Questo [gli Emirati Arabi Uniti] è un Paese di matti, un trucco da illusionisti; qui non ci dovrebbe vivere nessuno, altro che utopia realizzata. È una nazione che si regge per pura forza di volontà, una “nazione inesistente” nel senso del cavaliere di Calvino. C’è qualcosa di contro-natura in un posto dove l’acqua costa più del petrolio. Trasformare il nulla in un giardino è un peccato di tracotanza che alla fine si pagherà; non puoi essere contemporaneamente un paradigma dello spreco e un paladino della difesa ambientale. C’è un baco culturale da qualche parte. È un Paese sfavorito dalla meteorologia e dalla storia, favorito dalla geologia: il petrolio si incista dove vuole, come lo Spirito Santo, e può scegliere di rendere smisuratamente ricco un luogo estremamente povero di cultura, dove non è mai accaduto niente di significativo e gli abitanti sono a corto di strategie. Questa è una tabula rasa, su cui l’Occidente ha dilagato senza incontrare ostacoli; in altre contrade si giocano i destini – questo è un esperimento in vitro, in un angolo idiosincratico del mondo, una parodia d’Occidente dovuta a un capriccio della modernità. L’Occidente, da parte sua, aveva già provveduto a distillare di sé un ectoplasma schematico, che qui hanno assorbito senza anticorpi, come la sabbia assorbe il denaro. Quel che altrove è accaduto per lento travaso osmotico, qui è divampato come una fiammata di carta; sottoposto a sollecitazione caricaturale, l’Occidente accelerato è andato in tilt, mostrando la propria inteccherita decrepitezza. La sua forza onirica si dispiega in pieno nel momento dell’implosione – forse si potrebbe sostenere che il tramonto di una civiltà lo si misura dalla sguaiatezza delle sue imitazioni; se qui comprano l’Occidente con tanta disinvoltura, è perché l’Occidente è in svendita. Qui si assiste a un doppio genocidio: quello della cultura locale, celebrato in fretta quasi senza rimpianti e accantonato senza tracce visibili di lutto, ma anche quello della cultura occidentale, ridotta a stereotipo da esportazione (anzi, a giudicare dai camerieri cambogiani che ti porgono il ketchup per un’insalata libanese di cetrioli e menta, la globalizzazione inanella genocidi a catena). Ma quando un genocidio culturale si è consumato, è inutile piangerci sopra; interessanti sono sempre gli scenari del dopo-genocidio (così in Australia, in America). I soldi trasportano le civiltà da uno a un altro livello di energia, e nel farlo devono distruggere l’equilibrio precedente; lo sterminio delle culture di partenza è necessario come è necessario sbarbare un terreno prima di piantarci i nuovi semi.
Walter Siti, Il canto del diavolo, B.U.R., 2013 (1ª ed.ne 2009); pp. 197-98














