Bene ragazzi, questa volta ho quasi la totale soddisfazione della nuova poesia appena pubblicata:
"Spegnersi" che ho aggiunto alla raccolta da poco rinominata "Broken Thoughts" (precedentemente "Poesie by Alis").
È una una vecchia bozza di frasette che ho deciso di revisionare ed ecco qui a voi una nuova poesia. Sapete bene come funziona: entrate e commentate pure se vi va, mi fa sempre piacere 💕🌌
Le luci della panetteria si spengono e il buio soffoca la strada. La vetrina è tiepida contro la schiena, ma non ti proteggerà dalla notte.
Ti stringi nello scialle. Il freddo raspa la pelle sotto ai vestiti e la neve ti punge le dita nelle scarpe rotte. Erano di tua madre. È un anno che lei sta sottoterra, ma i tuoi piedi sono più freddi dei suoi.
Le scatole dei fiammiferi pesano nella tasca del grembiule lurido.
Prendine uno. Accendilo. Nessuno se ne accorgerà e potrai ancora venderli a prezzo pieno.
Affondi la mano nella tasca e stringi una scatola. I tuoi polpastrelli intorpiditi riconoscono appena gli spigoli di cartone.
Forza, accendine uno. Ti scalderà.
Una donna svolta l’angolo in fondo alla strada. Trascina una bambina per la mano e cammina spedita lungo il marciapiede.
Tiri la scatola fuori dal grembiule e la mostri nel palmo aperto. Forse la comprerà. Non puoi tornare a casa senza averne venduta almeno una. I lividi dell’ultima volta fanno ancora male.
La bambina si ferma e ti guarda, avvolta in un cappottino rosso. I boccoli biondi le sfuggono dalla cuffia di lana e batuffoli di pelliccia color crema spuntano dagli scarponcini di capretto. Sembrano della tua misura. La donna la tira via e affretta il passo. Non ti rivolge neanche uno sguardo, affonda il volto nel colletto del cappotto e si allontana dal tuo cumulo di stracci, verso la sua casa, le finestre illuminate, il camino acceso, la cena in tavola e i regali sotto l’albero. Faresti anche tu come loro, ma a casa non c’è nessuna tavola imbandita, nessun fuoco, nessun albero di Natale.
Chiudi le dita attorno alla scatola.
Aprila. Prendi un fiammifero, sfregalo sul muro e fallo bruciare.
Spingi con il pollice e il cassetto scivola fuori come una teglia dal forno. Le teste bianche dei fiammiferi brillano come glassa sui biscotti. Ne prendi uno e lo sfreghi contro la parete ruvida e scura di fumo. Sfrigola, ma non si accende.
Smettila di tremare e prova di nuovo.
La capocchia manda una scintilla e prende fuoco. L’odore di zolfo ti pizzica le narici e la notte si fa più scura. Sei sola nel buio, ma la piccola sfera di luce ti conforta.
La punta del fiammifero diventa nera e la fiamma si affievolisce.
Non lasciarlo spegnere. Non farlo cadere finché il fuoco non ti brucerà le dita.
Lo inclini e la fiamma divora il gambo di legno, ti scotta i polpastrelli. Apri le dita e il fiammifero avvizzito piomba nella neve grigia.
Al buio il freddo morde più di prima.
Accendine un altro.
«Quanto per una scatola?»
Un uomo smilzo prende forma nelle tenebre. È vestito di nero, i capelli bianchi spuntano appena sotto al cappello a cilindro.
Nascondi nella mano la scatola iniziata e gliela porgi. Magari non se ne accorgerà.
«Uno scellino, signore. Sono di prima qualità.»
L’uomo col cilindro prende la scatola, se la rigira tra le dita e sorride. L’ultima falange del mignolo è piegata verso l’anulare, come se fosse rotta. Nemmeno i guanti riescono a nasconderlo.
«Te ne do cento.»
Spalanchi gli occhi e la bocca. Cento scellini fanno cinque sterline. Con cinque sterline potresti mangiare per un mese. Potresti comprare una bambola da ricchi, una di quelle con le braccia che si muovono. Potresti tornare subito a casa. Tuo padre non oserà picchiarti se gli dirai che hai venduto una scatola a cento scellini. Potresti perfino dirgli che l’hai venduta a dieci e tenere il resto per te.
«Oppure potrei ridarti la scatola, e i fiammiferi che contiene realizzeranno ogni tuo desiderio.»
Aggrotti la fronte e affili lo sguardo. Sta cercando di fregarti. Non avresti dovuto lasciargliela prima che pagasse.
L’uomo apre la scatola, tira fuori un fiammifero e te lo porge.
«Prova. Il primo lo offro io.»
La sua voce ti accarezza le orecchie e ti riempie la testa.
Prendilo.
Allunghi le dita e le stringi attorno al fiammifero.
«Cosa dovrei farci?»
«Accendilo, pensa a ciò che desideri e guardalo bruciare.»
Serri le labbra. La scatola è iniziata e provare non costa nulla. Ne avresti comunque acceso un altro per tenere a bada il freddo.
Stringi il fiammifero tra le dita, sfreghi la capocchia sul muro e il fuoco si accende al primo colpo. Il riflesso brilla nelle pupille dell’uomo col cilindro. La bocca gli si piega in un sorriso sghembo e viene inghiottito dalla luce.
La fiamma ti acceca, ma tu non distogliere lo sguardo.
È da ieri che non mangi. Il tuo stomaco si contorce e grida. Vuoi mangiare. Anche il freddo conterà di meno dopo.
L’odore di arrosto ti riempie la bocca. Il fiammifero si spegne e nel buio lo vedi appena: una tavola apparecchiata, una sedia, un vassoio d’argento e un tacchino. Una nuvola di vapore lo circonda, la pelle croccante è increspata come se anche lui sentisse il freddo. Lo guardi a bocca aperta e il fiammifero cade senza un suono nella neve.
Mangia.
Le mani si stringono attorno all’osso della coscia, tiri e la carne non oppone resistenza. Mordi. Le fibre dell’arrosto si sfaldano sotto ai denti, il calore ti riempie lo stomaco e ti pervade la mente.
Mastica in fretta. Tutto potrebbe svanire prima che riesca a saziarti. Lo stomaco ristretto dalla fame si lamenta, ma continua a mangiare finché non ne puoi più. Non ti sei nemmeno seduta. La bocca trema al ritmo del sangue che ti rimbomba nelle orecchie. Te la copri con la mano appiccicosa di grasso.
«Come hai fatto?»
L’uomo col cilindro ti guarda, ma non risponde.
Non è quella la domanda che vuoi fargli. Fagli quella che vuoi davvero.
«Come funziona?»
Fa un passo verso di te.
«È semplice. Accendi un fiammifero e realizzi un desiderio.»
Il tuo respiro esce in rivoli di condensa, il suo fiato lascia l’aria limpida e intatta.
«Qualunque desiderio?»
«Qualunque cosa il tuo cuore desideri. Devi solo esserne convinta.»
Apre il palmo e ti porge la scatola.
Prendila. Ti basta tendere la mano.
L’uomo col cilindro sorride.
«Se non lo desideri abbastanza, potrebbero servire più fiammiferi, ma si tratta comunque di uno scambio equo.»
La tua mano si ferma a metà del gesto.
«Uno scambio equo? Che cosa ottieni in cambio?»
«Nulla.» Il suo sorriso diventa più sottile. «Ma una volta finiti i fiammiferi, tornerò a prenderti.»
Ritiri la mano e te la stringi al petto.
«Tu chi sei?»
«Sai benissimo chi sono.» Le sue parole sono come ghiaccio che si spezza. «Eppure, sei ancora qui a parlare con me. Dubito che la mia identità costituisca un problema.»
Si piega verso di te e ti offre la scatola.
Prendila.
Il tuo respiro è affannato.
«Che succede se non li finisco?»
«In quel caso non avrai nulla da temere. Nessuno ti obbliga a finirli… ma lo farai. Lo fanno sempre tutti.»
Le tue dita tremano, ma prendi la scatola. L’uomo col cilindro sorride, abbassa la mano e distende la schiena.
«Ci vediamo più tardi.»
Ti volta le spalle e rientra nella notte.
Sei sola. Il tavolo, la tovaglia, il vassoio e i resti del tacchino non ci sono più. Forse ti sei addormentata e hai sognato tutto. Forse il freddo e la fame ti hanno dato alla testa, ma la fame se n’è andata e il freddo è solo un prurito sulla punta delle dita. Prendi un fiammifero, lo sfreghi sul muro e lo guardi mentre brucia.
Le scarpe di tua madre sono zuppe per la neve. Vorresti delle scarpe nuove e gli stivaletti che portava la bambina sembravano così comodi e asciutti. Erano proprio della tua misura. Te li meriti molto più di lei. Puoi averli, adesso. Sono tuoi, i batuffoli di pelliccia ti spuntano dalle caviglie, le suole sono morbide e calde come se non avessero ancora perso il calore del suo corpo.
Il fiammifero avvizzito cade a terra e gli stivaletti sono ancora ai tuoi piedi.
Accendine un altro.
*** *** ***
Il riflesso nella vetrina buia non sei tu. È una bambina con le guance rotonde, gli stivaletti ai piedi, il cappottino rosso e i capelli puliti e abboccolati come quelli delle riviste.
Tuo padre non ti riconoscerà.
Ferma. Quanti fiammiferi ti restano? Apri la scatola e controlla. Per non finirli basta usarli tutti tranne uno. Lo prendi e te lo nascondi nella tasca.
Tieni la scatola stretta nella mano e ti precipiti lungo la strada illuminata dai lampioni a gas. Puoi correre, adesso. Non rischi più di perdere le scarpe di tua madre ad ogni passo. Dove saranno finite? Saranno ancora da qualche parte o sono sparite per sempre, come lei?
Continua a correre.
Se volessi, potresti cambiare strada. Potresti andartene lontano e non tornare più. Ora che hai i fiammiferi non hai più bisogno di tuo padre, ma lui ha bisogno di te e non hai altro posto dove andare.
La strada termina in un vicolo davanti allo stretto seminterrato che chiamate casa. Un tempo lo era davvero, ma potrebbe esserlo di nuovo. Scendi i gradini e apri la porta. Tuo padre dorme nella poltrona sfondata dove è morta tua madre. Ha la nuca di capelli stopposi riversa sullo schienale, la bocca dischiusa verso il soffitto e la mano aperta che pende sul fianco, sopra una bottiglia rovesciata. Russa piano, sembra un bambino con il raffreddore.
Allunghi una mano per svegliarlo e il tuo stomaco si contorce. Sai già come andrebbe a finire. Vedrà i vestiti nuovi e ti darà della ladra. Ti strapperebbe i fiammiferi di mano e li getterebbe nel fuoco, senza darti il tempo di mostrargli ciò che puoi fare.
Deve vederlo con i suoi occhi. Prendi un fiammifero e lo accendi. Lo scoppiettio del fuoco nel camino invade la stanza. Un altro fiammifero e il tavolo si ricopre di una tovaglia candida. Ne accendi ancora, finché la tavola non è coperta di vassoi ricolmi di cibo, candele dipinte e posate d’argento. Un albero di Natale tocca il soffitto con la punta. Cento sfere di vetro colorato riflettono la luce del camino nell’angolo più lontano della stanza. Sfiori gli angeli di cristallo appesi ai rami e li fai tintinnare.
La casa non è mai stata così bella, nemmeno quando c’era tua madre, tuo padre era sobrio e aveva ancora un lavoro. Le cose andranno meglio, d’ora in poi. Una volta che avrai dato a tuo padre il suo regalo lo capirà anche lui, ma deve vederlo mentre accade o non ti crederà.
Prepari un fiammifero, gli scuoti la spalla e il russare si interrompe. Apre gli occhi e le pupille si restringono per effetto della luce. Socchiude le palpebre e se le copre con la mano.
«Che succede?» La sua voce sembra carta vetrata. Ad ogni sillaba la lingua gli si impasta nella saliva densa come melassa. «Cos’hai addosso?»
«Papà, devo farti vedere una cosa.»
Il suo sguardo si sposta sul resto della stanza e sbarra gli occhi. Sfavillano, si spengono, tornano cupi. Contrae le sopracciglia e indurisce la mascella. «Dove hai preso questa roba?»
Le mani gli si stringono a pugno e tu ti fai più piccola.
«L’ho desiderata.» Sollevi il fiammifero. «Guarda.»
Sulla parete nell’angolo il contorno annerito del pianoforte non è mai andato via. Accendi il fiammifero e guardi la fiamma. Il giorno in cui quelli della banca se lo sono preso è stato il giorno in cui hai capito che le cose non sarebbero più tornate come prima, anche se tuo padre te l’aveva promesso. Ti aveva promesso che, anche se la mamma non c’era più, sareste stati felici, che ti avrebbe voluto bene per entrambi. Ma poi ha continuato a bere, ha perso il lavoro, ha lasciato che si prendessero il pianoforte, e ogni volta ti prometteva che avrebbe rimediato, che non ti avrebbe più fatto del male, che non saresti mai rimasta sola. La fiamma si spegne e la tua gola si gonfia. La parete è ancora vuota.
Tuo padre tossisce. «Che stai facendo?»
Apri la bocca e la richiudi. Per tutto il resto ha funzionato. Perché non funziona più? Ne accendi un altro, fissi la fiamma e aspetti. Il fiammifero brucia e si spegne, ma la parete resta vuota.
«Ti ho chiesto dove hai preso queste cose.»
Non rispondi. Prendi un altro fiammifero e lo sfreghi contro il tavolo.
La mano di tuo padre ti afferra il polso e ti dà uno strattone. «Falla finita e guardami quando ti parlo.»
Trattieni il fiato, ma la fiamma non si spegne. La luce ti acceca. Deve funzionare. La fiamma resta impressa nei tuoi occhi anche quando svanisce.
Tuo padre emette un gemito strozzato e ti lascia andare il polso. Sbatti le palpebre. La sagoma della fiamma scompare. Il vecchio pianoforte è contro la parete, dove era sempre stato prima che lo portassero via.
«Buon Natale, papà.» La voce ti resta incastrata da qualche parte nella gola ed è più flebile di quanto vorresti. Ti massaggi il polso. Resterà il segno.
Tuo padre si alza a fatica dalla poltrona e si tiene al bracciolo con una mano. «Cosa…? Come…?»
Gli mostri la scatola. «Questi fiammiferi… realizzano i desideri.» Non ti guarda. Fissa il pianoforte a bocca aperta. «Basta accenderli.»
Lascia andare il bracciolo e zoppica verso il pianoforte. La mano tesa in avanti tocca la superficie laccata del legno. «Non è possibile…»
Le sue dita tastano il coperchio e si fermano su una scheggiatura. Tua madre ci fece cadere sopra una pentola di rame, un anno prima che morisse.
«Hai visto? È proprio il nostro.»
Il suo sguardo si perde, non è più lì con te.
Gli afferri un lembo della giacca. «Sei contento, papà?»
La sua mano indugia sul punto del legno in cui la lacca è saltata e ci passa dentro un’unghia.
Indichi la stanza addobbata. «E poi c’è la cena di Natale.»
«Non capisci…» Scuote la testa e si lascia cadere sullo sgabello davanti al pianoforte. «Non ha senso se—»
«Forza!» Lasci andare la giacca e ti avvicini alla tavola. «Vieni a mangiare o si raffredda.»
Tuo padre fissa il pianoforte in silenzio. «Chi te li ha dati?»
Non dirglielo. Se sapesse da dove vengono, se sapesse chi te li ha dati, non te li farebbe più usare.
Alzi il coperchio da un vassoio e il vapore ti bagna la faccia. «Ora mangiamo, e dopo cena mi suonerai le ballate di Natale, come facevi una volta.»
«Riportala indietro.» Si volta a guardarti. «Hai riportato il pianoforte. Se è come dici e puoi realizzare i desideri, riporta indietro anche lei.»
Stringi il manico del coperchio. «Possiamo avere qualsiasi cosa. Posso desiderare una casa nuova, un nuovo lavoro…» Perché non gli basta quello che puoi dargli? Perché non gli basti tu?
Si alza dallo sgabello e ti guarda con il volto vuoto. «Riportala indietro.»
Si avvicina e tu fai un passo indietro lungo il tavolo. Annuisci, prendi un fiammifero e lo accendi. La fiamma si spegne e non succede nulla.
Tuo padre si guarda intorno con gli occhi umidi e sporgenti. «Riprova.»
Ti trema la mano. Prendi un altro fiammifero e provi ancora, ma sai che non funzionerà. La fiamma trema e si spegne. Siete ancora soli.
Tuo padre fa un singhiozzo e spinge il volto nei palmi delle mani. «Prova di nuovo…»
Non farlo. I fiammiferi rimasti sono troppo pochi.
«Non posso.»
Tira su la testa, il labbro superiore gli lascia scoperti i denti. «Come sarebbe a dire che non puoi?»
Affondi la testa nelle spalle.
Il suo sguardo passa dal tuo volto alle tue mani. Si sporge verso di te. «Dammeli!»
Stringi la scatola al petto. «No.»
Lo schiaffo ti colpisce lo zigomo e ti scaraventa contro l’albero di Natale. Le decorazioni tintinnano l’una contro l’altra, cadono a terra e si infrangono in schegge colorate.
Arretri senza pensare e le schegge ti si infilano sotto la pelle delle mani. Trattieni un gemito. Hai perso la scatola. Tasti il pavimento, ma non la trovi.
L’ha presa tuo padre. Tenta di aprirla, ma gli tremano le mani.
Tu sei più veloce di lui. Fermalo. Fagli del male.
Infili la mano in tasca, trovi il fiammifero e lo sfreghi sul pavimento di legno. Lo sfrigolio della capocchia che si accende è un tutt’uno con lo schiocco di vertebre della schiena di tuo padre. Il fiammifero brucia, tuo padre geme sul pavimento.
Fagli provare quello che hai provato tu. È ciò che hai sempre voluto.
Il bruciore delle schegge nei palmi sparisce con ogni suo gemito. Il fiammifero si spegne e il busto spezzato di tuo padre ricorda il mignolo storto dell’uomo col cilindro. La sua mano destra ha uno spasmo attorno alla scatola di fiammiferi. Il cartone si è piegato dentro la sua stretta.
Prendila.
Ti trascini verso di lui, ti arrampichi sul suo petto. Rantola e gorgoglia ad ogni respiro. Gli afferri le dita e ti scavi la strada con le unghie per liberare la scatola.
Tuo padre mugola qualcosa.
Non ascoltarlo. Non deve osare rivolgerti la parola dopo quello che ti ha fatto.
Ti siedi a cavalcioni su di lui e gli punti le ginocchia ai lati della pancia. Vuoi sentire il tuo peso che lo schiaccia a terra.
Prendi un fiammifero e lo sfreghi così forte che si spezza. Lo butti e ne accendi un altro.
Tuo padre urla.
Vuoi gridare più forte di lui.
«Avevi detto che sarebbe andato tutto bene!»
Vuoi che la tua voce laceri le tende e faccia tremare le pareti.
«Avevi detto che saremmo stati felici anche senza di lei! Me lo avevi promesso!»
Non hai mai voluto che lei tornasse. Volevi solo che tuo padre mantenesse la promessa.
I suoi lamenti si fanno più deboli. Lasci andare il fiammifero e ne accendi un altro.
«Avevi ancora me!»
Hai fatto tutto quello che ti ha chiesto, hai sopportato i lividi, la fame, il freddo, ma non ti ha mai dato uno sputo del suo amore.
«Perché non ti bastava?»
Vuoi strappargli la pelle e farla a brandelli.
Prendi un fiammifero. «Perché non ti bastavo?»
Ti guarda con il volto strabuzzato, il respiro ansante e rapido.
Non c’è paura né dolore nei suoi occhi. C’è solo il vuoto lasciato da tua madre quando è morta, quel vuoto che non ti ha mai permesso di riempire.
Vuole morire. Vuole soffrire come ha sofferto lei e raggiungerla nella tomba. Per tutto questo tempo ha aspettato la morte. Non gli è mai importato niente di te.
Un singhiozzo ti scuote.
«Perché non mi ami?»
Tiri su con il naso.
«Dovevi solo amarmi…»
Accendi il fiammifero e ti chini su di lui.
«Amami.»
La fiamma si riflette nel bianco dei suoi occhi e si spegne.
«Amami!»
Le sue pupille si dilatano e il suo torace si ferma. Non respira più. Trattieni il fiato e scuoti la testa. «No…»
Ti alzi e scivoli al suo fianco. Appoggi l’orecchio sul suo cuore, senti il silenzio.
«No, no, no, no…»
Agiti la scatola e i pochi fiammiferi rimasti ci rotolano dentro. Ne accendi uno.
«Torna qui.»
I suoi occhi restano lucidi e vuoti come biglie di vetro.
«Torna!»
Il fiammifero non si è ancora spento, ma le tue dita ne cercano un altro nella scatola.
«Ti prego…» Lo accendi. «Torna da me.»
Uno spiffero gelido spegne il fuoco nel camino e rimani sola. La luce del fiammifero trema e illumina appena il volto deformato di tuo padre.
I tuoi singhiozzi si riducono a un sussurro.
Cerchi un altro fiammifero nella scatola, ma è vuota. Hai acceso l’ultimo e ti sei dimenticata di metterne un altro da parte. È troppo tardi, sta già bruciando.
I tuoi muscoli si fanno di pietra, un sudore gelido ti scivola dalle tempie e si mescola alle lacrime. Trattieni il respiro. Hai ancora tempo. Pochi secondi, ma sono tutto quello che hai. Lasci cadere la scatola e ti aggrappi all’ultimo fiammifero. Il legno avvizzisce e la fiamma si avvicina alla punta delle dita. È così piccola che per spegnerla basterebbe un tuo respiro. La casa scricchiola nel buio. Vorresti guardare fuori e vedere un’ultima volta il cielo, ma non osi distogliere gli occhi dalla luce.
Una mano guantata ti si posa sulla spalla e te la stringe. L’ultima falange del mignolo è piegata verso l’anulare.
Non voltarti.
Il fiammifero si spegne, il buio si piega su di te e ti inghiotte.