Il signor Vittorio, pensionato, si era alzato all'alba, con la voce del muezzin che chiamava i romani alla preghiera. Scese a fare colazione al bar con falafel e cappuccino e, in mancanza di cantieri da supervisionare, optò per fare due passi al parco. Si piazzò su una panchina e iniziò a ragionare sull'impermanenza, sul management olistico e sul gatto di Schrödinger, la povera bestia che il fisico teneva prigioniera in una scatola, per fare il gradasso con gli amici.
«Nonno, ce l'hai il certificato di antifascismo?».
«Eh?».
Vittorio ebbe un sussulto che lo riportò nel qui e ora. L'impermanenza si fece eternità, i manager olistici si presero a pugni e il gatto riuscì a liberarsi, fuggendo da quel sadico austriaco che odiava i felini.
«Stai interagendo col tessuto sociale del quartiere, ce l'hai il certificato di antifascismo?».
Erano due Guardiani dell'Integrazione, chiamati più prosaicamente "I cani di Pavlov" dai vecchi pensionati reazionari. Erano ragazzi che il Partito usava come manovalanza no-brain; quando qualcosa infastidiva il Partito, bastava tacciarla di fascismo e loro scattavano come i Fox Terrier nella caccia alla volpe. Vittorio spesso immaginava Pavlov e Schrödinger chiudere cani e gatti insieme in una scatola, torturarli con le campanelle per poi ridere delle loro sofferenze.
«Allora, nonno, 'sto certificato ce l'hai o no?».
«No, perché?».
L'altro ragazzo spostò di lato il suo amico e invase la zona di comfort pensionistico di Vittorio.
«Oggi è la festa del sacrificio, stanno sgozzando centinaia di animali, se non hai il certificato, te ne devi andare, subito. È una questione di rispetto e tolleranza. O ti integri con il contesto culturale o te ne vai... o forse, sei uno di quelli che amano spargere odio?».
«Loro stanno laggiù e io sto qui. L'unico a spargere qualcosa sei tu, con questa fiatella che odora di merda».
«Ahò, ma lo sentite questo? Nonno, se sei venuto a provoca' hai capito male. Ormai ve dovete rassegna', vecchi rincoglioniti, questa è la civiltà migliore che abbiamo creato per tutti. Regazzini felici che sgozzano le capre, donne serene nei loro recinti e, cosa più importante, quelli come te che non si vogliono arricchire con le altre culture, fanno una brutta fine».
«Se credi che scambierò Verdi coi bonghi, o Botticelli con gli ombrelloni, hai capito male. Tienitela stretta, la tua cultura "altra"».
«Non far arrabbiare er Cusmanino, nonno, è un veterano antifascista, non sai quanto è cattivo. Se non fosse che se lava una volta a semestre, oggi poteva sta' all'Europarlamento a du' sacchi ar mese... io starei in campana, ar posto tuo!».
«Non mi sognerei mai di turbare lo stato emotivo del signor Cusmanino, né di valutare lo stato della sua epidermide. Il fatto è, ragazzi, che questo è un parco pubblico. Il certificato di antifascismo mi è servito per prendere la pensione e lo uso per fare la spesa, andare al cinema e per farmi la pizza, quando posso, e a chiedermelo è la polizia, non voi scappati di casa. Non sto interrompendo nessuna gioia infantile, e le donne nei sacchi... nei recinti, volevo dire, non mi interessano. Voi proseguite con la vostra transumanza alla ricerca del fascismo e io proseguirò con i cazzi miei. Buona giornata».
I due ragazzi si scambiarono un'occhiata di intesa.
«Abbiamo un attore comico, Cusma', una specie de Pif, ma con l'espressione intelligente, mi sto pisciando sotto dalle risate».
«Ascolta, nonno, lo vedi tutto quel sangue? Te ce faccio fa' er bagno se non te ne vai. Questo è un quartiere inclusivo e progressista e i fasci come te li appendiamo a testa in giù, perciò, prima che me 'ncazzo davvero, arzete e vattene».
Un venticello friccicarello spargeva nell'aria l'odore multietnico di merda, sangue e interiora, le donne ondeggiavano lievi nel loro recinto e le risate allegre dei bambini si sovrapponevano ai belati disperati delle capre. Vittorio spostò lo sguardo dall'uno all'altro, con un espressione alla Ezechiele 25,17.
«Ragazzi, quando i persiani chiesero le armi a Leonida, alle Termopili, il Re rispose: μολὼν λαβέ, "venite a prenderle". Io, che so' romano, parafrasando il grande lacedemone vi dico: "annatevene affanculo"».
La martellata che Cusmanino diede in testa al signor Vittorio, gli fracassò il cranio e spappolò parte del lobo frontale, ponendo fine al dissenso del pensionato con scaltrezza retorica tutta progressista. Mentre il giovane disincastrava il suo attrezzo dalla scatola cranica del signor Vittorio, il suo collega chiamò qualcuno al cellulare.
«Avvoca', c'è stata un'aggressione fascista alla festa del sacrificio... no... Cusmanino s'è difeso... no, l'aggressore è morto... sì, Cusmanino sta bene... no, non c'è il porchettaro... vabbè, passamo in stazione dopo... nun se dovemo preoccupa'? Famo come dice lei, che poi ce pensa er maggistrato? Vabbè».
«Che dice l'avvocato?».
«Sta' tranquillo. Ha detto de metteje in tasca un tricolore, passa automaticamente dalla parte del torto e noi se paramo er culo».
I due ripresero a passeggiare lasciando il signor Vittorio adagiato sulla panchina, con la testa fumante, un lembo di bandiera italiana che usciva dalla giacca e il sangue che gocciolando, si mischiava a quello dei cammelli e delle capre.
«Ma l'avvocato voleva la porchetta?».
«Sì, annamo da Aziz, a Termini».
«Er pusher?».
«Sì, c'ha quella dei castelli... dicono che è bbona».
«Non l'hai mai provata?».
«No, se la mette nel culo co' l'ovuli de coca e i tocchi de fumo... me fa impressione».
«Ma io l'ho sempre presa da lui...».
«Ahahahahah, allora c'aveva ragione er nonno a di' che te puzza er fiato».