Scaccio mosche dai tralicci ruvidi che rivestono la mia falsa incolumità.
Mi dispiego come un pensiero dismesso dai contorni poco rustici
di un sudoku ragionevolmente Verità Assoluta di ponte-spettro
o divinità gratuite.
Custodisco cartoline lustre per i bodhisattva dell'alchimia cielo-terra
che scribacchiano un “boh” eterno e insignificante, slacciando lattiginosi
covi di coscienza
diluita dalla bomba prodigio dell'azzardo
umano troppo umano, umano troppo invano.
Sarò sufficientemente morta
quando la Venus in Furs cavalcherà la santità sensuale del Dalai Lama
e vibrerò in ritmi lenti biascicando teneramente poltiglie di moltitudini
in sillabe
che sono cieli insonni di casualità,
che sono principi d'identità commutabili
che sono centimetri avvolti di rivoluzione
e salubre percezione dei polverosi vissuti-oltretempo,
ammazzati dal blu livido della stanza
che raccoglie avanzi di noi e voi e cosmi scovando somiglianze improbabili
con lo scoppio della tomba
e il bacio del fucile che frantuma le ginocchia appuntite.
Esserci o non esserci è solo un modo per sparire
oltre le scuciture insolite dell'irrealizzabile.
Sfoglio l'altalena scaltra sottoveste, sotto la giuntura della carne irsuta,
il velluto sfiorato da cimici sempre più reali, il prurito
che stilla banale dai preliminari di ogni combustione
spontanea,
cartilagine d'eternità sporca e smunta che indossi sotto gli occhi
come i tuoi sciocchi scarabocchi
sempre più concentrici di ieri,
i buchi neri che scavi con disinvoltura
sotto la luna che non ci riempie più i bicchieri
e accorcia i condimenti distesi ai bordi di una canna
tutto vita e niente tempo
solo Dharma liquido da inalare
per osservare l'essere schiacciati dal sole
in movimenti di serpi e spine-aiuole spuntate sulle cervella ricciolute
che ruotano per commemorare
un'ultima volta
un ultimo fiato
l'ultimo giorno
sempre immobile, a lavorarci la carne.
- Dulcamara K.R.