Non c’è un tempo infinito da addomesticare a nostro piacimento: l’avvenire è un imbroglio.
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Da qui, la perenne percezione di centralità. Siamo come l’ago del compasso. I nostri sensi filtrano solo ciò di cui hanno bisogno dalla realtà e poi mischiano, interpretano, ricostruiscono un mondo. Ogni nostra teoria illumina con un cono di luce uno spicchio di realtà, mettendo in ombra tutto il resto. Ma non per questo siamo autorizzati a presumere che in quel buio lontano dal lampione non vi sia nulla e che gli oggetti e i fenomeni sul grande palcoscenico esistano solo se rischiarati dalla nostra coscienza. Piuttosto, è la nostra coscienza a discendere da un lungo e sanguinoso processo evolutivo di sintonizzazione con la realtà. [...]
Dunque, non eravamo previsti. Siamo un orpello, una sorpresa, buona o cattiva dipenderà da noi, dall’evoluzione. [...]
La biosfera rientra in questa seconda categoria, perché non contiene classi prevedibili di oggetti e di fenomeni generali: è nel suo insieme un evento particolare, non prevedibile a priori, frutto della somma di eventi storici altrettanto imprevedibili che la precedono. La sua esistenza è compatibile, spiegabile e del tutto interna ai principi fisici e chimici fondamentali, quindi non serve aggiungerne di speciali, ma non è deducibile necessariamente da essi come fenomeno storico particolare. [...]
Un certo numero di eventi strani si sono sommati e combinati. Siamo una stranezza nell’universo. Il senso di estraneità sprigionato da questa scoperta urta contro la tendenza umana a credere che ogni cosa sia necessaria a priori, e da sempre. Ma dobbiamo diffidare di questo senso forte del destino, perché è una prigione della mente. Il destino viene scritto nel momento stesso in cui si compie, non prima. La comparsa della specie umana fu l’ennesimo evento unico, accidentale e improbabile nella biosfera. Questo dovrebbe trattenerci da ogni forma di antropocentrismo. [...]
La nostra esistenza è accessoria rispetto non soltanto al resto dell’universo, ma anche al resto degli esseri viventi. La condanna ulteriore sta nel fatto che noi umani siamo un evento singolare anche perché abbiamo il linguaggio simbolico, l’immaginazione e il pensiero argomentativo, quindi possiamo essere ben consapevoli della nostra cosmica irrilevanza. [...]
Anzi, dopo aver vinto ci sentiamo predestinati, e non, semplicemente, molto fortunati. Questo ragionamento sulla roulette cosmica ci delude, non ci soddisfa. Anzi, ci lascia atterriti e disincantati. Noi vogliamo essere necessari, inevitabili, scolpiti nell’ordine delle cose da sempre, un ingranaggio perfetto nell’armonia delle sfere… altro che vincita miliardaria! Tutte le religioni, quasi tutte le filosofie con poche eccezioni, anche quelle esistenzialistiche, perfino una parte della scienza, sono testimoni dell’instancabile, eroico sforzo dell’umanità di negare la propria contingenza e la propria finitudine. [...]
Il pensiero della finitudine sgretola le consuetudini, apre un vuoto, uno squarcio verso una realtà estranea. Perdiamo l’appiglio. Si rompe l’incanto. Inizia l’inquietudine. Ci accorgiamo di vivere per un dopo che non ci sarà e intanto perdiamo l’unica occasione che abbiamo avuto. Viviamo per conquistare una posizione o, addirittura, per andare in pensione. Impostiamo la vita su traguardi progressivi, come fosse una carriera: quando finirà la scuola, quando si metterà su famiglia, quando avremo ciò che meritiamo sul lavoro, quando ritroveremo i nostri spazi perché i figli saranno cresciuti. E intanto invecchiamo. Sapere di essere mortali e fingere di non pensarci, o riuscire davvero a non pensarci, a scacciare la sensazione della matematica esattezza della morte, questo l’obiettivo. La finitudine è sempre quella degli altri. [...]
Scattano altre rimozioni, per ripensarci quando sarà troppo tardi. Essere coerenti fino in fondo con la finitudine rischia di stravolgere ogni giorno le nostre esistenze: occorre innalzare difese. [...]
Montaigne pensava che fosse ridicolo lo spettacolo di una “miserabile e meschina creatura, che non è neppure padrona di se stessa, esposta alle ingiurie di tutte le cose”, che si dice padrona e signora di un universo che conosce in minima parte e in nessun modo governa. Eppure, in quel ridicolo c’era una profondità eroica, una strenua resistenza, che nasceva dall’irruzione dell’assurdo e della finitudine nel quotidiano delle nostre esistenze. Questa tradizione millenaria è stata ora infranta dalla scienza, spazzata via dalla conoscenza oggettiva, da una fredda e austera evidenza che non offre alcuna spiegazione ulteriore, non allevia l’angoscia ma, semmai, la esaspera, la sostituisce soltanto con un’ansiosa e penosa ricerca di un senso purchessia in un universo di raggelante solitudine. [...]
Le società moderne, infatti, accolgono della scienza solo il lato pratico e comodo, non quello filosofico e culturale deflagrante. [...]
Eppure, costoro, per certi aspetti, hanno ragione a rifiutare la scienza in nome del sacro, perché la scienza è davvero sacrilega. La scienza sgretola valori radicati e vanifica i desideri più cari. Non direttamente né per puntiglio, ma distruggendo nei fatti tutte le narrazioni mitiche e metafisiche sulle quali la tradizione animistica – dalle cosmogonie tribali alla cieca fiducia in un progresso storico – ha fondato i propri valori, la morale, i doveri, i diritti e le interdizioni. [...]
Dunque, gli dei ora sono muti. [...]
La scienza ha questo di paradossale: tanto ci regala in termini di conoscenza, di salute e di possibilità tecnologiche, tanto ci toglie in termini psicologici, facendoci pagare il prezzo di un radicale demansionamento umano, di un declassamento alla periferia dell’impero della biodiversità. [...]
Se Homo sapiens è una presenza decorativa, piccola e passeggera in un vasto universo, possiamo reagire deprimendoci e rifugiandoci in narrazioni consolatorie. Oppure possiamo faticosamente imparare che questo colpo al nostro orgoglio non è una vittoria del nichilismo e del pessimismo, ma, al contrario, è un’occasione per apprezzare la nostra libertà, e la nostra conseguente responsabilità morale, in un mondo che non aveva alcun bisogno di noi, e dunque non ci impone come pensare e agire. [...]
Siamo effimeri, e sappiamo di esserlo. Difficile dare un senso a un’esistenza che, come un’ombra, adesso c’è, prima non c’era, poi non ci sarà; a un’evenienza casuale destinata a scomparire per sempre nel nulla e nella dimenticanza. [...]
È finitudine conscia. Ne deriva che la morte resta per noi uno scandalo, un mistero inaccettabile. La conoscenza scientifica, per certi aspetti, può anche peggiorare questa lacerante consapevolezza: grazie alle imprese meravigliose dei fisici nella prima metà di questo secolo, l’universo ci sta svelando uno dopo l’altro i segreti materiali della sua origine, ma alla domanda di senso resta muto, enigmatico, imperscrutabile. [...]
Siamo effimeri e siamo cercatori di senso: effimeri cercatori di senso. [...]
Noi, invece, siamo la scimmia che immagina quello che non c’è, nello spazio e nel tempo, proiettando se stessa su passato e futuro, dilatandosi in uno spazio-tempo mentale. In noi una coscienza perpetua rinnova continuamente la frattura tra spirito individuale e mondo. Così, forse, abbiamo imparato a pensare a un tempo che precede la nostra nascita e fantastichiamo su ciò che sarà dopo la nostra morte. [...]
Che cosa può esserci, dunque, di più assurdo e straziante, ma anche commovente, di un cercatore nato di senso, il quale capisce che non c’è alcun senso? [...]
Soprattutto, nei confronti di una natura sorda alle nostre vicissitudini, e che pure ci ha dato la vita, non siamo più tenuti a personificazioni indebite. La natura non ci sta punendo, non ci castiga, non le dobbiamo chiedere perdono, perché tanto non ascolterebbe. La natura è una scusa troppo facile per noi umani. Se qualche evento naturale ci colpisce – un uragano, un terremoto o una nuova pandemia come la spagnola del 1918 – possiamo solo prendercela con la sfortuna, il che sarebbe abbastanza improduttivo, oppure chiederci se abbiamo fatto abbastanza per prepararci alla circostanza, in modo da farci trovare pronti la prossima volta. [...]
Dentro la natura, Homo sapiens non può trascendere del tutto se stesso, non può rinunciare alle proprie prerogative in modo assoluto, snaturandosi a favore di altre specie o di una presunta Natura da salvare. Non possiamo che relazionarci con la natura dal nostro punto di vista, almeno minimamente antropocentrico. [...]
Amando la natura, amiamo ciò che ben presto ci ucciderà. Come amore, dunque, è ben strano: amiamo un apparente altro da noi, che ingloba anche noi, e che è del tutto indifferente alle sorti di quel noi. Contempliamone allora la magnificenza, ma sapendo che non è una bellezza fatta per noi e che nella bellezza della natura si nasconde sempre qualcosa di inumano. Forse, anche per questo ci attrae così tanto, perché ci trascende come individui e resiste agli scossoni della storia umana. [...]
La relazione è dunque asimmetrica: la natura è indifferente a noi, ma noi non possiamo essere indifferenti a lei, perché ne siamo parte e ne siamo in balìa. Non nascondiamoci, quindi: la forza dell’uomo consiste anche nel resistere alla natura, non solo nell'assecondarla. [...]
L’amara verità della finitudine di tutte le cose ci restituisce allora libertà, la tragica libertà di chi non crede più nei migliori mondi possibili, ma nemmeno si lascia intrappolare nel nichilismo più angoscioso. Una libertà in bilico tra la certezza di morire e la passione di vivere. Quest’avventura in un universo smisurato e ostile, un’avventura limitata nel tempo, è pur tuttavia libera e consapevole. [...]
Nel non-senso del mondo, ora siamo solo noi la fonte delle norme che ci diamo. [...]
Essa suppone la totale assenza di speranze trascendenti, che però non significa disperazione; suppone il continuo rifiuto di un senso, che però non vuol dire rinunzia; suppone insoddisfazione cosciente e dissenso permanente: un dissenso adulto. [...]
La finitudine, dunque, non si tradisce, ma neppure ci si rassegna a essa. [...]
Lottare contro la morte significa scoprire le ragioni della vita, dell’unica vita che abbiamo in dote. Se ne potrà ricavare addirittura un ottimismo, disperato ma vitale. Una gioia sempre in pericolo, ma pur sempre una gioia. La finitudine, infatti, ha questo in comune con le oppressioni e i totalitarismi: ci circonda, è inevitabile, ci stringe d’assedio, come la peste. Diventa un dovere tentare la rivolta, contrapporle la generosità dell’anima. [...]
Essere consapevoli della nostra condizione assurda e transitoria significa, dopotutto, essere vivi, poter resistere, protestare contro il male del mondo. Siamo provvisori, imperfetti, desideranti, quindi non ci arrendiamo. [...]
Lo spettacolo doloroso della nostra finitudine ci pare inevitabile, ma non per questo meno ingiusto. Scatta un giudizio di valore, una presa di coscienza, un moto di insurrezione, un’impazienza, una resistenza che scopriamo dentro di noi irriducibile. Dunque, rivoltiamoci contro la nostra condizione, così come ci rivoltiamo contro un oppressore. [...]
Possiamo accettare fino in fondo e incondizionatamente la nostra finitudine e il disincanto del mondo, e tuttavia trovare forme laiche e materialistiche di sopravvivenza al finito? [...]
L’uomo è la sola creatura che rifiuti di essere ciò che è.
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"A maggio, dopo la vittoria finale, lessi il tuo editoriale su ribellione e libertà come essenza dell’uomo, nel quale facevi un confronto tra il martirio del credente, convinto che il proprio sacrificio sia una stazione di passaggio verso un mondo migliore, e il significato estremo e radicale del gesto dei combattenti della Resistenza al nazifascismo, che non credevano nella resurrezione e che hanno dato la vita, cioè tutto, senza speranza o consolazione, per la causa della libertà, con lucido coraggio, in solitudine e consapevolezza, senza sperare in alcuna ricompensa ultraterrena." [...]
"Come scriveva Tolstoj, dobbiamo trasformare la nostra vita in modo da darle un senso che la morte non le può rapire."
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Il singolo individuo mortale resta una cometa passeggera, certo, ma potrebbe trovare un senso dentro una marcia più grande, in un cammino collettivo di emancipazione del genere umano. Forse l’insurrezione contro la finitudine può nascere da lì, dal progresso della giustizia e della libertà, al cui interno ciascuno di noi può fare la sua parte.
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"Essendo l’uomo estraneo al mondo e a se stesso, io posso conoscere il mondo, apprezzarne la potenza e la bellezza, enumerarlo, studiarlo, comprenderlo scientificamente, ma nemmeno tutta la scienza della Terra potrà mai restituirmi quel mondo, farlo sentire mio, o farmi davvero appartenere a esso. Nella condizione assurda in cui siamo da sempre, il pensiero nega se stesso, il volere genera paradossi, la scienza non mi aiuta a trovare un senso all’esistenza, perché un senso non c’è e quel mondo scientificamente compreso, anche se mai del tutto, mi è estraneo.” [...]
"L’universo romanzesco ha quindi una sua logica interna, una continuità imperturbabile che non c’è mai nella vita, ma che ritroviamo nella fantasticheria."
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Anche questa, dopotutto, è paradossale rivolta contro la finitudine: sfidare con il sudore la natura ostile e avara da cui proveniamo e che ci condanna a essere mortali. Tra il naturale e l’artefatto non sussiste, infatti, alcuna dicotomia. [...]
La natura è tradizione, è cosa già scritta, è ordine precostituito, è l’aver sempre fatto così, è conservazione e nostalgia. La natura presa alla lettera è fascista. [...]
Siamo mortali, d’accordo, irrimediabilmente, ma almeno facciamo parte di una storia più grande, di un’impresa collettiva, dentro la quale il nostro contributo non andrà perduto. Il progresso sociale, civile e politico dell’umanità ci dice che siamo i tasselli, ancorché finiti, di una storia che non finisce e che accumula conquiste di civiltà. Il singolo muore per sempre, ma ha in qualche modo scalfito la morte (e sfidato la natura), se ha contribuito a questa marcia dell’umanità, al compito di solidarietà per costruire un mondo più giusto, senza guerre, senza violenza, senza oppressione del più forte sul più debole, senza menzogna. [...]
L’azione politica ha questo di unico: l’uomo può creare da sé i propri valori, senza soccorsi dall’esterno. Mette al mondo il nuovo, lo progetta. [...]
Attraverso l’agire politico, realizziamo le potenzialità umane, siamo felici e sfidiamo l’oblio che calerà su di noi dopo la morte. Essere parte, orgogliosi e grati, di questo progresso umano è dunque motivo sufficiente per avere meno timore della finitudine? [...]
Inoltre, le conquiste elencate non riguardano tutte le parti del mondo e non sono irreversibili. [...]
Solitamente, i cantori del progresso, di questo progresso ambivalente e dilaniato, adottano la strategia di bollare gli scettici come reazionari, passatisti, antistorici e nostalgici. [...]
La civiltà non è un ricatto morale, ma un’impresa aperta. Il progresso possiede anche un altro difetto: l’impressione di ineluttabilità e il conformismo che ne consegue. [...]
La mondializzazione mercantile e produttiva diventa così l’unico progresso possibile, al prezzo di ingiustizie e depredazioni, ma in realtà è un’ipostasi del progresso, che poi altro non è se non la nuova versione tecnico-scientifica dell’ipostasi della Storia: si identifica il progresso, lo si astrae e lo si trasforma in un idolo. [...]
Sarebbe insensato e puerile ergersi contro il progresso in quanto tale, ma non si può nemmeno acconsentire alle sue conseguenze più deleterie. Occorre rivoltarsi contro il lato malato del progresso, non con spirito reazionario, bensì libertario. Il male centrale della grande accelerazione è infatti la sua dismisura, la crescita illimitata, il disprezzo per i limiti: umani e planetari. [...]
Non possiamo aver fede nel migliore dei mondi possibili, ma nemmeno consegnarci a un nichilismo angoscioso. Teniamoci stretta l’ambizione, di impronta illuministica, per cui comprendendo il mondo attraverso la scienza potremo migliorare la condizione umana, affrancandola anche dai suoi vincoli naturali. Ma non facciamo del progresso una trionfale filosofia della storia. [...]
Non c’è alcuna forza ignota che agisca nell’universo spingendolo verso la coerenza, la specializzazione, l’ordine. [...]
Ciò spiega lo strano fenomeno per cui viviamo in società che si alimentano delle applicazioni della scienza, ma sono al contempo impregnate di valori prescientifici, se non antiscientifici. [...]
L’evoluzione non è una legge, ma un fenomeno, un processo contingente. Quelli che pensano che vi sia una norma ascendente di progresso per tutto – il cosmo, il pianeta, la vita, l’intelligenza umana – sono animisti. [...]
Così, i totalitarismi, religioni senza trascendenza, uccidono in massa condannati senza speranza. Se il valore è alla fine del tempo e se un’immanente necessità guida la Storia, gli interpreti di questa necessità avranno potere assoluto. [...]
Il doppio nichilismo di Stato è quello dei totalitarismi, dove tutto è permesso dal realismo politico, con i suoi funzionari, le burocrazie, i sacerdoti, i partiti apparato, le nuove chiese. A essi si aggiunga il nichilismo borghese e mercantile, che giustifica ogni mezzo per conservare i privilegi, attraverso formalismi e ipocrisie. Quando i principi astratti vincono sulle intenzioni più nobili, la Storia diventa un lungo castigo poiché solo alla fine dei tempi si gusterà il vero premio. [...]
Le ambivalenze del progresso, se non altro, lasciano aperti gli esiti della storia, della storia con la minuscola, la storia come possibilità e non come necessità. Su quelle ambivalenze possiamo agire, spostando la bilancia da una parte anziché dall’altra, facendo con onestà il nostro dovere. In altri termini, non possiamo migliorare il mondo in generale, ma possiamo cambiarlo in meglio nella contingenza della nostra epoca concreta.
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"Nel nostro caso, la socialità e l’evoluzione del linguaggio simbolico, anch’esse frutto della selezione naturale, hanno a loro volta generato forti tendenze selettive a favore del potenziamento di adattamenti sociali e comunicativi, soprattutto nella competizione tra gruppi. La cultura è una seconda evoluzione, creatrice di un nuovo regno, di idee e conoscenza, quindi anche di nuove pressioni selettive." [...]
"L'evoluzione, da questo punto di vista, è una sorta di macchina per sfidare la freccia termodinamica. Ecco perché queste isole di ordine ci sembrano così meravigliosamente architettate, ma è un effetto, non la causa del processo.” “Mi piace molto questa immagine della vita come dissenso e rivolta contro la tirannia termodinamica! Siamo isole, fragili e provvisorie, di ordine in un mare di disordine crescente. Mi sembra un’efficace rappresentazione della nostra disperata, eppur resistente, condizione." [...]
"Del resto, lo hai scritto anche tu, che l’impero sovietico presuppone una certezza e una negazione: la certezza dell’infinita plasticità dell’uomo e la negazione della natura umana, da cui il controllo panottico, la burocrazia asfissiante, l’educazione all’asservimento.”
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Le proteine devono le loro proprietà strutturali e funzionali alla capacità di riconoscere altre molecole sulla base proprio della loro forma tridimensionale e della loro struttura spaziale, a sua volta determinata dalla struttura molecolare. È un po’ come il meccanismo della chiave e della serratura: combaciano grazie alla complementarità della loro forma tridimensionale. Questa proprietà (detta stereo-specificazione, cioè riconoscersi dalla forma) permette di creare affinità e opposizioni a livello microscopico e di specificare la funzione di una certa proteina, che si è evoluta nel corso della storia naturale in relazione a un valore adattativo. Il linguaggio delle proteine, dunque, è tridimensionale. [...]
Se una proteina ha una certa forma tridimensionale e, in alcuni punti della sua superficie, presenta uno o più siti in cui può legarsi a una certa molecola, succederà che, in caso di legame con quella molecola, la forma della proteina cambierà. In pratica, tramite questa invenzione evolutiva, la proteina può assumere due forme: senza la molecola legata e con la molecola legata. Se, per esempio, la molecola non si lega alla proteina, questa svolgerà una data funzione, mentre se la molecola si lega, la proteina non sarà più in grado di eseguire quella funzione. La molecola (che in questo caso si chiama effettore) diventa una sorta di interruttore acceso-spento per la proteina. Oppure l’effettore attiva e disattiva di più quella proteina, regolandola. Questo processo si chiama allosteria (“altra forma”), o regolazione allosterica, perché la proteina viene regolata sulla base dell’aggiunta o meno di una componente che ne cambia la conformazione, e dunque la funzione. [...]
Il cieco caso viene insomma captato, conservato e riprodotto dal meccanismo dell’invarianza e trasformato in ordine, regola, necessità. [...]
Il caso e la necessità, unendosi, danno origine alla possibilità, che è la vera categoria della vita. [...]
Si realizza, dunque, la situazione paradossale per cui l’evoluzione, per le sue buone ragioni adattative, ci ha reso predisposti a spiegazioni finalistiche che, tuttavia, la scienza ha destituito di qualsiasi fondamento. È un paradosso spaesante e angosciante, l’ennesimo. [...]
In tal modo, il DNA come principe dell’invarianza garantisce stabilità delle specie e fedeltà della replicazione e della traduzione. Si oppone al cambiamento. Ma il cambiamento è inevitabile, ed ecco l’antagonismo radicale al centro dell’evoluzione. Nessuna entità può esimersi da perturbazioni microscopiche, perfino quantistiche. Il meccanismo subisce errori, perturbazioni, alterazioni. [...]
Siamo così giunti al paradosso più profondo dell’invarianza genetica: gli esseri viventi sono dotati di una struttura e di un meccanismo che garantisce al contempo la riproduzione fedele della struttura stessa e la riproduzione ugualmente fedele di qualunque accidente ereditabile si verifichi nella struttura! L’evoluzione è la conservazione degli accidenti, sottoposti poi al vaglio ambientale della selezione. [...]
Quando il corpo ha assolto il suo compito di veicolo dei geni e l’individuo si è riprodotto, la selezione naturale cessa di sorvegliare la salute delle cellule, quindi inizia un lento processo di deterioramento. [...]
I viventi, come ha scritto magistralmente il fisico Erwin Schrödinger, sono provvisorie eccezioni al secondo principio: isole di ordine, energivore, dispendiose, perché scambiano energia con l’esterno e ne aumentano l’entropia, e comunque temporanee. Prima o poi restituiscono all’universo tutto l’ordine che hanno sottratto. Sono tentativi di rivolta al secondo principio, disperati e a termine. [...]
Prima di noi e dopo di noi, insomma, regna dal nostro punto di vista un buio insensibile, senza gioie né dolori. Come dire, in altri termini, che non c’è inferno nel prima e nel poi. L’unico inferno è adesso, l’inferno siamo noi.
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"I comportamenti individuali e, soprattutto, di gruppo orientano la selezione naturale; quindi, oggi, la componente intellettuale ha preso sempre più il sopravvento, per pressione selettiva. L’evoluzione delle idee si sta dissociando sempre più dal mondo fisico e sta andando per conto suo." [...]
"Questa evoluzione culturale, se non è ben diretta sul piano politico, rende Homo sapiens sempre più potente nei confronti dell’ambiente e sempre più ambiguo, ovvero sempre più radicalmente sospeso tra il regno delle idee e le tenebre dell’autodistruzione. L’uomo diventa la principale minaccia per se stesso.”
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Lo sbilanciamento tra il passato e il futuro è irrazionale, d’accordo, ma tra l’uno e l’altro c’è una differenza reale, scritta nella carne delle nostre esistenze individuali: la comparsa di un essere cosciente di sé, che è esistito in un insignificante frammento di tempo tra quel passato e quel futuro. Insignificante in astratto, ma significante massimamente per l’interessato, essendo la sua unica, provvisoria finestra di consapevolezza su questo universo. La finitudine può anche cancellare ogni traccia della nostra esistenza, ma nulla può impedirci di essere esistiti. [...]
E allora culliamo l’illusione (perché rimane un’illusione, ma un’illusione a suo modo commovente) che ciascuno di noi, mentre di certo non poteva influenzare retroattivamente il suo passato, possa invece influenzare il suo futuro, possa cioè introdurre qualche minuscola perturbazione da far propagare e deflagrare nel miliardo di anni che resta. [...]
La resistenza psicologica dello sbilanciamento tra passato e futuro va dunque rispettata, perché ci insegna una lezione importante. Erodere alla morte ancora un po’ di tempo significa mantenere accesa, nel tumulto dei venti, la candela della nostra coscienza. Il tempo futuro della nostra assenza ci ferisce e ci tormenta perché è diverso dal passato: è un tempo che ha avuto noi nel suo passato. [...]
Il nocciolo della questione della finitudine, in penultima istanza, sta dunque nel nostro attaccamento alla coscienza e alla personalità soggettiva. Sta nelle nostre inalienabili esperienze in prima persona. Risiede nell’inevitabile, antropomorfico individualismo di ognuno di noi. Proiettiamo le nostre categorie sulla natura, sul senso dell’universo e sull’asimmetria tra tempo passato e tempo futuro della nostra assenza. Sono sempre io che vedo, che capisco, che mi interrogo. Non resta, quindi, che pagare un prezzo, altissimo ma inaggirabile, per tentare un’estrema sfida alla finitudine: rinunciare all’amore per il proprio Io, all’ossessione per la propria individualità, al miraggio persistente di essere il filtro interpretativo del mondo. [...]
Siamo ombra e polvere, ma ombra e polvere generative. Onnipotente non è la morte, ma il cambiamento. [...]
Certo, la perdita dell’identità individuale e del destino personale è senza ritorno, è l’inevitabile prezzo – compreso il ricordo-palliativo di opere e gesta, che in un lasso di tempo abbastanza lungo sbiadirà pure quello –, ma gli elementi della nostra costituzione materiale, quelli no, non svaniranno. [...]
Esiste, piuttosto, un ciclo di aggregazioni e disgregazioni. Alla morte succede la vita; alla vita segue sempre la morte. Altrove ci sarà crescita e sviluppo di vita nonché di esotiche civiltà sconosciute. La materia è in continuo rivolgimento. Quindi, non dobbiamo postulare che la finitudine sia sinonimo di decadenza generale, semmai solo locale. In un modo o nell’altro, tutto perisce, ma facciamo parte di una realtà infinita di cui siamo solo un granello. [...]
Scoprirsi parte dell’infinito processo di aggregazioni e disgregazioni, e immergersi in esso, anche nell’ipotesi di scuola che il nostro corpo si riformi, significa comunque rinunciare al proprio destino personale, all’identità individuale, perfino all’idea che la storia umana nel suo insieme possa lasciare un segno imperituro. [...]
Tanto è vero che dobbiamo edulcorare questa tetra realtà con la poesia, con l’arte, con la creatività, con l’impegno politico e sociale. [...]
La nostra condanna è capire di essere ininfluenti e continuare ciò nonostante a combattere. [...]
La libera autodeterminazione delle nostre esistenze fa da cerniera tra il caso e la necessità, ci rende responsabili delle azioni e imputabili per esse.
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"Voi non descrivete il mondo là fuori per come è o come sembra, ma lo anticipate nella vostra testa e poi lo andate a cercare." [...]
"Se una mutazione impedisce a repressore e operatore di riconoscersi, il batterio continua a produrre l’enzima anche se non serve a niente. Se, al contrario, una mutazione rende il repressore molto più affine all’operatore che all’induttore, il batterio non produce mai l'enzima. Succede perché la loro forma è cambiata." [...]
"...tutte le cellule hanno lo stesso DNA, ma i geni saranno in gran parte repressi, mentre saranno attivi solo quelli che producono le proteine necessarie ai diversi tipi di cellule: neurali, del muscolo, della pelle e così via.” [...]
"L’evoluzione funziona così: massima libertà di sperimentazione chimica casuale e poi la selezione naturale filtra le soluzioni emerse in base all’efficacia e alla coerenza che conferiscono alla cellula e all’organismo."
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Solo noi possiamo dare un senso alla finitudine, un senso che non sia umiliante né paralizzante. Quel senso non potrà che essere morale, non potrà che appartenere, cioè, alla sfera della nostra libertà: della libertà di darci una norma e di trovare valori. [...]
Lo spiraglio si chiama etica della conoscenza. L’indagine oggettiva della natura esclude qualsiasi giudizio di valore. L’etica, al contrario, è nonoggettiva per sua stessa natura, essendo il regno del dover-essere. [...]
Conoscere e rispettare i nostri retaggi, pur riuscendo, quando è il caso, a dominarli: su questo si basa l’etica della conoscenza. Gli ideali di giustizia e libertà, su tutti, trascendono l’individuo al punto da giustificarne, se è il caso, il sacrificio. [...]
La vita, proprio perché contingente e finita, ha un valore assoluto. [...]
La morte trasforma la vita in destino e consente un giudizio. [...]
Ci siamo, potevamo non esserci, siamo capitati: questo è tutto, questo è meraviglioso. Non siamo più schiavi di una posizione privilegiata nel cosmo. Non siamo più schiavi di un radioso avvenire da tradurre in realtà. Non siamo più schiavi di un’attesa che vanifica il presente. [...]
Avere coscienza della finitudine ha inoltre un grande valore umanistico, perché ci dona non solo il senso della nostra appartenenza alla natura, esseri fragili tra creature fragili, in piedi su una Terra vagante che pure condivide questo destino, ma ci dona anche la compassione per tutti gli altri che, come noi, sono mortali e in cerca di un senso. La finitudine è il fondamento della nostra comunità di destino, della solidarietà tra disperati, una solidarietà che nasce tra le catene. [...]
Rivoltarci contro la finitudine ci stringe insieme. Non possiamo farlo da soli, ma sempre in relazione ad altri come noi, che piangono la nostra finitudine o ce la rinfacciano. Questa solidarietà nella finitudine è parte costitutiva della natura umana, di quel nocciolo irriducibile a qualsiasi cultura e a qualsiasi storia che rende ognuno di noi membro del consesso umano e trascende le individualità. L’atto di rivolta – contro i mali del mondo, contro le oppressioni e le ingiustizie, contro la finitudine stessa – è un seme di solidarietà umana, che travalica i singoli e diventa tessitura collettiva. [...]
La finitudine attribuisce un valore assoluto alla vita e, specularmente, ci porta a considerare un delitto – in termini altrettanto assoluti – la privazione violenta o comunque intenzionale della vita altrui. La finitudine ci restituisce la riconoscenza per la meravigliosa opportunità che abbiamo avuto di esistere, per un po’, affacciati a questo cielo, nonostante tutto, anche se è stata grama, anche se è finita prima del tempo, anche se le infamie del mondo ci hanno sopraffatto. La finitudine, poi, ci rende solidali, in questo destino fragile e nella rivolta per renderlo più degno. [...]
In altri termini, la libertà che ci fa essere consapevoli della finitudine ci spinge a riconsiderare continuamente la nostra condizione assurda. E a non essere mai soddisfatti. [...]
Non resta che farsi carico di quell’assurdo e viverlo fino in fondo, senza conciliazioni finali, nello strazio e nella grandezza della finitudine di tutte le cose che ci rende liberi. [...]
Si può essere insomma felici, di una felicità sempre minacciata, vivendo fino in fondo la nostra contraddizione. La tenace rivolta contro la propria condizione, la perseveranza coerente in uno sforzo ritenuto sterile, è la sola dignità dell’uomo. La vita non ha un senso e allora, a maggior ragione, vale la pena di viverla. Questa rivolta senza avvenire, ma generosa e senza rimpianti, si paga con un’incessante inquietudine.
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“No, Jacques, nessuno si sceglie il proprio destino assurdo: c’è dentro fin dall’inizio. Sisifo non è meritevole della sua condanna ma ne è responsabile, nel senso che la sua condanna è coerente con il suo essere. Allora si ribella nel momento in cui ne diventa consapevole e decide liberamente di vivere appieno ogni istante dell’esistenza, benché disperata fin dall’inizio, che gli è data in sorte.”
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Homo sapiens, il cacciatore nato del senso, capisce che un senso non c’è. Allora decide di vivere fino in fondo il non-senso e di sobbarcarsi, felice, le fatiche di Sisifo della scienza, dell’etica e della convivenza umana. Di sorridere, perfino, dinanzi all’assurdità del proprio destino. Di godersi lo spettacolo della natura. Non ripiega su se stesso, insomma, ma si apre al mondo e agli altri.