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Non ti stanno vendendo un prodotto.
Ti stanno educando a desiderare.
Ti illudi di essere un consumatore. In realtà, sei la merce.
Il tuo tempo, la tua attenzione, le tue abitudini, le tue relazioni: tutto viene misurato, archiviato, predetto. Non per migliorarti la vita, ma per orientare le tue scelte senza che tu lo percepisca.
Ogni grande azienda ha capito che il vero potere non è nella vendita, ma nella costruzione di un ecosistema comportamentale. Non ti vogliono convincere una volta. Ti vogliono rendere prevedibile. Programmabile.
Non ti seducono con un bisogno. Te lo impiantano.
Ti dicono cosa desiderare.
Ti spingono a identificarti con ciò che possiedi.
Ti fanno credere che stai scegliendo, mentre in realtà stai reagendo a un condizionamento invisibile.
Il business moderno non si basa sulla qualità del prodotto.
Si basa sulla capacità di modellare la psicologia collettiva.
Creano dipendenza, abitudine, senso di appartenenza.
Fanno leva sul tuo status, sul tuo bisogno di essere visto, sull’ansia di restare indietro.
Non vendono oggetti. Vendono esperienze, valori, identità.
E tu, nel frattempo, dimentichi chi sei davvero.
Le aziende di oggi non competono per vendere di più. Competono per occupare uno spazio dentro di te: mentale, emotivo, culturale.
E più crescono, più diventano religioni laiche.
Con rituali, linguaggi, icone, e una promessa di salvezza:
“Con noi sarai migliore, più felice, più completo.”
Ma è una bugia elegante.
Perché più ti leghi al marchio, meno appartieni a te stesso.
Se vuoi davvero cambiare gioco, non basta smettere di comprare.
Serve iniziare a vedere.
- dott. Enrico Chelini
♠️_L’erotismo di mangiare una banana senza usare le mani.
Non esiste una maniera innocente di mangiare una banana,ci sono parti che si mordono e altre che si mordicchiano.😜
Pranzo 🖤🌹
"Nella mia esperienza di insegnante cominciata nel 2000 ho assistito a una mutazione antropologica. Lo smartphone ha determinato l’adultizzazione e quindi l’adulterazione dell’infanzia, destrutturando una tappa della crescita con conseguenze di salute per tutta la vita successiva. (...) Il libro fenomeno globale di Jonathan Haidt, «La generazione ansiosa. Come i social hanno rovinato i nostri figli», che tutti gli educatori dovrebbero leggere (in Italia sta facendo altrettanto Alberto Pellai che, con Barbara Tamborini, ha pubblicato di recente l’ottimo «Esci da quella stanza»), raccoglie le evidenze scientifiche dopo 20 anni di esposizione al cellulare di bambini e adolescenti: dipendenza, frammentazione dell’attenzione, destrutturazione della socialità, perdita del sonno. Quattro elementi letali per la crescita, un abuso in piena regola: su soggetti fragili (bambini e adolescenti lo sono per definizione) questi mezzi portano più danni che benefici, è la kryptonite dell’infanzia. Che fare? Sull’esempio dell’Australia che ha disattivato i profili degli under 16 e vieta l’iscrizione senza un documento di identità, molti governi stanno legiferando. In Francia, Portogallo, Uk, Danimarca e Spagna sono state approvate leggi simili ma l’iter operativo è ancora in corso. Brasile e Norvegia stanno varando la legge, la Germania la sta discutendo. "
Alessandro D'Avenia
Disintossicarsi dagli scacchi online
Può sembrare strano, ma anche giocare a scacchi può creare dipendenza. Ci sono tutti i principali elementi di questo tipo di problemi, specialmente quando si tratta di partite online a tempi brevi (1 o 3 minuti):
rilascio di dopamina a ogni vittoria.
risposta automatica dopo ogni sconfitta per "recuperare".
ciclo continuo di tensione e sollievo.
Non può portare alla ludopatia, ma solamente perché manca la componente economica. Però l'OMS spiega che in qualche caso può portare al "gaming disorder" (disturbo da gioco). Insomma, un vortice nel quale non è bello cadere.
Oltre a cercare di riflettere sul perché si attuino certi comportamenti, può essere utile conoscere un paio di modi per evitarli:
Il primo è quello di giocare solo partite lunghe (almeno 15 minuti), per contrastare la compulsività delle partite brevi. Il problema che ho personalmente riscontrato è che le partite più lunghe online sono spesso infestate dai cheater. Anche quelle brevi, sia chiaro: ma è molto più facile barare se si ha il tempo di seguire i suggerimenti di un software aperto accanto al browser, simulando errori e imprecisioni per non essere beccati dai sistemi automatici di controllo.
Il secondo modo è staccare completamente, stabilendo un periodo di disintossicazione di una settimana o due, durante il quale si decide che non si deve giocare online. Se si vuole, si può giocare offline contro un motore ad un livello simile al proprio, ma sempre per partite lunghe, di almeno 15 minuti. Quando si decide di ricominciare, bisogna monitorare il tempo di gioco e stabilire un limite giornaliero ragionevole, ad esempio mezz'ora.
Durante la pausa è essenziale creare attrito all’accesso, altrimenti la tentazione di fare "solo una partita veloce" sarebbe troppo forte, soprattutto all'inizio.
Quindi l'ideale è proprio cancellare l'app, rimuovere il preferito dal browser, oppure cambiare la password e conservarla solo su carta: l'obiettivo è allungare il tempo che intercorre fra l'impulso di giocare e l'inizio vero e proprio della partita, dandosi così il tempo di riconoscere la tentazione e interrompersi.
Mi sono chiesto se anche le aziende che sono dietro ai siti di scacchi usino le tecniche di manipolazione psicologica tipiche dei social network. Per avere una chiara risposta è bastato iniziare la procedura per eliminare l'app di Chess.com dal mio iPhone:
Appaiono infatti queste frasi molto subdole:
😭 Vuoi mollare gli scacchi? Chissà cosa diranno i tuoi…
😉 Un ultimo problema? Uno solo veloce veloce!
La prima fa leva sul senso di colpa sociale legato alla rete di "amici" creata sul sito (che personalmente mi sono sempre ben guardato dal formare). La seconda sfrutta la leva della ricompensa immediata, la stessa leva che alimenta i giochi d'azzardo (come le slot machine) e i social, con i loro micro-contenuti infiniti.
Queste frasi sono dei fulgidi esempi del cosiddetto dark pattern (o deceptive design): una tecnica di progettazione di interfacce utente studiate a tavolino per spingere gli utenti a compiere azioni indesiderate e dannose per loro.
La paura dell'azienda di perdere un giocatore è così grande che, come si vede, queste frasi appaiono anche se si vuole solamente condividere l'app o impedire l'accesso a utenti non autorizzati.
Alimentare la dipendenza e trattenere gli utenti è quindi una scelta deliberata di design. Dietro la facciata intellettuale di uno dei giochi più cerebrali al mondo, si nasconde una logica identica a quella dei social network: trattenere l’attenzione, a qualsiasi costo.
Il Regolamento UE 2022/2065, al quale Chess.com dichiara di essere conforme, all'articolo 25, comma 1, recita:
I fornitori di piattaforme online non progettano, organizzano o gestiscono le loro interfacce online in modo tale da ingannare o manipolare i destinatari dei loro servizi o da materialmente falsare o compromettere altrimenti la capacità dei destinatari dei loro servizi di prendere decisioni libere e informate.
Non ho le competenze per stabilire se la condotta di questo o di altri siti di scacchi online configuri una violazione sanzionabile del Regolamento UE, ma il quadro generale della situazione è che anche queste aziende non agiscono abbastanza nell'interesse dei loro utenti.
Disintossicarsi dagli scacchi online è una cosa buona, perché non significa smettere di amare il gioco, ma riconsegnarlo al suo ritmo naturale: quello lento, profondo, silenzioso di una classica partita sulla scacchiera.
Anche mangiare parla del tuo inconscio.
Come riversi il tuo appetito sul cibo indica qual è la fame di una vita che non puoi assaporare come vorresti. Per questo trovi rimpiazzi, di solito così esagerati che il nutrimento è l'ultimo degli ingredienti.
È la foga, accumulata, sopita, sofferente. Un surrogato che a lungo andare è una vera e propria dipendenza. Cibi saporiti per chi ha perso il gusto e il sale nella vita, cibi dolci per chi non ha affetto e armonia.
Maschere così sfacciate che fanno male anche a uno sguardo.
le persone non sono propietà privata di nessuno, l'amore non si misura in quanto spazio vuoto sei in grado di crearti intorno.
Se l'amore toglie, non è amore.
Se l'amore innesca rabbia che non pensavi nemmeno di avere, non è amore.
Se l'amore ti vuole solo, non è amore.
Se ti vuole triste, impaurito, a metà, allora non è amore.
Se l'amore ti impone di accontentarti, non è amore.
Se l'amore ti impone, non è amore.
Se ti convince a lasciare quello che ami, se ti dice che tanto non hai bisogno di altro, se ti vuole dipendente, allora non è amore.
Che il tuo cuore possa ribellarsi prima che sia troppo tardi.
zoe
Stavo per fumare e mi sono detto: «Magari dopo, vediamo che succede». Sono passate 24 ore. Io, fumatore accanito, 24 ore senza fumare. Le sigarette erano in una stanza. E c'ero io, davanti alla porta, che immaginavo un futuro da patito di paddle. È bastata una piccola fragilità, è bastata l'idea di Daniele Capezzone inspiegabilmente interpellato sui fatti del mondo, e ho aperto la porta. Ho fumato. Appagamento psicofisico immediato. Ma anche un senso di sconfitta difficile da descrivere.
[L'Ideota]