Dopo che un Paese dispiega il suo lato più crudele sui campi di battaglia o nelle città invase, assediate e bombardate, li trovi dappertutto i precedenti storici e culturali per demonizzare i tuoi avversari. Cominci a leggere i segni della violenza e dell'aggressività anche nei loro costumi e perfino nelle espressioni artistiche e nei modi in cui parlano, camminano, danzano fanno l'amore e si relazionano con il mondo.
Nascondi a te stesso la banale verità che tutti i popoli della terra hanno fatto la guerra (salvo i rom, i sinti e i camminanti, probabilmente), e tutti, sui campi di battaglia e nelle città assediate, hanno commesso atti osceni di belligerante ferocia e belluina spietatezza.
A dispetto degli eventi raccontati (e spesso anche edulcorati o sofisticati) sui libri di storia, continui a trovare più facile pensare che la disumanità sia insita nel tuo nemico che comprendere che nei conflitti armati ogni uomo finisce per essere disumanizzato, sia in quanto aggressore che in quanto aggredito.
Non importa se combatte una "guerra giusta e sacrosanta", se si sta difendendo da un'aggressione esterna o se si sta battendo per la pace, per la sicurezza, per la conquista di un posto al sole o per la libertà; non importa se sta dalla nostra parte della barricata o sul fronte del nemico..., ogni uomo regredisce a uno stadio primitivo e ferino quando gli mettono un'arma in mano e un nemico di fronte.
E considerate se questo è un uomo!
È molto più comodo spostare il male fuori di noi e dare alla crudeltà un connotato etnico (i turchi, i tedeschi, gli inglesi, i mongoli, i russi, i russi, gli americani) che accettare che ci disumanizziamo anche noi, quando imbracciamo un fucile o applaudiamo alle fucilate di una delle parti in conflitto esecrando, al tempo stesso, i colpi e le bombe dell'altra.
Facciamo fatica a capire che non abbiamo bisogno di eroi e di imprese leggendarie, ma di ponti e di persone capaci di dialogo e di comprensione. La guerra sospende il senso della realtà e offusca la ragione. La guerra distrugge ogni cosa e annichilisce tutto quello che fa dell'uomo un uomo.
Le armi dovrebbero diventare un tabù; i conflitti li dovrebbero risolvere i politici o i popoli, sui campi di calcio, nelle scelte degli acquisti e nei festival internazionali delle canzoni.
E i popoli invasi si dovrebbero armare di pernacchie, boicottaggi, forbici per tagliare i fili della corrente, chiavi idrauliche e chiodi per bucare le ruote all'invasore; non di fucili, mitra, bazooka, carri armati, granate, bombe a grappolo, armi chimiche, missili balistici, bombe atomiche, testate nucleari e clave.
E ora non mi rompete col vostro presunto realismo, con la sedicente inevitabilità della guerra e con la pace conquistata col sangue.
Questo realismo guerrafondaio ha fatto più danni del positivismo acritico e, alla luce dei fatti, conviene solo ai padroni delle industrie belliche e a quelli che pilotano dall'esterno la macchina. Gli altri, siamo tutti orfani di guerra. E sconfitti.
Io, da parte mia, preferisco apparirvi ingenuo e perfino infantile piuttosto che cercare la ragione nella follia della più totale e cieca distruzione e giustificare la scelta di affrontare un'altra persona fino all'ultimo sangue, fino all'ultimo barlume di vita e di emozione.
Preferisco anche che mi vediate come un vigliacco, un pavido, un pusillanime o un edonista "troppo" attaccato alla vita; preferisco essere identificato con un Pulcinella disertore piuttosto che un Capitan Fracassa, un Miles Gloriosus, un eroe morto, un Milite ignoto senza neanche più il corpo in cassa.
La demonizzazione del nemico