Nella fabbrica automatizzata le macchine gestiscono quasi tutte le funzioni sotto il controllo di un’élite di tecnici che vive nelle vicine zone residenziali. Sull’altra sponda del fiume chi è rimasto senza lavoro, espulso dal processo produttivo, svolge compiti modesti, a volte fa lavori socialmente utili, spesso passa la giornata nei bar o in altri ritrovi. Un visitatore indiano di riguardo, una specie di marajà, vedendo questi ex operai piuttosto depressi, li paragona a schiavi. Il suo accompagnatore sorride, poi spiega: «Ma no, sono cittadini assunti dal governo. Hanno gli stessi diritti degli altri. Prima lavoravano in fabbrica al controllo dei macchinari, ma oggi i macchinari si controllano molto meglio da soli: meno sprechi, prodotti migliori e più economici. Chi non è in grado di mantenersi, facendo il suo lavoro meglio di una macchina, viene arruolato dal governo: può scegliere tra l’esercito e il Corpo di Bonifica e Ricostruzione». Intanto sull’altra riva, quella delle fabbriche e della parte più ricca e attiva della società, il direttore dello stabilimento Ilium prepara un discorso sulle meraviglie della seconda rivoluzione industriale che non solo ha ridotto i costi, ma ha eliminato le debolezze del fattore umano: operai che producevano di meno o sbagliavano di più, creando molti scarti, soprattutto nei periodi delle feste, dopo Natale e Capodanno, o quando avevano problemi familiari o di rapporti col caporeparto. La sua assistente gli chiede, ammirata, se pensa che sia in arrivo anche una terza rivoluzione industriale. «Credo che questa terza rivoluzione», risponde il direttore, «sia già in atto da qualche tempo, se è alle macchine pensanti che alludi. Questa sì che sarebbe la terza rivoluzione: macchine che dequalificano tutto il lavoro di concetto. Certi grandi calcolatori già fanno questo, in alcuni settori specifici». «Uhm», riflette l’assistente, improvvisamente assorta e preoccupata, «prima il lavoro muscolare, poi il lavoro concettuale di routine, poi magari il lavoro di concetto vero e proprio». [Kurt Vonnegut]