Fausto Amodei - Per i morti di Reggio Emilia
«Marino, Afro ed Emilio, quello scempio non potevano accettarlo. Non loro, che i fascisti li avevano combattuti armi in pugno durante la Resistenza. E adesso li vedevano appoggiare il governo DC di Fernando Tambroni. Fascisti in giacca e cravatta, fascisti ripuliti, certo. Ma pur sempre fascisti. Anzi, erano proprio quei fascisti che loro avevano combattuto: la guerra era finita solo 15 anni prima. E loro questo non potevano accettarlo. Se negli anni '40 li combatterono con i fucili e le pistole, adesso, nel 1960, sapevano - o perlomeno speravano - di poterlo fare pacificamente, in piazza.
Nell'aprile del 1960 infatti il governo ottenne la fiducia grazie al voto determinante dei deputati del MSI, tra le proteste della sinistra anche all'interno della stessa Democrazia Cristiana. Ci pensarono proprio i missini a rendere il clima ancora più incandescente tramite la decisione, presa il 14 maggio dello stesso anno, di tenere il loro congresso il 2 luglio successivo a Genova, città medaglia d'oro per la resistenza. Le proteste divamparono nel capoluogo ligure ed in tutto il resto d'Italia: a Licata, in Sicilia, ci scappò anche il morto.
In solidarietà con quanto avvenuto tra Genova e Licata, a Reggio Emilia fu indetto uno sciopero generale. Il 7 luglio 1960, esattamente 58 anni fa, un gruppo di circa 600 persone si diresse verso la piazza Verdi per sentire il comizio della CGIL, ma circa la metà del corteo si fermò davanti al monumento ai caduti. Nel frattempo giunse la polizia, la quale aveva ricevuto l'ordine di non esitare ad utilizzare le armi da fuoco in situazioni d'emergenza.
Le persone però, al monumento ai caduti, stavano solo cantando. Ciò nonostante partirono le cariche che, dopo una veloce organizzazione del corteo, vennero respinte. Fu allora che partirono i colpi: oltre 300 colpi sparati, quasi tutti da mitra. Sull'asfalto rimasero 5 persone.
Marino, Afro ed Emilio, che il fascismo lo avevano combattuto sulle montagne, persero la vita per mano di quello Stato che avrebbe dovuto fare dell'antifascismo un valore fondante. Morirono anche Lauro e Ovidio, che il fascismo lo avevano vissuto con gli occhi dei bambini. Furono oltre 20 i feriti. I processi che si celebrarono per stabilire le responsabilità della strage di Reggio Emilia, tuttavia, si conclusero con un nulla di fatto.»