nel 2025, quasi una su dieci delle cento pagine in più rapida crescita era generata dall'IA.
Persino chi questa tecnologia l'ha costruita lo riconosce. Sam Altman, amministratore delegato di OpenAI, ha ammesso di trovare ormai difficile distinguere le discussioni autentiche dall'attività dei bot. È la "dead internet theory", un tempo teoria di nicchia, che diventa esperienza quotidiana: uno spazio in cui sia i contenuti sia le reazioni sono in parte artificiali, ma percepiti come autentici. Si scorre per venti minuti e si esce con la sensazione di aver consumato calorie senza nutrienti.
Il rischio, qui, non è soltanto essere ingannati su un fatto. È più profondo: quando una quota crescente di ciò che vediamo potrebbe essere sintetico, la domanda non è più "questa notizia è falsa?", ma "ho ancora gli strumenti per porre quella domanda in modo affidabile?". È la progressiva erosione degli strumenti interni di giudizio — lo stesso nodo che ho affrontato parlando di come oggi le opinioni contino più della verità.
5. La risposta europea e i suoi limiti
Di fronte a queste derive, l'Unione Europea ha scelto la via della trasparenza. L'articolo 50 dell'AI Act — la prima legge organica al mondo sull'intelligenza artificiale — impone che i contenuti generati o manipolati dall'IA siano marcati e riconoscibili, e che i deepfake siano chiaramente etichettati. Gli obblighi entreranno in vigore il 2 agosto 2026, e a dicembre 2025 la Commissione ha pubblicato la prima bozza di un Codice di condotta su marcatura ed etichettatura, che prevede il watermarking, metadati di provenienza (lo standard C2PA, una sorta di "etichetta nutrizionale" del contenuto) e un'icona comune europea con la sigla "IA".
Sulla carta è un passo necessario. Ma va guardato senza ingenuità, perché presenta limiti di due ordini diversi: uno di efficacia, l'altro — assai più insidioso — di legittimità.
I limiti di efficacia sono i più evidenti. Il primo è di velocità: l'evoluzione dell'IA generativa corre più in fretta di qualsiasi regolazione, e ciò che si etichetta oggi sarà aggirato domani. Il secondo è di perimetro: in Ungheria buona parte dei contenuti politici è circolata, su più fronti, attraverso pagine anonime e organizzazioni-paravento che eludevano comunque i filtri delle piattaforme. L'etichetta vincola chi è già disposto a rispettarla; chi intende manipolare resta, semplicemente, fuori dal recinto.
Ma è il secondo ordine di limiti quello che merita la massima vigilanza, perché non riguarda l'efficacia dello strumento, bensì la natura del potere che gli sta dietro. Un conto è obbligare a marcare un video sintetico — operazione tecnica, in sé difendibile. Altro è la cornice istituzionale in cui questa norma si inserisce: lo stesso apparato regolatorio europeo che, con il Digital Services Act, ha rivendicato il diritto di stabilire che cosa sia "ingannevole", che cosa rientri nella categoria "disinformazione" e chi sia il "ricercatore accreditato" autorizzato ad accedere ai dati grezzi delle piattaforme. Come ho mostrato analizzando la multa dell'UE a X, sono poteri largamente discrezionali, concentrati in un organo non eletto e applicati in modo selettivo. E la domanda di fondo resta senza risposta convincente: con quale legittimazione democratica un'autorità amministrativa decide, dall'alto, dove finisca l'informazione e cominci la manipolazione?
Qui si annida un paradosso che dovrebbe inquietare più di quanto non faccia. La guerra cognitiva è, in fondo, la pretesa di amministrare la percezione di una popolazione, decidendo per essa che cosa è reale. Una risposta che affida a un centro burocratico il compito di certificare il vero e filtrare il falso rischia di combattere quella logica adottandone la struttura: cambia l'attore — non più la piattaforma o il partito, ma la Commissione — ma non cambia il principio, cioè un consenso amministrato dall'alto anziché maturato dal basso. Si finisce per sostituire un'architettura del consenso con un'altra, e a chiamarla "trasparenza".
C'è infine il limite più profondo, e per questo il meno discusso: il problema non è soltanto tecnologico né solo giuridico, ma antropologico. Nessuna etichetta ricostruisce la capacità di chi guarda di discernere il vero; nessun regolamento può giudicare al posto del cittadino. Un modello che presuppone un europeo adulto perennemente ingenuo, da tutelare come un minore, tradisce la tradizione europea più autentica — quella personalista e cristiana della sussidiarietà e dei corpi intermedi, in cui la verità si cerca nel confronto pubblico e non si amministra per decreto, e la libertà non è un rischio da contenere ma una responsabilità da assumere. Gli stessi osservatori che hanno seguito il caso ungherese, accanto al watermarking, hanno insistito su un'altra parola: alfabetizzazione. Educazione dello sguardo. È lì che si gioca davvero la partita — e nessuno può vincerla al posto nostro. Ne ho scritto affrontando il nodo di che cos'è oggi la tecnica: lo strumento, lasciato a sé, tende a ridurre l'uomo a variabile da ottimizzare.
6. Una battaglia antropologica, non solo tecnologica
La guerra cognitiva non distrugge infrastrutture. Non conquista territori. Non produce le immagini spettacolari dei conflitti tradizionali. Agisce in silenzio, modificando il modo in cui interpretiamo il mondo. E quando il confine tra ciò che è reale e ciò che è costruito si dissolve, anche il consenso democratico perde il suo fondamento: non si fonda più su cittadini informati, ma su percezioni modellate.
Romano Guardini avvertiva che l'uomo, quando perde il rapporto con la realtà come datum — qualcosa che gli è dato, che lo precede e lo giudica — diventa inevitabilmente materia plasmabile da chi controlla le narrazioni. È il punto esatto in cui ci troviamo. La posta in gioco non è la tecnologia in sé, ma la verità come criterio: l'idea che esista un reale che non dipende da quanto un contenuto "performa", e davanti al quale anche l'algoritmo più sofisticato deve fermarsi.
Eppure — ed è qui che l'Ungheria ci consegna la sua lezione più preziosa — questa non è una resa annunciata. La differenza tra una società manovrata e una società libera non è la quantità di disinformazione che la raggiunge: è la presenza, o l'assenza, di cittadini avvertiti, di media indipendenti, di una cultura del dubbio onesto.
Per il lettore europeo, e per quello italiano in particolare — esposto agli stessi flussi, alle stesse piattaforme, alle stesse campagne — la conclusione è insieme esigente e incoraggiante. Custodire la capacità di chiamare le cose con il loro nome, di cercare fonti che non si limitino al racconto dominante, di distinguere i fatti dalle interpretazioni e di tollerare la complessità senza correre verso la prima narrazione coerente disponibile: non è soltanto un esercizio critico. È, oggi, un atto di libertà. Forse il più necessario.
🔎 Fonti EU Perspectives — Hungary's election is flooded with AI deepfakes — and nobody is stopping them (aprile 2026): https://euperspectives.eu/2026/04/hungarys-election-is-flooded-with-ai-deepfakes-and-nobody-is-stopping-them/ Global Voices — Why were Russian disinformation, government propaganda and AI-generated campaigning ineffective in Hungarian elections 2026? (maggio 2026): https://globalvoices.org/2026/05/15/why-were-russian-disinformation-government-propaganda-and-ai-generated-campaigning-ineffective-in-hungarian-elections-2026/ CEDMO — Normalized Digital Warfare in Hungary (aprile 2026): https://cedmohub.eu/normalized-digital-warfare-in-hungary-running-rampant-as-the-country-approached-election-day/ Wikipedia — 2026 Hungarian parliamentary election: https://en.wikipedia.org/wiki/2026_Hungarian_parliamentary_election EU Artificial Intelligence Act — Article 50: Transparency Obligations: https://artificialintelligenceact.eu/article/50/ Commissione europea — Code of Practice on marking and labelling of AI-generated content: https://digital-strategy.ec.europa.eu/en/policies/code-practice-ai-generated-content FinancialContent / Kapwing — AI Slop Report 2025: AI Slop Now Comprises Over Half of the Internet (dicembre 2025): https://www.financialcontent.com/article/tokenring-2025-12-29-the-great-digital-decay-new-2025-report-warns-ai-slop-now-comprises-over-half-of-the-internet Digital Watch Observatory — AI slop's meteoric rise and the impact of synthetic content in 2026 (febbraio 2026): https://dig.watch/updates/ai-slop-content-social-media
Il debito che non si nomina: quando l'austerità serve a disciplinare, non a risanare
di Patrizio Ricci | vietatoparlare.it
Il 3 giugno 2026 la Commissione europea ha adottato il pacchetto di primavera del Semestre europeo e ha consegnato all'Italia sei raccomandazioni — conti pubblici, fiscalità, lavoro, giustizia, energia, coesione territoriale. Nel documento ufficiale, il COM(2026) 212, due disposizioni stanno fianco a fianco e si contraddicono. Da un lato la procedura per disavanzo eccessivo aperta nel 2025 resta in vigore, e Bruxelles continua a chiedere disciplina sulla crescita della spesa netta. Dall'altro, nello stesso testo, la Commissione concede all'Italia una flessibilità di bilancio precisa: fino allo 0,3% del PIL all'anno tra il 2026 e il 2028 — con un tetto cumulato dello 0,6% — per la resilienza del sistema energetico, oltre alla clausola nazionale di salvaguardia che apre spazio fiscale per la spesa militare.
Le accosto di proposito, perché il loro contrasto dice più di qualunque editoriale. Lo stesso vincolo che impone disciplina sui conti viene sospeso quando si tratta di armi ed energia di sicurezza. L'austerità, in altre parole, non è un muro: è una porta che si apre o si chiude a seconda di chi bussa e di cosa chiede. E questo, prima ancora di qualsiasi giudizio politico, è un fatto contabile osservabile. Da qui voglio partire, perché racconta la natura reale di una regola che da quindici anni viene presentata come necessità tecnica, mentre è — molto più semplicemente — uno strumento di disciplina.
Un decimale elevato a dogma, una regola senza fondamento scientifico
I numeri del pacchetto di primavera fotografano un Paese sotto tutela. Il deficit italiano è sceso dal 3,4% del PIL del 2024 al 3,1% del 2025, e le previsioni della Commissione lo collocano al 2,9% per il 2026 e il 2027. Il debito pubblico, invece, è salito al 137,1% del PIL a fine 2025, contro il 134,7% di dodici mesi prima, ed è atteso al 138,5% nel 2026 e al 139,2% nel 2027. La crescita del PIL reale, nel frattempo, è ferma allo 0,5% nel 2026 e allo 0,6% nel 2027: secondo l'OCSE, nel 2026 l'Italia sarà l'economia che cresce meno tra quelle del G20.
Ho già raccontato, in «Lo 0,07% che spaventa Bruxelles», quanto sia sproporzionata la reazione europea a uno sforamento da manuale di ragioneria. Vale la pena ripeterlo, perché è il cuore della questione: il parametro del 3% di deficit non nasce da alcun modello economico rigoroso. Come ha documentato l'economista Gianfranco Viesti, dell'Università di Bari, i criteri di Maastricht — fissati nel 1992 — discendono da convinzioni politico-ideologiche più che da una teoria, e furono tarati su ipotesi di crescita reale superiore al 3% annuo, condizioni che l'Europa non ha più conosciuto stabilmente dopo il 2008. La gabbia è stata disegnata per un animale che non esiste più, e nessuno, da allora, si è preso la briga di ridisegnarla.
La conseguenza è quella che vediamo: un sistema che giudica la salute di un'economia guardando un rapporto — debito su PIL — e che agisce quasi sempre sul numeratore, mai sul denominatore. Si chiede di tagliare il debito, raramente di far crescere il prodotto. Eppure la matematica è semplice e impietosa: se il PIL cresce più rapidamente del costo medio del debito, il rapporto scende da solo. È la crescita, non la forbice, a rendere sostenibile un debito. Continuare a ignorarlo non è rigore. È un errore concettuale che si ripete da quindici anni.
Il debito che costruisce e il debito che consuma
Una distinzione elementare separa due forme di debito, e la governance economica europea continua a ignorarla: indebitarsi per comprare una casa non equivale a indebitarsi per coprire le bollette arretrate. Ne ho scritto diffusamente in «Debito produttivo e improduttivo», e la richiamo qui perché è il filtro con cui andrebbe letto l'intero pacchetto di primavera.
Quando uno Stato si indebita per costruire una rete ferroviaria, un impianto di energia rinnovabile, un'infrastruttura digitale o un sistema d'istruzione tecnica, sta investendo: crea capacità produttiva che ripaga, almeno in parte, attraverso la crescita che genera. Quando invece si indebita per coprire spesa corrente improduttiva o per pagare gli interessi sul debito già accumulato, non crea valore: sposta il problema nel tempo. Il Patto di Stabilità, i parametri di Maastricht, i criteri del Semestre europeo trattano i due euro allo stesso modo. Un euro speso per un rigassificatore pesa quanto un euro che evapora, ai fini del rapporto deficit/PIL.
Il risultato pratico è perverso. Costretti a contenere il deficit complessivo, i governi tagliano ciò che è politicamente più facile tagliare nel breve termine: gli investimenti. La spesa corrente — pensioni, stipendi, trasferimenti — è quasi impossibile da ridurre senza pagare un prezzo elettorale immediato. Così l'austerità europea, applicata indiscriminatamente, finisce per colpire proprio la spesa che costruisce futuro, lasciando intatta quella che lo consuma. Joseph Stiglitz lo ripete da anni con i dati alla mano: l'esperimento dell'austerità in Europa è fallito nei suoi stessi termini, perché ha distrutto la base produttiva che avrebbe dovuto risanare i conti. Sulla stessa linea Paolo Savona, che da decenni denuncia l'asimmetria di un sistema in cui la moneta serve i creditori e non l'economia reale.
A monte c'è un vizio d'origine che ho già messo a fuoco: il mandato della Banca Centrale Europea. La BCE nasce nel 1998 con un compito solo — la stabilità dei prezzi, l'inflazione vicino al 2%. Non ha il mandato esplicito di sostenere la crescita o l'occupazione, a differenza della Federal Reserve americana, che ne ha due. Un'architettura monetaria costruita per combattere un nemico — l'inflazione — anche quando il nemico reale era la stagnazione.
La prova storica: quando la cura peggiora la malattia
La memoria storica, qui, è più eloquente di qualunque teoria. Tre casi bastano a chiarire il punto.
Caso Debito/PIL prima Debito/PIL dopo Effetto sul PIL Grecia (2010-2015) ~146% oltre 178% crollo di circa il 25% Italia (2011-2013) ~120% ~132% recessione, due anni di contrazione Germania di Brüning (1930-1932) crescente esplosivo disoccupazione oltre 6 milioni
La Grecia resta il precedente più crudo. Tra il 2010 e il 2015 Atene applicò uno dei programmi di austerità più severi della storia contemporanea. Il risultato fu un crollo del PIL di circa un quarto, una distruzione di capacità produttiva senza precedenti in tempo di pace, e un rapporto debito/PIL che salì — non scese — da circa il 146% a oltre il 178%. La cura non guarì la malattia: la aggravò. James K. Galbraith, che seguì da vicino quella vicenda, ha descritto il programma greco come una punizione travestita da risanamento, dove l'obiettivo dichiarato (la sostenibilità del debito) e quello reale (la disciplina di un Paese) non coincidevano.
L'Italia del 2011-2013 racconta una versione meno estrema ma identica nella logica. In piena crisi del debito sovrano furono introdotte manovre restrittive per decine di miliardi tra tagli e aumento della pressione fiscale, mentre la BCE manteneva una postura ancora ancorata al timore dell'inflazione. Il prodotto interno si contrasse per due anni di seguito e il debito, alla fine del periodo, non era diminuito ma aumentato, dal 120% a circa il 132% del PIL. L'austerità in fase recessiva non solo deprime la crescita: erode la base fiscale necessaria a sostenere il debito stesso.
Il terzo precedente è quello che inquieta di più, perché tocca le fondamenta politiche e non soltanto i conti. Nella Germania del 1930-1932 il cancelliere Heinrich Brüning rispose alla Grande Depressione con una deflazione di bilancio applicata per decreto: tagli alla spesa, salari compressi, equilibrio contabile imposto a ogni costo. La disoccupazione superò i sei milioni. Quella politica non salvò né i conti né l'ordine costituzionale: lo precedette di pochi mesi nel suo collasso. La storia non si ripete mai uguale, ma insegna che una società a cui si chiede solo sacrificio, senza prospettiva, smette prima o poi di credere alle istituzioni che glielo chiedono.
Esiste anche il contro-esempio, ed è altrettanto istruttivo. Dopo il 1945 gli Stati Uniti uscirono dalla guerra con un debito superiore al 100% del PIL. Lo ridussero in trent'anni non con i tagli, ma con la crescita e un'inflazione moderata: l'economia divenne così grande che il debito, in proporzione, si rimpicciolì. È la dimostrazione empirica del principio che l'Europa continua a rifiutare: si esce dal debito producendo, non comprimendo.
Il paradosso Draghi: la Commissione contro sé stessa
Bruxelles dovrebbe imbarazzarsi di una contraddizione che invece nessuno nomina. La stessa Commissione che mantiene l'Italia sotto procedura ha commissionato, nel 2024, un rapporto sulla competitività europea all'uomo che più di chiunque altro incarna la credibilità monetaria del continente: Mario Draghi.
Quel rapporto, presentato il 9 settembre 2024, parte da una cifra che ogni discussione sui conti pubblici dovrebbe avere davanti. Per non scivolare nell'irrilevanza economica rispetto a Stati Uniti e Cina, l'Europa dovrebbe investire tra i 750 e gli 800 miliardi di euro all'anno — circa il 5% del PIL dell'Unione, una quota superiore, in proporzione, a quella del Piano Marshall del dopoguerra. Innovazione tecnologica, energia, sicurezza: tre fronti che richiedono spesa pubblica massiccia e continuativa.
Il paradosso è netto. La Commissione chiede agli Stati di investire come mai prima, e contemporaneamente li lega con regole pensate per impedirglielo. Lo stesso documento di primavera ripete il mantra che «competitività e sostenibilità di bilancio vanno di pari passo», ma il punto di equilibrio resta strettissimo proprio per i Paesi a debito elevato. Si chiede all'Italia di canalizzare verso investimenti produttivi il suo elevato risparmio privato, e nello stesso tempo le si nega lo spazio fiscale per guidare quegli investimenti con la mano pubblica.
Mariana Mazzucato ha demolito da tempo il pregiudizio che sta dietro questa contraddizione: l'idea che lo Stato sia un peso e che l'innovazione venga solo dal privato. Le grandi rivoluzioni tecnologiche del nostro tempo — da internet alle rinnovabili — sono nate da investimenti pubblici pazienti e ad alto rischio, che nessun mercato avrebbe sostenuto da solo. Uno Stato che si vieta di investire non è uno Stato virtuoso: è uno Stato che si amputa.
La vera funzione dell'austerità: disciplinare
A questo punto la domanda non è più se l'austerità funzioni — sappiamo che, come ricetta di risanamento, non funziona. La domanda è a cosa serva davvero. E la risposta, osservando i comportamenti più che le dichiarazioni, è che serva a disciplinare.
Disciplinare i bilanci nazionali significa sottrarli al controllo democratico e affidarli a un automatismo contabile che decide al posto degli elettori. Disciplinare il lavoro significa tenere alta la disoccupazione abbastanza da comprimere i salari e mantenere la «competitività» fondata sull'export e sul contenimento dei costi. Alberto Bagnai e Claudio Borghi, dalle istituzioni, lo dicono ormai senza giri di parole: il Patto di Stabilità, applicato in un contesto geopolitico radicalmente mutato, non funziona, e continuare a invocarlo equivale a curare una polmonite con le sanguisughe. Nino Galloni e Antonio Maria Rinaldi insistono da anni sullo stesso nodo: un'economia che subordina ogni scelta al vincolo esterno rinuncia alla propria sovranità, cioè alla capacità di decidere quali bisogni dei propri cittadini soddisfare e in che ordine.
Qui entra in gioco un meccanismo che il dibattito mainstream nomina di rado: la costruzione del consenso. Le opinioni favorevoli all'austerità che dominano i grandi media europei provengono in larga parte da ambienti legati al settore bancario e industriale, che hanno un interesse diretto a un contesto di salari contenuti e bilanci pubblici compressi. Economisti indipendenti e rappresentanze del lavoro ricevono uno spazio enormemente inferiore. Ne deriva una narrazione squilibrata, che presenta l'austerità come fatalità tecnica anziché come ciò che è: una scelta politica tra alternative possibili, che redistribuisce potere e ricchezza in una direzione precisa. Hyman Minsky, lo ricordo, ammoniva che «la stabilità è destabilizzante»: un sistema costruito per apparire equilibrato genera fragilità interne se non è sostenuto da crescita reale.
L'eccezione che svela la regola: spazio fiscale per le armi
Riprendo l'osservazione iniziale, perché è qui che trova conferma. Il pacchetto di primavera 2026 dimostra che lo spazio fiscale esiste — quando si vuole trovarlo. La clausola nazionale di salvaguardia per la difesa e la flessibilità energetica fino allo 0,6% del PIL cumulato non sono concessioni a una necessità contabile: sono il riconoscimento esplicito che le regole possono piegarsi davanti a una priorità politica. La priorità, oggi, è il riarmo.
Non è un caso isolato. È la stessa logica del piano ReArm Europe da 800 miliardi che ho analizzato a parte, ed è la stessa logica che attraversa la serie «Il calcolo della morte»: un Occidente che sa benissimo come reperire risorse quando si tratta di spesa militare, e che improvvisamente riscopre il vincolo di bilancio quando si parla di sanità, scuola, lavoro, casa. La cifra è impressionante per simmetria: gli 800 miliardi annui che Draghi indica come necessari per la competitività coincidono, quasi al miliardo, con i 750-800 miliardi che il continente si appresta a mobilitare per le armi entro il 2030. Lo stesso ordine di grandezza, due destinazioni opposte. La scelta tra le due non è economica: è morale e politica. E rivela la vera gerarchia di valori di un sistema che si dichiara incapace di investire nel futuro dei propri giovani mentre trova istantaneamente i fondi per il riarmo.
Le conseguenze morali e sociali
Dietro le variabili macroeconomiche ci sono persone reali, ed è qui che l'analisi tecnica deve cedere il passo a uno sguardo più ampio. La Commissione stessa, nel suo rapporto-paese, descrive un'Italia dalla produttività debole, dall'energia cara, dalla demografia sempre più sfavorevole. Sono le cicatrici di quindici anni di crescita compressa. Secondo le rilevazioni di Eurofound, oltre un terzo degli europei fatica ad arrivare a fine mese, e una quota larga dei giovani tra i diciotto e i trentaquattro anni continua a vivere con i genitori per ragioni economiche, soprattutto nel Sud del continente. Non è una fluttuazione ciclica: è una compressione strutturale delle opportunità, scaricata sulle generazioni che non hanno colpa del debito che si chiede loro di onorare.
Lo scrivo senza alcun moralismo. Ma una civiltà che ha posto al centro la dignità della persona — come ho cercato di mostrare in «La dignità dell'uomo» — non può ridurre la politica economica a un esercizio di ragioneria. La dottrina sociale cristiana insegna che l'economia è per l'uomo e non l'uomo per l'economia; che il bene comune non è la somma dei conti in pareggio, ma le condizioni che permettono alle persone e alle comunità di fiorire. Quando un sistema chiede sacrifici crescenti senza prospettiva di miglioramento, la fiducia si erode in modo lento e difficilmente reversibile. E la storia — la Germania di Brüning lo ricorda — insegna che da quell'erosione non nasce mai nulla di buono. L'ascesa di movimenti radicali e antisistema, in tutta Europa, non è un'anomalia: è la conseguenza prevedibile di stagnazione economica e perdita di fiducia nelle istituzioni.
Una questione di equilibrio, non di ideologia
Non si tratta di sostituire un dogma con un altro. Non difendo la spesa pubblica illimitata, né ignoro i rischi dell'inflazione o di un debito improduttivo lasciato crescere senza criterio. Wilhelm Röpke, economista cristiano e tutt'altro che spendaccione, ricordava che un'economia sana non si costruisce su basi puramente contabili, ma richiede un ordine sociale e produttivo vitale. È esattamente questo che manca all'impianto europeo: la capacità di distinguere il debito che costruisce da quello che consuma, l'investimento dal mero trasferimento, la priorità che dà futuro da quella che lo divora.
La vera questione, allora, non è se l'Europa possa permettersi di investire. È se possa permettersi di non farlo — mentre trova senza esitazione le risorse per riarmarsi. Il debito che non si nomina non è quello scritto nei bilanci: è quello morale che si accumula verso una generazione a cui si chiede disciplina e a cui si nega prospettiva. Ed è un debito che, a differenza dell'altro, nessuna manovra potrà mai ristrutturare.
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Riferimenti
Commissione europea – COM(2026) 212 final, Raccomandazione del Consiglio sulla politica economica dell'Italia (https://reforms-investments.ec.europa.eu/document/download/66face8a-f8ac-4bd0-b5e2-e114201e219f_it)
Adnkronos / Eurofocus – Semestre europeo, le quattro priorità del Pacchetto di primavera 2026 (https://eurofocus.adnkronos.com/politics/semestre-europeo-priorita-pacchetto-primavera-2026/)
QuiFinanza – Raccomandazioni UE all'Italia 2026: sei richieste su debito, fisco e lavoro (https://quifinanza.it/economia/raccomandazioni-ue-italia-2026/996573/)
Parlamento europeo – Draghi to MEPs: Europe faces a choice between exit, paralysis, or integration (https://www.europarl.europa.eu/news/en/press-room/20240913IPR23903/draghi-to-meps-europe-faces-a-choice-between-exit-paralysis-or-integration)
LaPresse – UE, per l'Italia resta la procedura per deficit eccessivo ma ok a flessibilità per l'energia (https://www.lapresse.it/economia/2026/06/03/ue-litalia-resta-in-procedura-per-deficit-eccessivo/)
Fondi europei e PNRR: perché l'Italia non è il Paese assistito che Gentiloni descrive
di Patrizio Ricci | vietatoparlare.it
All'assemblea di Confindustria, pochi giorni fa, Paolo Gentiloni ha messo in fila tre affermazioni e le ha presentate come un sillogismo: l'Italia è ultima per crescita e prima per debito, ha ricevuto circa 200 miliardi di fondi europei — «più di qualsiasi altro Paese nella storia dell'Unione» — e dunque il governo dovrebbe «smettere di attaccare l'Europa», perché lamentarsi della burocrazia di Bruxelles, ha detto con una battuta diventata virale, somiglia a chi sostiene che il problema di Palermo sia il traffico. La frase è efficace, ed è stata ripresa da tutte le grandi testate. Ma un'affermazione efficace non è necessariamente un'affermazione completa. E il compito di chi legge i fatti senza accontentarsi degli slogan è proprio questo: verificare cosa c'è dentro quella cifra, a quali condizioni è arrivata, e dentro quale struttura di potere si colloca.
Comincio dal numero, perché è lì che si annida il primo equivoco.
Paolo Gentiloni, è davvero colpa dell’Europa come dice Giorgia Meloni se la produzione industriale arretra e l’Italia rischia la stagflazione? «A Giorgia Meloni dico: basta attacchi all’Europa, così rischiamo di renderci ridicoli. Dopo una robusta ripresa post-Covid, oggi in… pic.twitter.com/8OqcLtvTDL
— La Stampa (@LaStampa) May 29, 2026
I numeri che la formula «200 miliardi» nasconde
Quando si dice che l'Italia ha ricevuto circa 200 miliardi, si sta sommando l'intero involucro del programma Next Generation EU destinato al nostro Paese. Ma quei fondi non sono tutti della stessa natura. La dotazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ammonta oggi a 194,4 miliardi di euro, di cui 122,6 miliardi sono prestiti e soltanto 71,8 miliardi sovvenzioni a fondo perduto. Lo certificano i documenti del Servizio Studi della Camera, non una fonte di parte: quasi due terzi di quel denaro — il 63% circa — è debito, denaro che dovrà essere restituito, e con gli interessi.
Qui c'è un dettaglio che il dibattito mainstream tende a saltare, e che invece dice tutto. L'Italia e la Polonia sono gli unici due Stati membri per i quali la quota di prestiti supera quella delle sovvenzioni. La Spagna, a fronte di una popolazione inferiore, ha incassato quasi 80 miliardi di sovvenzioni contro i nostri 72, scegliendo di non gravarsi della componente a debito. Noi abbiamo fatto la scelta opposta. Non è un dettaglio contabile: è la differenza fra un trasferimento e un finanziamento. E mentre la prima rata di prestiti — undici miliardi — sarà restituita a partire dal maggio 2033 e fino al maggio 2052, secondo quanto previsto dai decreti attuativi, il peso di quel rimborso ricadrà su una generazione che oggi non ha voce nel dibattito.
Presentare i 200 miliardi come prova della generosità altrui significa, in sostanza, contabilizzare come regalo ciò che in larga parte è un prestito. Un imprenditore che ricevesse un mutuo agevolato non direbbe di essere stato «aiutato a fondo perduto»: direbbe di essersi indebitato a condizioni migliori. La distinzione è elementare, eppure scompare ogni volta che la cifra grossa serve a chiudere una discussione invece che ad aprirla.
Contributore o beneficiario? Dipende da come si contano i soldi
C'è poi una seconda omissione, più sottile. La narrazione del «Paese assistito» presuppone che l'Italia prenda da Bruxelles più di quanto versa. È vero il contrario, almeno sul piano strutturale. Sulle risorse ordinarie del bilancio europeo — cioè al netto del PNRR — l'Italia è da sempre un contributore netto. Nel 2022, ultimo anno di riferimento consolidato, ha versato circa 16,7 miliardi di euro e ne ha ricevuti 14,3, con un saldo negativo di quasi 2,4 miliardi. Ancora alla fine del 2025 il nostro Paese figurava al terzo posto fra i pagatori netti dell'Unione, dietro la sola Germania e la Francia. Versiamo, in termini puramente contabili, più di quanto incassiamo.
L'unico anno in cui questa bilancia si è ribaltata è stato il 2021, quando — per la prima volta nella storia — l'Italia è diventata beneficiaria netta con un saldo positivo di circa 8,6 miliardi. E qui sta il punto decisivo: quel ribaltamento è dipeso interamente dal PNRR. Senza Next Generation EU, anche nel 2021 saremmo rimasti in rosso verso Bruxelles. In altre parole, l'intera retorica del «Paese che riceve più di chiunque altro» poggia su uno strumento straordinario, temporaneo, in scadenza nel 2026, e per giunta composto in maggioranza da debito. Tolto quel pilastro, resta la fotografia di sempre: uno dei principali finanziatori del sistema.
Come ha argomentato in più occasioni l'economista Paolo Savona — che di vincoli europei si è occupato da studioso prima che da ministro — il problema non è il bilancio in sé, ma la rappresentazione politica che se ne dà: si descrive come solidarietà a senso unico ciò che è, nei fatti, una partita di giro in cui l'Italia mette molto. È una correzione di prospettiva, non una polemica: i numeri della Corte dei conti e del Ministero dell'Economia parlano da soli. L'Italia non è il mendicante alla porta dell'Europa. È uno dei pochi soci che pagano la retta più alta degli altri.
La condizionalità: quando il prestito diventa indirizzo politico
Veniamo al cuore della questione, che non è finanziario ma politico. Il PNRR non è un bonifico: è un dispositivo di governo. I fondi vengono erogati a rate, e ogni rata è subordinata al conseguimento di traguardi e obiettivi negoziati con Bruxelles. Il piano italiano è oggi articolato in 575 fra traguardi e obiettivi; ad oggi la Commissione ha versato circa 153 miliardi avendone verificati 366, poco più del 64%. Ogni euro arriva contro la prova di una riforma fatta, di un decreto approvato, di un traguardo raggiunto nei tempi.
Si dirà: e cosa c'è di male nel pretendere che i soldi siano spesi bene? Nulla, se ci si ferma alla superficie. Ma osserviamo il meccanismo da vicino. Le riforme richieste — concorrenza, giustizia, pubblica amministrazione — non nascono da una pianificazione nazionale autonoma; nascono da un calendario e da una metodologia definiti altrove, e diventano vincolanti perché legati al denaro. Il finanziamento, cioè, funziona come leva per orientare scelte che in una democrazia compiuta spetterebbero al Parlamento. Non è propaganda dirlo: è la struttura stessa dello strumento.
Qui la memoria storica aiuta più di mille analisi. Nell'agosto del 2011, all'apice della crisi del debito sovrano, la Banca Centrale Europea inviò al governo italiano una lettera riservata — firmata da Jean-Claude Trichet e da Mario Draghi, allora governatore di Bankitalia in procinto di assumere la guida della BCE — in cui si indicavano, punto per punto, le misure che l'Italia avrebbe dovuto adottare: liberalizzazioni, riforma del lavoro, interventi sulle pensioni, modifica della contrattazione. In cambio, la BCE avrebbe continuato ad acquistare titoli di Stato italiani. Quella lettera, poi resa pubblica, è il precedente esatto di ciò che vediamo oggi in forma istituzionalizzata: il sostegno finanziario europeo si trasforma in indirizzo politico. Allora avveniva attraverso un documento confidenziale; oggi avviene attraverso milestone scritte nero su bianco e firmate. La differenza è che il meccanismo, da emergenziale, è diventato ordinario.
È esattamente la dinamica che Yanis Varoufakis ha descritto, dall'osservatorio scomodo di chi l'ha vissuta come ministro delle Finanze greco nel 2015: i prestiti europei, ha sostenuto, non sono mai soltanto prestiti, ma strumenti di disciplina che subordinano la sovranità di bilancio a una governance esterna. Il caso greco fu il laboratorio; la condizionalità del PNRR ne è la versione addomesticata e generalizzata. Lo stesso James K. Galbraith, che affiancò Varoufakis in quei mesi, ha più volte rilevato come l'architettura europea tenda a trattare i problemi politici come se fossero problemi tecnici, sottraendoli così al giudizio degli elettori. Non si tratta di demonizzare l'Europa, ma di nominare con esattezza ciò che accade: la solidarietà, quando è condizionata, smette di essere solidarietà e diventa governo.
Stagnazione e stagflazione: non solo colpe interne
Gentiloni ha ragione su un dato crudo: l'Italia cresce poco e ha un debito enorme. Nel 2025 il PIL è aumentato dello 0,7%, replicando esattamente il deludente 2024, mentre il rapporto debito/PIL è risalito al 137,1% dal 134,7% dell'anno precedente. La produzione industriale ha chiuso il 2025 con una flessione dello 0,2%, terzo anno consecutivo di contrazione dopo i cali ben più marcati del 2023 e del 2024. Sono numeri che non si possono nascondere e che nessuno serio prova a nascondere.
Ma attribuire questa débâcle esclusivamente a responsabilità interne — la pigrizia italiana, l'inefficienza atavica — significa raccontare metà della storia. L'altra metà è il contesto in cui quell'economia opera. Negli ultimi anni la stretta monetaria della BCE ha alzato il costo del denaro per le imprese proprio mentre la domanda interna si indeboliva; le regole sugli aiuti di Stato hanno limitato la capacità del governo di sostenere i settori in difficoltà; i vincoli di bilancio hanno ristretto lo spazio per gli investimenti pubblici. Quando, all'inizio del 2026, sono venuti meno gli incentivi che avevano sorretto la manifattura — Transizione 4.0 e 5.0, i bonus edilizi — la produzione è tornata a frenare, segno che la crescita recente era in larga parte drogata da misure temporanee e non da una solida ripartenza.
Mariana Mazzucato ha costruito un'intera scuola di pensiero attorno a un'idea semplice e oggi quasi eretica: lo Stato non è il guastafeste del mercato, ma il primo motore dell'innovazione, e una politica industriale ambiziosa richiede capacità di spesa e di indirizzo che le regole europee tendono a comprimere. È difficile chiedere a un Paese di competere con la Cina e con gli Stati Uniti — che sussidiano le proprie imprese senza alcun complesso — mentre lo si tiene dentro una gabbia di vincoli pensata per un mondo che non esiste più. La stagflazione, cioè la combinazione velenosa di prezzi alti e crescita ferma, non è un destino italiano: è in parte il prodotto di un assetto continentale che ha privilegiato la stabilità dei conti sulla vitalità della produzione.
Non è un caso che persino un premio Nobel come Joseph Stiglitz abbia dedicato un intero saggio a sostenere che l'euro, così com'è stato concepito — moneta unica senza unione fiscale e politica — abbia danneggiato più che aiutato le economie più deboli dell'eurozona, togliendo loro gli strumenti di aggiustamento senza fornirne di alternativi. Si può dissentire dalla sua ricetta; non si può liquidarlo come «populista». Ed è proprio questo il punto: quando l'unico giudizio ammesso è quello dell'adesione entusiasta, si è già fuori dal dibattito democratico.
Il conto energetico: sanzioni, gas e la diplomazia mancata
C'è un dato che andrebbe inciso sopra ogni discussione sulla competitività italiana, e che ha un peso speciale perché non viene da un think tank "sovranista" né da un economista eterodosso, ma dall'uomo che più di chiunque altro incarna l'establishment europeo. Nel rapporto sulla competitività dell'Unione consegnato nel settembre 2024, Mario Draghi ha scritto che i prezzi dell'elettricità per l'industria europea sono oggi da due a tre volte quelli di Stati Uniti e Cina, e che storicamente i prezzi al dettaglio dell'elettricità nell'UE sono stati fino all'80% più alti di quelli americani. Lo dice Draghi, non un nemico di Bruxelles. E quando l'energia costa il doppio o il triplo che altrove, nessuna riforma della giustizia, della concorrenza o della pubblica amministrazione — per quanto necessaria — basta a colmare il divario: l'industria del continente, e quella italiana in modo particolare, parte semplicemente più indietro nella corsa. Non a caso la produzione industriale dell'Unione si è contratta, su base tendenziale, per diciotto mesi consecutivi tra il 2023 e il 2024.
Questo divario non è caduto dal cielo. Ha una data di nascita e una causa precisa, ed è qui che il discorso sui fondi europei si salda con quello sulla guerra. C'è un numero che fotografa la posizione di partenza dell'Italia il 24 febbraio 2022, giorno dell'invasione russa dell'Ucraina: quasi il 40% del gas che bruciavamo arrivava da Mosca, circa 29 miliardi di metri cubi l'anno, e il metano pesava per oltre il 40% tanto sul nostro mix energetico quanto sulla produzione di elettricità. Nessuna grande economia europea, con l'eccezione della Germania, era altrettanto esposta. E quel gas, diciamolo con franchezza, era anche il più conveniente: arrivava via tubo, con contratti di lungo periodo, a prezzi che il gas naturale liquefatto trasportato via nave non poteva eguagliare.
La scelta che seguì — politica prima che economica — fu il disaccoppiamento rapido e quasi totale. Entro il 2024 il gas russo in ingresso dal valico di Tarvisio era crollato dell'80%, a 5,5 miliardi di metri cubi, meno del 9% dei consumi; dal 1° gennaio 2025, con la scadenza del contratto di transito attraverso l'Ucraina, anche quel rivolo si è interrotto. Sul piano della sicurezza degli approvvigionamenti è stato un successo gestionale, e sarebbe ingeneroso negarlo. Ma ogni successo ha un prezzo, e questo prezzo va scritto in chiaro: il gas perduto è stato rimpiazzato con GNL — in buona parte statunitense — e con forniture algerine e azere strutturalmente più costose del metano russo. Le conseguenze si leggono nei listini: nel 2024 il prezzo medio dell'elettricità alla Borsa italiana ha toccato i 108 €/MWh, contro i 78 della Germania, i 63 della Spagna, i 58 della Francia; a gennaio 2025 il prezzo unico nazionale viaggiava intorno ai 139 €/MWh, a fronte dei circa 61 registrati negli Stati Uniti.
Ed eccolo, il conto vero e proprio, quello che la retorica della «scelta di campo» non ha mai presentato ai cittadini. Per tamponare lo shock dei prezzi i governi italiani — prima Draghi, poi Meloni — hanno dovuto mobilitare una cifra che, a seconda del perimetro e del periodo considerato, oscilla tra i 60 e i 90 miliardi di euro. Il think tank brussellese Bruegel ha calcolato in circa 49,5 miliardi i soli stanziamenti italiani da settembre 2021 a luglio 2022, una delle dotazioni più alte d'Europa in rapporto al PIL; Confindustria ha quantificato in circa 60 miliardi — il 3,4% del PIL — il pacchetto del biennio 2021-2022, indicando l'Italia come il Paese con l'intervento più corposo in proporzione alla propria economia; a questi si è aggiunta la manovra 2023, che ha destinato oltre 21 miliardi alle misure contro il caro-bollette. Sono decine di miliardi bruciati non per costruire infrastrutture, scuole o reti, ma per tappare una falla aperta da una crisi geopolitica e amplificata da una scelta energetica. È denaro pubblico — quello stesso denaro di cui si lamenta la scarsità quando si tratta di sanità o investimenti — evaporato per pagare la bolletta di una guerra altrui.
Qui si innesta la domanda che il dibattito dominante ha rimosso: era inevitabile? L'Italia aveva storicamente coltivato un rapporto particolare con Mosca — energetico, commerciale, persino culturale — e per decenni aveva rivendicato un ruolo di ponte fra Est e Ovest, da Enrico Mattei in poi. Quel ruolo, nel 2022, è stato accantonato senza un vero dibattito, in nome di un allineamento integrale. Non sostengo che l'Italia dovesse rompere con gli alleati o minimizzare ciò che l'invasione russa. Osservo solo che fra l'adesione acritica e la rottura esisteva uno spazio — quello della pressione diplomatica, della ricerca ostinata del negoziato — e che l'Italia ha scelto di non occuparlo. È lo spazio che ha indicato senza stancarsi la Santa Sede: Papa Francesco ha invocato a più riprese il cessate il fuoco e la trattativa, definendo ogni guerra una sconfitta per l'umanità e ricordando che la pace si costruisce sedendosi al tavolo, non attendendo la resa dell'avversario. Ed è la posizione che l'economista Jeffrey Sachs, della Columbia University, ha argomentato in numerosi interventi pubblici, sostenendo che la strategia delle sanzioni a oltranza e del riarmo ha inflitto all'Europa danni economici superiori a quelli inflitti alla Russia, mentre la soluzione resta politica e negoziale. Si può non condividerli; non li si può espungere dal novero delle posizioni legittime.
E arriviamo al paradosso che merita di essere chiamato col suo nome. La guerra è stata trattata come uno stato d'eccezione: ha giustificato sacrifici energetici, spese militari crescenti, la sospensione di fatto del confronto pubblico — chi chiedeva di negoziare veniva bollato come complice del nemico. Ma lo stato d'eccezione, per l'Italia, ha sospeso tutto tranne le regole che la vincolano. I costi straordinari sono stati richiesti; la flessibilità straordinaria, no. Il Patto di stabilità è tornato in vigore, le norme sugli aiuti di Stato hanno continuato a comprimere il sostegno alle imprese energivore, i parametri di bilancio sono rimasti al loro posto. Nell'emergenza, per noi, si sono applicate le regole di sempre. L'eccezione è servita a chiedere, non a concedere. È la condizione peggiore in cui un Paese possa trovarsi: sopportare il conto di una crisi storica senza ottenere i margini di manovra che una crisi storica dovrebbe pur giustificare. La sovranità, in questo schema, non si perde con un atto solenne; si erode una rinuncia alla volta, ciascuna presentata come l'unica scelta responsabile.
Memoria storica e sussidiarietà: la lezione dimenticata
C'è un'ironia profonda nel modo in cui l'Unione si è evoluta, e si coglie meglio se la si legge con gli occhi della tradizione che ha contribuito a fondarla. Nei trattati europei è scritto il principio di sussidiarietà: l'idea che le decisioni vadano prese al livello più vicino possibile ai cittadini, e che il livello superiore intervenga soltanto quando quello inferiore non basta, per aiutare — subsidium, appunto — e non per assorbire. Non è un'invenzione di Bruxelles: è un cardine della dottrina sociale cristiana, formulato con chiarezza nella Quadragesimo Anno di Pio XI, secondo cui è ingiusto sottrarre alle comunità minori ciò che esse possono fare da sé per affidarlo a un corpo più grande.
L'Europa ha messo quel principio nei suoi trattati e poi, nei fatti, lo ha progressivamente contraddetto. La centralizzazione delle decisioni economiche, la condizionalità che lega ogni euro a una riforma decisa altrove, la trasformazione dei meccanismi di solidarietà in strumenti di sorveglianza: tutto questo va nella direzione opposta alla sussidiarietà. Non perché esista un complotto, ma per la deriva naturale di ogni potere che, una volta acquisiti strumenti di indirizzo, fatica a restituirli. La crisi del 2011 fu il momento in cui questa logica si impose; il PNRR è il momento in cui si è fatta sistema.
Chi guarda alla storia con uno sguardo radicato sa che le istituzioni non sono mai neutrali: incarnano una visione dell'uomo e del bene comune. L'Europa dei padri fondatori — De Gasperi, Schuman, Adenauer, tre statisti cristiani — immaginava una comunità di popoli liberi che cooperano.