Come la mettiamo tutte le volte in cui la scienza da una parte – o un altro dominio di ragionevole universalità come i diritti umani fondamentali – e un credo religioso, dall'altra, si trovano in rotta di collisione? Perché siamo d'accordo che un diritto umano universale vada difeso anche a costo di negare un principio religioso, mentre un fatto scientifico acquisito (la Terra non è piatta, la Luna non è fatta di formaggio, gli Australiani non camminano a testa in giù e le spacie evolvono per selezione naturale) può essere vilipeso, negato o sottaciuto senza colpo ferire visto che ognuno nella propria coscienza è libero di pensarla come vuole? Nessuno infatti ha mai censurato un solo libro fra la sterminata paccottiglia anti-scientifica di infimo livello sfornata dalle case editrici creazioniste, anche italiane.
Esiste il reato di vilipendio della religione, ma non quello di diffamazione della scienza.
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L'impressione è che la dottrina del disegno intelligente abbia un obiettivo di facciata dietro il quale si nasconde un bersaglio ben più grosso. È un attacco rivolto non tanto e non soltanto alla teoria della evoluzione darwiniana, al cosiddetto «verbo darwiniano», ma alla autonomia e alla specificità della scienza in quanto pensiero intrinsecamente anti-ideologico. Discende da una visione di società improntata a valori religiosi pervasivi che mirano a influenzare l'insegnamento e la legislazione. È il frutto di una religiosità invadente, militante e discriminatoria che attraversa oggi le confessioni più diverse e per la quale una scienza libera e propulsiva è obbiettivamente un problema: deve essere posta sotto la tutela di un'autorità più alta. Questa religiosità alimentata da paura e ignoranza è frutto di un'involuzione culturale preoccupante che interessa da qualche tempo anche il nostro paese e che si fonda su un colossale fraintendimento coltivato da schiere di filosoficontemporanei: che per un essere umano la scienza non possa essere una fonte alternativa e sufficienta di ispirazione, di meraviglia, di ricchezza interiore, di speranza e consolazione. Lunga vita, dunque, al dio degli spaghetti e sia riconosciuta cittadinanza morale anche a chi, come Jacques Monod e molti altri evoluzionisti, trova appagante pensare agli esseri umani come zingari solitari ai bordi dell'universo.
Telmo Pievani, Creazione senza dio, Einaudi, 2006; pp. 102 e 109-110