Il tempio e le offerte agli dei nell’antica Grecia
Nell’antica Grecia i templi avevano anche la funzione di contenere notevoli tesori monetari, fungendo da vera e propria banca. Molto spesso il tempio veniva costruito proprio per ricevere i tesori della città e le sue ricchezze.
In esso, infatti, si custodiva anche quello che alcuni storici hanno chiamato il fondo di riserva della città, spesso costituito da monete di valore e da offerte preziose. Di conseguenza, il tempio diventava un vero e proprio banco di prestito al quale la città poteva attingere, fornendo un controvalore in suppellettili o monete.
Ma soprattutto, nel tempio venivano ammassati oggetti e offerte votive provenienti dai fedeli, i quali non mancano mai di portare tali doni. Di conseguenza, possiamo anche dire che nel tempio si mescolavano interessi privati, comunitari e sociopolitici.
Dobbiamo inoltre mettere in evidenza l'innegabile intersezione tra economia antica e religione. I santuari, infatti, costituivano veri e propri depositi di finanza pubblica, come non mancano di evidenziare le fonti antiche.
Le offerte rappresentavano molto spesso una riserva di metallo prezioso non coniato che, soprattutto nel caso di città che non riscuotevano tributi, diveniva una fonte importante di sussistenza per il tempio stesso, per le suas esigenze di culto e per la manutenzione.
Quando Tucidide mette in bocca a Pericle il celebre epitaffio ai caduti, pronunciato alla fine del primo anno della guerra del Peloponneso, si sofferma sulle riserve finanziarie ancora intatte della città. Queste erano costituite non solo dal tributo versato dagli alleati, ma anche dai talenti conservati sull’acropoli e dall’oro e dall’argento provenienti dalle offerte presenti nei vari santuari.
Non riteniamo opportuno affrontare ora la complessa questione della finanza ateniese in relazione all’acropoli e allo sfrenato imperialismo ateniese. Tuttavia, è importante mettere in evidenza che Tucidide fornisce dati importanti riguardanti la relazione tra offerta religiosa e circuito economico antico, almeno per quanto riguarda l’antica Grecia.
In estrema sintesi, possiamo dire che l’offerta votiva diventa un controvalore, tanto da poter essere scambiata con denaro, attivando un vero e proprio canale di circolazione del denaro in senso lato.
Gli oggetti dedicati presenti nei templi erano di varia natura: come ad esempio armi, gioielli, grandiosi tripodi e, in generale, oggetti di notevole valore. Da segnalare anche, per quanto riguarda gli oggetti votivi, il passaggio di considerevole importanza dall’offerta indifferenziata all’offerta individuale.
Quest'ultima era legata alla specifica occasione rituale e festiva o semplicemente all’episodio contingente della vita del fedele. Ad esempio, altre offerte al tempio erano costituite dalle primizie del raccolto, che generalmente le delegazioni partecipanti ai giochi panellenici recavano in dono alla divinità custode del santuario.
Tali offerte entravano di diritto a far parte della logica economico-religiosa del mondo dell’antica Grecia. Potremmo anche dire che ogni offerta al tempio costituiva un frammento prezioso dell’esperienza non solo religiosa, ma anche economica degli antichi Greci.
Inoltre, le offerte costituivano una parte importante della cosiddetta “grammatica religiosa” che metteva in relazione la dimensione pubblica e quella privata. Tra l’altro, nel momento stesso in cui un oggetto veniva donato alla divinità, esso perdeva in qualche modo la sua natura originaria per diventare un oggetto sacro.
Infatti, l’offerta votiva diventava proprietà del dio a tutti gli effetti e acquisiva un nuovo valore che la rendeva parte integra del tempio stesso. Ciò era a tal punto vero che, in molte città greche, il furto di arredi sacri poteva essere punito anche con la morte.
In termini simbolici, questa sacralizzazione faceva in modo che l’oggetto diventasse il tramite concreto di un vero e proprio dialogo tra il singolo individuo, la comunità e la dimensione divina. A tale riguardo, le immagini o le iscrizioni presenti sugli oggetti votivi creavano un rapporto indissociabile tra il dedicante e il dio.
Questo legame richiamava l’intervento o l’azione della divinità nella vita dell’individuo in questione. Possiamo anche dire che l’iscrizione presente sull’oggetto simboleggiava la comunicazione privilegiata con il divino.
Il nome della divinità poteva essere accompagnato, sull’oggetto votivo, dal suo epiteto più ricorrente, che abbiamo imparato a conoscere soprattutto dai testi epici di Omero. In ogni caso, il rapporto tra il dedicante (pubblico o privato) e la divinità era strettissimo.
Tale legame non ostacolava in alcun modo la trasformazione dell’offerta votiva in arredo del tempio, ovvero in una proprietà comune della quale dovevano poter godere tutti i fedeli, facendola propria.
Nella mentalità greca, il tempio, i suoi oggetti e le sue statue dovevano essere belli, nonché piacevoli per lo sguardo, così da saziare la vista di chi passava e del gruppo di fedeli. Questo aspetto comunitario, questa dimensione condivisa della vita religiosa, è una caratteristica propria e tipica della religiosità del mondo dell’antica Grecia.
Col trascorrere dei secoli, le dediche votive si fecero più articolate e spesso indicavano lo scopo religioso del dedicante affidato all’oggetto. Naturalmente, esiste anche un risvolto più espressamente strumentale e utilitaristico di questa dialettica del dono sacro.
I diversi doni sacri si lasciano leggere come il segno della gratitudine di individui o di intere città che rinnovano e rinsaldano, in questo modo, il rapporto con il dio venerato nel tempio o nel santuario.
Prendiamo ora in considerazione un importante dato storico: con l’VIII secolo a.C., il numero di offerte votive subì un sensibile aumento. Per fare un esempio concreto di tale aumento, citiamo il fatto che ad Olimpia sono stati ritrovati molti resti bronzei di statuette rappresentanti figure di animali.
Sono state rinvenute anche molte rappresentazioni in miniatura di figure umane, nonché armi vere e proprie. Dobbiamo anche mettere in evidenza che, molto spesso, l’offerta era diversificata a seconda del genere del dedicante.
L’offerta delle donne era generalmente riservata a divinità femminili e spesso legata a momenti importanti della vita domestica, quali il matrimonio o la nascita di un figlio. Al contrario, l’offerta maschile era più pubblica ed era in qualche modo sottratta alla sfera strettamente familiare.
Per quanto riguarda le offerte cittadine, generalmente si traducevano in statue o in trofei commemorativi di vittorie militari. Tuttavia, non era insolito che le città stesse prendessero l’iniziativa di erigere statue ai loro atleti o di reinvestire il denaro ottenuto dalle tassazioni o dalla riscossione delle multe in statue dedicate agli dei.
In questo caso, il luogo sacro diveniva appunto un deposito e uno strumento di propaganda. Ma chi erano i visitatori del santuario, e quali doveri e quali diritti possedevano?
I pellegrini che si recavano in visita nei santuari potevano essere individui privati, mossi da interessi personali e decisi a ottenere il favore del dio in vicende economiche o familiari, o a ringraziarlo ufficialmente. Ma i pellegrini nei santuari potevano anche essere importanti maggiorenti, sovrani stranieri o anche delegazioni cittadine.
La tregua che precedeva l’inizio ufficiale delle festività rendeva sicure, o quasi in tutti i casi, le condizioni di viaggio e di permanenza nel santuario. Questo era un luogo inviolabile che non poteva in alcun modo subire danni, saccheggi, ruberie e violenze.
In definitiva, quindi, i pellegrini avevano il diritto di essere protetti da ogni tipo di pericolo o di offesa, cosicché non potevano essere danneggiati da nessuno.
Infine, vogliamo mettere in evidenza che in Grecia esistevano importanti figure di ambasciatori religiosi inviolabili, incaricati di attraversare il mondo greco per proclamare l’apertura dei santuari e l’avvio della festa. In particolare, ciò riguardava quelle feste particolarmente importanti per il loro carattere sovranazionale e panellenico.
Prof. Giovanni Pellegrino

















