Vendicatevi dimenticando.

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Vendicatevi dimenticando.
Dentro una scatola c’è tutto il tempo passato che io chiamo il dimenticatoio, è come un universo e dentro ci sono tutte quelle stupide cose raccolte negli anni che non riesco a buttare, ci sono i biglietti dei treni presi, gli scontrini dei bar dove ho bevuto non un caffè, ma “quel caffè”, oppure mangiato “quel gelato”, la ricevuta di un ristorante perché è li che siamo andati la prima volta che siamo usciti assieme io e lui, ma lui chi? Quale dei tre Lui che sono passati nella mia vita, non lo so, oppure, forse, non lo voglio ricordare.
C’è una candelina della torta di quando ho compiuto non diciotto, ma quarant’anni, lì si che ho festeggiato, per esserci arrivata tutta intera, perché non ci credevo mica io. Poi ci sono le foto, care vecchie fotografie stampate su carta kodak, quelle più brutte, che non stanno negli album perché orribili, ma sono affezionata a quel momento e non voglio strapparle, che poi, quando le riguardo ora, dopo tanti anni, mi sembra di non essere venuta neanche così male, forse solo perché la mia faccia non aveva ancora tutte queste rughe.
Ci sono quelle poesie terribili, scarabocchiate su foglietti che scrivevo di notte quando non riuscivo a dormire perché mi sentivo così innamorata da non riuscire neanche a respirare, adesso se le leggo mi vergogno di quanto sono brutte, banali, ma ugualmente tenere e commoventi.
C’è il biglietto del primo concerto che sono andata a vedere, Edoardo Bennato, avevo quattordici anni, ma chi lo ascolta più Edoardo Bennato adesso? Pensare che mi piaceva così tanto.
Ci sono i biglietti di auguri di compleanno, di Natale dei regali che mi hanno fatto, le dediche, le dichiarazioni, e poi c’è quel biglietto, ora, quando lo rileggo, mi domando se avessi detto “si” cosa sarebbe successo, chi sarei io, in un’altra vita? Sarei sposata, e sarebbe durato quel matrimonio oppure no? Di questo, in fondo, poco mi importa, se non l’ho voluto allora era giusto così, però qualcosa manca in questa vita: un figlio, che madre sarei stata? Avrei voluto esserlo, allegra e dolce come la mia, persa troppo presto, ecco allora a volte io penso che lei sta lì, in quell’universo parallelo, e lì dov’è fa la nonna ai miei figli e sorride (come solo lei sapeva fare).
Dimenticatoio.
Ed era un splendore la vita passata. Ma ora su queste note un po grige, di questo pianoforte usurato, chiedo io perdono, chiedo pietà ad un me che non esiste, gli chiedo di averne cura, cura di quei ricordi un po' sbiaditi. Tienteli stretti a cuore, e non scordartene mai. Ed ora, su queste note un po' grige, mi vien da chiudere gli occhi, per ascoltare non solo questa musica assai triste, ma anche il battito incessante che è quello del mio cuore. Che balla e non si da freni, batte a più non posso ogni volta che vedo te. E con lui, il respiro si fa affannato, l'aria scompare e la solitudine si fa strada nella vita nuova, nella vita di ora. Vita che avrei tanto voluto trascorrere con te. Che, altro dire, passa una buona serata, attenta, stasera pioverà.
Viaggio destinazione Dimenticatoio!
Chi trova un AMICO trova uno con cui SOSTITUIRTI !
Ogni volta che sento quella canzone il tuo viso riemerge dal dimenticatoio.
-SempreSerpe
La strenna di Luca Ricci: Dimenticatoio
Lo so che consigliare il libro di poesie Dimenticatoio del pressoché misconosciuto Leonardo Sinisgalli potrebbe apparire snob, ma invece è pop, e adesso vi spiego perché. Innanzitutto la poesia, molto più che la prosa, è nata insieme al bisogno dell’uomo di raccontarsi storie: la sua matrice orale è senza alcun dubbio più universale (alla lettera: che riguarda tutti) rispetto alle spesso inutilmente arzigogolate pagine di bella prosa; in secondo luogo l’autore, Leonardo Sinisgalli, è molto pop perché non nacque poeta - non è stato cioè uno di quei sommi poeti laureati di cui si prendevano gioco già Charles Baudelaire ed Eugenio Montale -, bensì ingegnere e pubblicitario: Sinisgalli insomma rappresenta un certo tipo d’artista che perviene a un risultato poetico raffinatissimo provenendo da ambiti lontani mille miglia dalla poesia dei letterati, dagli studi cosiddetti umanistici. Altri esempi di suddetta tipologia, benché sul versante prosastico: l’ingegner Carlo Emilio Gadda o il chimico Primo Levi. E comunque Leonardo Sinisgalli si raccomanda da sé, basterà trascrivere qui di seguito una poesia a caso dal suo Dimenticatoio:
POETA
Forse il poeta
è negato, non è poeta
nato.
Luca Ricci
Leonardo Sinisgalli, Dimenticatoio. Mondadori, 1978
Ci sarò per sempre.
Rebloggo un articolo scritto tempo fa su Vajont.in. Ché certe cose si fa bene ad imprimerle per bene anche nell'etere.
Era un sabato sera. A quei tempi ogni giorno era sabato sera. Ricordo ancora il fastidio delle chiavi pungenti nella tasca dei pantaloni, seduto in quel pub; non osavo fare smorfie di dolore o movimenti di fastidio solo per l’idea che un uomo forte e tranquillo stà lì come Buddha, imperturbabile, pacato, buono. Strano a dirsi, ma delle tue parole non ricordo quasi nulla: solo un brusio di fondo interrotto ogni tanto da quella sensazione di vomito mista a paura che ogni tanto trapelava – mio malgrado – dai miei occhi, in quei momenti in cui avevi la gentilezza di accorgertene e cambiare (forse) discorso o fare un brindisi a qualche caro amico. Uscendo da quel pub ricordo di aver avuto il momento di lucidità, una di quelle cose che capitano ad esempio quando stai per morire. Mi è stato finalmente chiaro il fatto che ormai quel “ci sarò per sempre” era solo un altro dei tuoi macigni tirati lì per rimanerci finché tu non avessi voluto. Ricordo anche dell’esplosione che non riuscii a contenere tornando a casa, della voce del mio caro amico al telefono alle 5 di mattina, della sensazione di vuoto spinto sin dal livello dello stomaco nel mettermi al letto, degli occhi della mia gemella nel vedermi la mattina ridotto in quelle condizioni (che, strano a dirsi, quella volta non dipendevano dall’alcool). Ma ricordo anche il momento della rinascita, il momento in cui ho capito che la cosa migliore non eri tu, anzi, del momento in cui ho fatto finalmente pace con le emozioni semplici, vere, genuine. Ricordo quando mi sono innamorato, questa volta veramente e completamente, e dopo qualche mese mi son detto “cavoli, l’amore è semplicissimo”. Ed ora son qui a ricordare te, con questa velata tristezza e questo senso affettuoso di pena e compassione. Immagino il tuo cassetto dei farmaci, i tuoi comportamenti psicotici e depressivi, la tua bellezza soffocata da tutta questa merda (e che però senza questa merda non sarebbero nulla). E poi niente altro, ché qui c’è una vita da vivere e non voglio farti perdere tempo, ché tu avrai certamente un’altra vita da inventarti. Ed io, ovviamente, ci sarò per sempre. Perché le parole dette sono importantissime. Ma per te non ci sarà mai spazio. Non come lo vorresti tu, almeno.