Sono mesi che non parlo di raccolte di racconti più o meno strutturati qui sul blog e tra i libri da recensire se ne sono accumulati parecchi, soprattutto da quando ho preso l’impegno di leggere i mille
mila cartacei che si sono accumulati nel mio monolocale qui a Torino (di quelli che vivono a casa dei miei ne parliamo un'altra volta,ok?) e che ho comprato nel corso di svariate occasioni molto felici… pre-Covid. Mentre sorseggio un bicchierino di soju vi parlo di una serie di raccolte tutte diversissime tra loro:
Atlante leggendario delle strade d'Islanda di Jón R. Hjálmarsson
Il buio a luci accese di David Hayden
A Bloomsbury e altri racconti di Mary Butts
Felici i felici di Yasmina Reza
La città di vapore di Carlos Ruiz Zafón
Tra le ricchezze letterarie dell’Islanda c’è un patrimonio di miti e leggende tramandato attraverso i secoli che è tutt’oggi una presenza viva nell’immaginario popolare. Questo anche perché in nessun altro posto come in Islanda le storie sono inscindibili dal paesaggio, nascono da una natura “vivente” e misteriosa, che non ha tardato a popolarsi di troll, elfi, spettri, eroi e stregoni. Ogni angolo del paese ha ispirato le sue leggende, da cui spesso derivano gli stessi toponimi, e ogni leggenda può essere mappata geograficamente. L’Atlante leggendario delle strade d’Islanda ci guida in un viaggio attraverso l’isola raccontando le leggende più memorabili di ogni luogo, dalle località più famose agli angoli più remoti e inesplorati. Storie che spiegano l’origine di un villaggio, di una credenza o di una roccia bizzarra; storie sul serpente del lago Lagarfljót, sugli spiriti che dimorano in un anfratto, in una casa abbandonata o in una collina di lava; storie di eventi poderosi, imprese eroiche, luoghi sacri o incantati; storie legate al credo pagano, come la leggenda dell’impronta dello zoccolo di Ásbyrgi, e altre più recenti basate su eventi reali, come la tragica scomparsa di un gruppo di bambini in una cascata. Accompagnato da pratiche mappe e piccole illustrazioni, l’Atlante è suddiviso in zone geografiche e ogni leggenda è preceduta da un’introduzione che la localizza e ne spiega l’origine oltre a dare una descrizione del panorama circostante e curiosi cenni storici e culturali sulla regione, indicando di volta in volta quali sono i luoghi che hanno lasciato una loro traccia anche nelle saghe.
Chi mi segue da tempo conosce bene la mia ossessione per le mappe, che si estende facilmente anche agli stradari. E questo è super interessante. L’Islanda è un luogo affascinante che nasconde un sacco di storia e tradizione e che si sviluppa in un luogo freddo e apparentemente inospitale che però racchiude un sacco di leggende. Ogni racconto si sviluppa a partire da un luogo e ne descrive caratteristiche e particolari rilevanti ammantandoli di magia e mistero. Non solo personaggi che affrontano sacrifici e sofferenze ma sono gli stessi luoghi a farla da padrone e diventare protagonisti. Spiriti e creature, uomini e donne che cercano fortuna e ricchezza o semplicemente provano a sopravvivere in luoghi in cui sembra non esserci nessuno e che invece sono popolati di sogni. Quando il lettore sembra aver compreso la natura dei racconti improvvisamente viene catapultato in un nuovo livello in cui sacro e profano si mescolano per creare una raccolta piena di immagini e illusioni che trasportano direttamente in Islanda seguendo le vecchie strade tracciate dall’inizio. Super interessante e ricco di spunti e le illustrazioni presenti nel volume edito da Iperborea sono sempre meravigliose.
Nei racconti di questo sconcertante debutto l’inconscio e l’onirico regnano indisturbati, mentre i protagonisti si muovono in una realtà che accade appena al di là del mondo percepito, e per questo ancora più viva e profonda. Tra i molti personaggi impossibili incontreremo un uomo destinato a una caduta infinita, convitati a un banchetto proibito, un vecchio che trascorrerà l’eternità in un libro, minatori scossi da pianti irrefrenabili e un uomo che avanza nei suoi stessi sogni, facendosi d’oro.
La selezione del catalogo di Safarà è sempre originale e curatissima e non fa eccezione neanche questo volume di David Hayden ricco di immagini iperboliche e personaggi fuori le righe. Il mondo messo insieme da Hayden è onirico e surreale che si consuma tra immagini che si rincorrono in pagini ricche di dettagli. Le raccolte di racconti devono avere una caratteristica specifica devono colpire la fantasia del lettore. Uno dei racconti che più mi ha colpito è “Fieno” c’è questo ingegnere Andy che arriva in una miniera che non funziona in maniera efficace perché i minatori piangono e allagano tutti i locali. Questo dolore di fondo che consuma la nostra vita diventa manifesto in questa serie di racconti che tormenta e incuriosisce in una continua scoperta, immagini che si moltiplicano come in una casa degli specchi, fino a che il lettore non arriva alla fine e continua a interrogarsi su cosa ci sarà dopo.
I racconti di Mary Butts (1890-1937), selezionati e tradotti per la prima volta in lingua italiana, raccontano di amori e tradimenti, magia e messinscena, credenza e follia, ma soprattutto raccontano la Lost Generation negli anni '20 e '30. In questi racconti dal tocco rapido, ellittico e a tratti altamente sperimentale, dove regna l'immaginazione attiva e dove il velo tra naturale e soprannaturale può essere lacerato in un istante e altrettanto rapidamente restaurato, il talento di Mary Butts prorompe come l'impetuosità della sua vita tragicamente breve, costellata dai tempestosi legami con i più grandi scrittori della sua epoca tra cui Evelyn Waugh, Ezra Pound e T.S. Eliot, Katherine Mansfield e Virginia Woolf.
L’Inghilterra a cavallo tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento è un posto affascinante da scoprire e sono molti gli scrittori che ci hanno lasciato le loro testimonianze. Mary Butts non è da meno e ha messo insieme delle storie a metà tra l’irreale e il reale, dove le illusioni rendono sovrane. I protagonisti della Butts sono tutti tormentati da situazioni complicate e misteriose e se ne ritrovano inconsapevolmente vittime. In mezzo c’è Parigi con le sue strade pullulanti di artisti e geni, ci sono forze oscure che agiscono, ci sono lotte per sopravvivere. La Butts scava in fondo ai suoi personaggi e restituisce al lettore storie che inducono ad andare oltre, a non lasciarsi ingannare dall’apparenza che disegna. E dopo che l’ho letta io personalmente ho iniziato ad avere una paura folle dei guanti, e soprattutto a non lasciarsi tentare dalla curiosità, gli inganni prima o poi vengono sempre scoperti e non sempre siamo pronti per le conseguenze che ne derivano.
"Felici gli amati e gli amanti e coloro che possono fare a meno dell'amore. Felici i felici»: le due ultime "beatitudini» di Borges, che Yasmina Reza inscrive sulla soglia di questo romanzo, ci indicano la via per penetrare nel fitto intreccio delle vite che lo popolano. Perché la felicità – nell'amore o nell'assenza di amore, all'interno di una coppia o al di fuori di ogni legame – è un talento: e di tutti i personaggi che a turno consegnano al lettore confessioni a volte patetiche, a volte grottesche, a volte atrocemente comiche, si direbbe che quasi nessuno lo possegga. In un sottile gioco di echi, di risonanze, di contrappunti – tra amori inaciditi e rancori mai sopiti, illusioni spezzate e fughe nel delirio –, le voci che si avvicendano, quasi incalzandosi, tessono un ordito i cui fili (tenui in alcuni casi, in altri pesanti come catene) collegano molteplici destini, tutti segnati dall'impervia difficoltà dell'incontro con l'altro. Con una scrittura di chirurgica precisione, capace di muoversi tra i registri più vari, in un susseguirsi di scene in cui sempre lampeggia il genio della donna di teatro, Yasmina Reza è abilissima nel far affiorare, appena sotto la superficie smaltata delle apparenze, solitudine e violenza, disperazione e risentimento; e riesce a condurre la ronde dei suoi personaggi – mogli inquiete e mariti perplessi, amanti insoddisfatte e libertini mediocri, giovani in fuga dalla vita e vecchi abitati dalla morte – senza mai allontanarsi dalla lucidità intransigente di chi cerca di dire senza orpelli qualcosa che è.
Volevo leggere “Felici i felici” da quando lo aveva consigliato Ester Viola in uno dei numeri della sua newsletter. Mi aveva affascinato il titolo, quell’affermazione un po’ brutale e un po’ ridondante per cui la felicità è raggiungibile solo dai felici, degli eletti in qualche modo, quelli che sono capaci di provarla davvero. Da dove arriva in fondo la felicità? Non sembra solo un’illusione? Yasmina Reza tratteggia i suoi personaggi in un labirinto di situazioni di vita comune, ogni singolo racconto è in qualche modo collegato all’altro, in un susseguirsi di scene in cui il sipario cala solo per mettere una pausa, rapidissima. La Reza è implacabile e letale e non lascia via di scampo. Le sue storie raccontano di risentimento, paure, illusioni, concessioni, passi avanti e indietro, in uno struggimento feroce e irresistibile. È difficile immedesimarsi con chi scoppia di gioia, è più facile empatizzare con le sconfitte di una esistenza stentata, fatta di tradimenti e incomprensioni. Viene facile immaginarsi donne abbandonate, mariti inferociti, amanti inquieti e tutto il caleidoscopio delle relazioni umane che si morde la coda in un circolo vizioso in cui il punto è la vita. Le situazioni hanno la vividezza del teatro e l’imperfezione della vita vera, e se pensavo di scoprire il segreto dei felici mi sbagliavo di grosso. La nostra vita è un azzardo e le storie un modo per esplorare, perché abbiamo una collana di occasioni che ci avvolge come uno scialle e dobbiamo solo capire come sfruttarle.
L'ultima opera dell'autore de "L'ombra del vento", l'omaggio letterario con cui Carlos Ruiz Zafón ha voluto congedarsi per sempre dai suoi lettori. «Posso evocare i volti dei bambini del quartiere della Ribera con cui a volte giocavo o facevo a botte per strada, ma non ce n'è nessuno che desideri riscattare dal paese dell'indifferenza. Nessuno tranne quello di Blanca.» Si apre così la raccolta di racconti che lo scrittore della saga del Cimitero dei libri dimenticati ha voluto lasciare ai suoi lettori. Un ragazzino decide di diventare scrittore quando scopre che i suoi racconti richiamano l'attenzione della ricca bambina che gli ha rubato il cuore. Un architetto fugge da Costantinopoli con gli schizzi di un progetto per una biblioteca inespugnabile. Un uomo misterioso vuole convincere Cervantes a scrivere il libro che non è mai esistito. E Gaudí, navigando verso un misterioso appuntamento a New York, si diletta con luce e vapore, la materia di cui dovrebbero essere fatte le città. "La città di vapore" è una vera e propria estensione dell'universo narrativo della saga di Zafón: pagine che raccontano la costruzione della mitica biblioteca, che svelano aspetti sconosciuti di alcuni dei suoi celebri personaggi e che rievocano da vicino i paesaggi e le atmosfere così care ai lettori. Scrittori maledetti, architetti visionari, edifici fantasmagorici e una Barcellona avvolta nel mistero popolano queste pagine. Per la prima volta pubblicati in Italia, i racconti della "Città di vapore" ci conducono in un luogo in cui, come per magia, riascoltiamo per l'ultima volta la voce inconfondibile dello scrittore che ci ha fatto sognare.
Zafón è uno di quegli autori che non riesci a smettere di leggere anche quando arrivi all’ultima pagina perché pensi sempre di volerne di più. Le sue storie sono affascinanti, magiche, irreali, ammantate di bellezza. Leggi e ti ritrovi lì per le strade di Barcellona a stringere tra le mani le illusioni di un mondo che si dipana appena al di là del velo. C’è intenzione e meraviglia e soprattutto c’è rimpianto. Questa raccolta inedita fino a questo momento in Italia ci riportano nei luoghi della saga che ha reso celebre lo scrittore e ce ne fa scoprire nuove sfumature. Non c’è tregua mentre i bambini corrono per le strade della Ribera, non c’è tregua mente Cervantes non ha altro che i propri sogni e desideri da stringere, non c’è tregua nei corridori ricolmi del Cimitero più impressionante agli occhi di un lettore, quello dei libri dimenticati. C’è tanta meraviglia e quiete. Leggi e sai che non ci sarà più nulla di nuovo, ma sai anche che potrai tornare in quelle pagine ogni volta che ne avrai bisogno perché le storie, soprattutto quelle che abbiamo molto amato, non ci abbandonano mai. Zafón è una certezza e lascia il suo lettore con la sensazione di non essersene mai andato, nonostante tutto, con pagine così ricche che sembrano prendere vita con poche parole. Leggere questa raccolta fa venire voglia di rileggere tutta la saga come se fosse la prima volta.
There is a stubbornly persistent discourse that is comfortable discussing “Serious Books by Serious Men” in a critical imaginary inhabited only by other “Serious Men.” It elevates male writers and makes female writers disappear—and almost every major male writer that comes along is examined within its parameters. After all the critical work—by Joanna Russ, Elaine Showalter, Sandra Gilbert, Susan Gubar, and many, many others—men still too often see their writing as the canon, the real thing, the main event, the essential. Most men’s habits of reading seem largely untouched by feminist critiques of literary culture. Are the works of art that women make necessary to men? As readers, or writers, or both? The novel as we know it would not exist without women writers, to take one weighty example, so clearly they are. Historically, women’s effort has disappeared into men’s art in the form of domestic labor, physical and emotional; that much is widely known, if infrequently acknowledged. Women’s art has long vanished there as well.
David Hayden: "Men Still Too Often See Their Writing as the Canon" | Literary Hub