E quella barriera difensiva che entrambi hanno creato viene messa completamente da parte nell’istante in cui va a riferirgli quelle parole. E se un patto è un patto, dovrebbe avere sincerità di conseguenza. Sincerità che gli viene spiattellata in faccia con una velocità estrema, con una sicurezza tale che quasi lo spiazzerebbe se fosse uno capace di mostrare le proprie reazioni. Ma lui si limita a rilasciare uno sbuffo divertito dalle narici, quasi come se stesse prevedendo quelle parole, come se infondo se le aspettasse. Perché sotto certi versi l’ha sempre saputo. Sotto certi versi ne è sempre stato convinto. Di come, in realtà, quella ragazzina non facesse altro che richiedere le sue attenzioni, in maniera differente da come le richiede lui. « Lo so. » cosa che non si dovrebbe rispondere ad un “mi piaci”. Il mento ancora piuttosto alto, le labbra che vengono inumidite e le braccia che sciolgono quella presa difensiva per cercare luogo con le mani sul corrimano, a tal punto da poter sembrare un minimo aperto alla conversazione. « So anche questo. » sfacciato nel proferirglielo, sicuro nel farglielo ben noto e presente. « E allora perché non lo fai? » se hai tutte queste sicurezze? Se credi che questa voglia di baciarti stia consumando anche te? « Baciami Merrow. » flettendo appena le sopracciglia, inclinando il capo in fervida attesa. « Fallo e continuerò ad ammettere ciò che vuoi sentirti dire. » O ciò che forse sai già. « E guardami negli occhi quando ti parlo. » la richiesta così palese ora di farlo. Perché ancora quelle iridi trasparenti non sono state in grado di captare lo sguardo di lei. Il motivo, apparentemente sconosciuto. Una richiesta secca e decisa, di chi pare aver un pizzico di fastidio nel non ricevere quanto voluto. Rimanendo così in semplice attesa di un netto e chiaro passo di lei.
Non batte ciglio a tutte quelle sue uscite gradasse, sorvolando su di esse come potrebbe fare sui dettagli insignificanti di una storia, da leggere in un libro. E se lui pare divertito, lei in tutta risposta assume un`espressione calma e vagamente accondiscendente, nel sentirlo procedere nel discorso in quel modo sfacciato e sicuro. Alla sua domanda però, lei inclina il capo di lato, senza passi tra loro a separarli, sbattendo un paio di volte le palpebre mentre la sinistra sposta ancora una volta la riga della chioma dalla parte opposta a quella precedente, il profumo che ad ogni tocco sui capelli, si espande involontariamente, mentre l`espressione si fa vagamente ironica. Lo lascia continuare però, fino alla fine, senza interromperlo mai, iniziando una breve risatina cupa alla fine di quella sciorinata di richieste «Tsk-tsk» schiocca la lingua al palato due volte, in segno di diniego che il capo segue con un moto lento e vagamente teatrale «Vuoi troppe cose, Xavier.» lo guarda, ma sempre evitando di fissarlo, rimirandogli il viso nella sua interezza, scivolando spesso verso il basso, verso quella bocca che le parla e che ora resta ferma in attesa «Puoi scegliere una sola cosa: i miei occhi, o le mie labbra. Non entrambe.» perchè non esiste che ti si dia ogni cosa che chiedi, perchè gli scambi devono sempre essere equi «Cosa vuoi di più?» il corpo che si protende vagamente in avanti, quelle movenze vagamente selvatiche che paiono completamente rivolte al Serpeverde, mentre le mani vanno a posarsi sul medesimo parapetto, nello spazio che lui lascia tra i suoi fianchi e le dita, come a volerlo incastrare, o forse ingabbiandosi a sua volta «Scegli bene. Ed io continuerò ad ammettere quello che vuoi sapere.» perchè lei non asseconda voglie momentanee, la Loghain dona solo sincera conoscenza: una finestra su ciò che lui può sospettare ma mai sapere con certezza.
« Sì. » sul fatto di volere troppe cose, è vero. Spiegazzando appena le labbra poi a quel suo dire, ritrovandosi appena incerto in quel bivio che l’altra gli espone dinnanzi ai suoi occhi. Ritrovandosi così a spostare le iridi cristalline da quelle palpebre che continuano a rimanere abbassate alle labbra piuttosto visibili e semplici da captare. « Non entrambe. Mh. » e continua a mostrarsi quasi pensieroso seppure le sue labbra non facciano altro che trattene un ghigno di sbieco. Perde tempo e quello è necessario per tenere sott’occhio i movimenti della Grifondoro che s’avvicina selvaticamente verso di lui, scivolando appena di lato con questi in modo tale da osservare come quelle braccia finiscono in vicinanza dei propri fianchi. Alza il mento ritrovandosi vertiginosamente quel viso altrui a pochi centimetri dal proprio per via della posizione intrapresa. Incastrato e ingabbiato sia lui, sia lei. Lui continua a mantenere le braccia dietro, in appoggio e in vicinanza delle mani di lei, su quel corrimano. Mettendolo ancora una volta dinnanzi a quella scelta. « Okay. » arrivando finalmente ad un resoconto. « Dammi i tuoi occhi. » riferisce secco e deciso, nel pretendere che alzi quelle palpebre per ricercare il suo sguardo. E solamente ed esclusivamente nel caso ci fosse quel contatto visivo che, a dir si voglia, farebbe durare istanti piuttosto brevi, si allungherebbe appena in avanti con le mani affinché queste possano trovare luogo sui suoi fianchi nel momento in cui il viso si avvicinerebbe a quello di lei per rubarle le labbra. Tu dammi gli occhi che io mi prendo le labbra. Schiudendo dunque le labbra sulle sue, come a volerne capire di più, come a voler sapere di più da quello che lei continua a tenere nascosto. A chiedere che gli parli tramite quel bacio che sfocerebbe se permesso in qualcosa di più presente, sentito. Di labbra che premerebbero più volte sulle sue prima di ricercare qualcosa di nettamente più umido, laddove la punta della lingua non farebbe altro che insinuarsi alla ricerca della sua.
Solleva appena gli occhi al cielo a quell'affermazione scontata ed arrogante, passando oltre solo per vederlo farsi meditabondo all'opzione che gli presenta. Una cosa sola, non tutte e due. Non essere ingordo, Gutierrez. Gli rimira quel ghigno, aggrappandocisi con lo sguardo mentre lentamente si fa avanti, ad attuare quella posa, ad aumentare la vicinanza, il viso che lo guarda leggermente da sotto in su, data la gamba sinistra che piega appena, in maniera da donargli un'apparente posa dominante, a sovrastarla di qualche centimetro, mentre gli dedica il primo vero sorriso asimmetrico, mai stato così genuino e ferale, e soprattutto così vicino. Il calore che comincia a percepire provenire dal corpo del Serpeverde, sembra un invito silenzioso, guardandolo di sottecchi per notare quel suo sguardo finire alle sue mani che si aggrappano sulla pietra, vicino ai suoi fianchi. Non dice nulla, fissandolo come se volesse bucarlo da parte a parte, mentre meditabondo riflette, cercando di prendere la decisione migliore. Ce n'è una sola, Xavier. Hai il cinquanta e cinquanta. E quando finalmente arriva quella sentenza decisa, il ghigno asimmetrico sulla bocca di lei, si fa più ampio e luminoso, facendoglisi incontro di qualche centimetro in più. Lentamente, quello sguardo chiaro che puntava in basso, verso il mento del Serpeverde, si alza. Le ciglia nere che sfarfallano appena per l'intensità con cui percorre quella distanza minima che la conduce inesorabilmente verso i suoi occhi, ad incontrarli, con un sospiro inesistente che le sfugge a guardarlo. Brevi istanti che vedono l'annullarsi di ciò che sta attorno a loro, mentre in quegli occhi lei resta caparbiamente aggrappata, anche quando sente le mani di lui farsi avanti, afferrarle la vita esile, per rapirle le labbra senza permesso. Come voleva lei, e come vuole lui. Solo in quell'istante le palpebre calano, a nascondergli il viso, per poterlo sentire in una maniera completamente nuova: la mano destra si scosta dal parapetto per raggiungere il suo cravattino, afferrarglielo e, delicatamente ma con urgenza, tirarselo addosso, mentre la mancina risale sulla spalla, ad accarezzare il trapezio e finire con le dita lunghe ed affusolate, in uno sfiorare sulla nuca. Il cuore le sta esplodendo in petto, mentre quelle labbra si posano sulle sue, a domandarle quanta frustrazione le abbia provocato negli anni, quanta inaspettata forza e conforto abbia trovato in quell'unica conversazione avuta in passato, come sia stato difficile chiuderlo fuori, ignorarlo, continuare a denigrarlo con tutta se stessa perchè ferita, da lui, che stupido come pochi, era cieco ad ogni cosa. Gli racconta di quel desiderio bruciante, mal celato sotto una rabbia costante e cocente, le labbra che si schiudono e lo assecondano, mentre la lingua scivola morbida e caldissima, ad incontrare finalmente la sua. Respira piano ed in maniera accelerata, in quel bacio che non ha niente di scontato, di timido, di pacato, nonostante sia estremamente lento ed elettrico, a voler sentire il suo sapore in ogni sfumatura, per la prima volta. Non lo lascia andare, continuando a ricercarlo più volte in quella rovente smania, dove la lingua lo stuzzica, lo incalza, lo guida e lo spiazza, da tante sono le cose che gli sta in realtà dicendo. Stringe, la mancina che gli graffia, leggera, il colletto della camicia, sulla nuca, mentre la destra mantiene salda la presa per non lasciarlo andare. Morbido, lavico, ed assolutamente mozza fiato. Un bacio di quelli da ricordare, con un sottotono di furiosa possessività che non trova nessuna spiegazione razionale. Lentamente, dopo lunghi attimi, rallenterebbe ulteriormente il ritmo che già era uno stillicidio di stimoli, andando a scostarsi con il respiro mozzo. Gli occhi che tornano ad aprirsi ad inquadrare quelli di lui, la bocca umida, ancora leggermente schiusa. Gli resta addosso, la posa che non muta, rimanendo a fissarlo per lunghi istanti, cercando di riprendere il senno.
Le iridi cristalline non fanno altro che mantenere quel contatto visivo su di lei, laddove è una tacita ispezione quella che avviene, facendo scivolarle dal volto al suo corpo senza chiedere troppi permessi, rialzandoli nel momento in cui quella camminata altrui non fa altro che avvicinarli, spostando appena il capo verso l’alto in quella posizione che lei ha scelto di voler prendere. Apparente posa dominante che si distanzia in realtà da quello che effettivamente è, o che appare ai propri occhi. Lui, allo stesso tempo, si adagia alla perfezione contro il marmo di quella scala, probabilmente scendendo di qualche centimetro viste le gambe che si stendono di qualche centimetro in avanti. Si sente gli occhi di lei addosso, ma mai dove dovrebbero essere davvero. Non ricercano – ancora – un contatto visivo che, effettivamente, richiede in quella risposta che doveva dare a quello che sembrava più un indovinello che altro. Ed è certo, in merito a questo, di aver superato il test con un Eccellente +. Tant’è che dopo tempo, tantissimo tempo, le sue iridi riescono nuovamente a captare il colore e le sfumature grigio-verdi di quelli di lei. Occhi grandi che vengono esaminati, ricambiati da uno sguardo apparentemente intenso nei suoi riguardi. La fissa completamente, laddove lei non incontrerà mai delle vere risposte, perché i suoi occhi non parlano. Non lo fanno. Sono semplicemente uno specchio che riflettono lei e nient’altro. Un gesto improvviso poi, che va contro i propri principi, le proprie leggi, il proprio essere, laddove il contatto fisico risulta sempre meno un fastidio, permettendolo solo in determinate circostanze e mai si sarebbe aspettato in queste. Perché sta andando di istinto, come se per qualche istante avesse completamente chiuso le porte della mente per non lasciar trapassare alcun pensiero. Dita che scendono su fianchi mai sentiti, su un qualcosa di prettamente nuovo, le cui curve non sono così accentuate, ma non è di certo qualcosa che potrebbe far caso. Mani che premono, ma non più del necessario, se non un leggero sospingere verso di sé affinché quella vicinanza possa essere tale per permettere alle labbra di incontrarsi con più facilità. E lui, in un qualche modo, non si aspetta di essere respinto. Perché gli occhi di lei, a differenza dei propri, alle volte parlano molto di più. Labbra che vengono rapite e iridi che s’imprimono su quelle palpebre che la terzina sceglie di abbassare. E c’è un leggero lasciare andare quando le mani altrui raggiungono in proprio cravattino, lasciandosi condurre da quel movimento, permettendoglielo sotto certi versi, poiché due cose contemporaneamente sembra incapace di farle. O pensa al bacio, o pensa a quel contatto che non le è stato permesso. Contatto che s’intensifica in quella mano che risale sul trapezio rubandogli un brivido impercettibile a lei, che fa vibrare la colonna vertebrale, proprio nell’istante in cui questa raggiunge la propria nuca, ne sfiora i capelli e lo conduce ancora di più in vicinanza di quel bacio. Un gesto quello di lei di chi pare sapersi lasciare andare, a differenza del serpeverde in questione. Una fitta allo stomaco viene immediatamente percepita, un qualcosa che opprime, che ricerca un altro bisogno. Qualcosa che urta, infastidisce, a cui vorrebbe porre fine. Eppure le sue labbra sono ancora lì, dischiuse in quelle lei, che incominciano a compiere movimenti del tutto nuovi. Qualcosa mai fatto, qualcosa che lo porta ad abbandonare la posizione presa, per raggiungere una posizione nettamente superiore. Le palpebre si abbassano nel momento in cui una mano risale sul suo corpo, arrivando a raggiungere la mandibola di lei che, lateralmente, verrebbe premuta, laddove le dita non fanno altro che scivolare su alcune ciocche di capelli morbidi. Lei non ha più quella posizione dominante, poiché questa non verrebbe permessa, ritrovandosi dunque a rizzare la schiena per cercare centimetri necessari a coinvolgere lei nel dover innalzare il capo. Il bacio cambia, muta, diventa qualcosa di intenso, qualcosa che richiama, desidera conoscere. Ed è un qualcosa di prettamente conoscitivo il proprio. Di quelle labbra che incominciano a muoversi, premendo sulle sue, sentendole sotto ogni verso, posizione, sino a ricercare un qualcosa di più, laddove la punta della lingua non ha niente di timido nell’istante in cui si insinua in lei, ricercando e trovano da subito un contatto ben definito. Un gioco di lingue che scambiano sapori del tutto nuovi, mai sentiti, mai percepiti. Un sapore che riconduce a lei, che memorizza. E quando il bacio si fa più intenso, la mano si stacca dal volto di lei per raggiungere la propria, in contatto di quel cravattino, di quelle unghie che incominciano a farsi sentire sulla propria pelle, bloccandola affinché possa trovare una posizione differente, permessa. E’ così che la porterebbe verso il basso, verso il proprio fianco, in appoggio. Prima di ritornare a spostare la propria mano su di lei, ancora in vicinanza del suo collo. Non graffia lui, preme solamente. Di quel bacio si sa ben poco. Segue il ritmo di lei in quei brevi attimi, prima di ricercare un ritmo proprio affinché questo venga seguito a tal punto da collimare alla perfezione. Il respiro che ormai si è mischiato con il suo, apparendo più sentito, causato da quella difficoltà respiratoria che va oltre al bacio. Forse lo trattiene quasi, il respiro, tramite le narici. Sente la passione di lei – per quanto una tredicenne possa mostrare –, sente il suo animo felino, la sua furiosa possessività, ma d’altro canto lei riuscirà a capirne ben poco di cosa va ad esprimere lui. Poco, davvero poco. Perché lui ha seguito, ha creato, ma non ha mai spiegato. E non spiega tutt’ora, quando il bacio viene a meno, quando si distanzia e riapre gli occhi sul viso di lei, respirando decisamente meglio. Le narici a sbuffare dell’aria calda, le labbra ad inumidirsi come a trarne l’ultimo sapore di lei. Le mani non fanno altro che ritrovare la posizione iniziale, portandosi all’indietro per aderire contro il corrimano di quelle scale. Il mento s’innalza, gli occhi penetrano in lei. « Rimane tra noi. » qualsiasi cosa si siano detti in quel bacio. Qualsiasi cosa lei abbia captato, annebbiata sicuro. Il viso a diventare estremamente serio, inespressivo come suo solito. La gabbia toracica ad abbassarsi e gonfiarsi al contempo. «Buon pranzo, Merrow. » il suo semplice dire, prima che con gli occhi non vada a mostrarle la direzione verso il piano inferiore, la via che dovrebbe intraprendere. Lui, al contempo, rimane a stringere il corrimano.
Mani. Mani di lui che le raggiungono i fianchi, che l'attirano come calamite, che quasi annullano la distanza tra i loro corpi, quasi. Mani di lei, sulla spalla, sulla nuca, all'attaccatura dei capelli, dita che graffiano appena il tessuto della camicia, lente in un inesorabile sfiorare che sembra atto solo a fargli sentire fisicamente, per la prima volta, cosa voglia dirle starle così vicino, quanto poco raccomandabile lo sia. Mani che lo avvicinano, che lo tirano verso di sè, che lo sospingono ed incoraggiano, in quel contatto preso, non concesso, proprio come forse è tutto quel bacio. Perchè credevano di volerlo, in realtà detestandone l'idea, ma desiderandolo infine senza possibilità di fare altro se non arrendersi al fatto compiuto. Labbra. Labbra di lui che si posano su di lei, che l'assaggiano, che si modellano contro le sue, che la costringono a voltare il viso leggermente verso l'alto per far si che quel contatto non cessi, non appena la posa dell'altro muta a sovrastarla. E a lei sta bene così, evidentemente, perchè è con un respiro vagamente più intenso filtrato dalle narici, che glielo fa intendere. Le piace concedergli cose che lui comprende subito di doversi prendere. Perchè non c'è niente che lui le abbia rubato, che lei non gli abbia permesso in precedenza, a monte. Labbra di lei che si schiudono, che ricercano con la lingua la gemella, che assaporano, piegano e che si fanno roventi in quel contatto mai avuto, che sa di lui, e che ora capiscono cosa voglia dire, il suo sapore. Si sente sfiorare da quel tocco sulla sua mandibola, a cui si piega leggermente ad accentuare il contatto, ad offrirgli per qualche istante o due, più superficie da saggiare. Perde un po' la cognizione del tempo, finchè la mano dell'altro raggiunge quella che lo tiene tramite il cravattino, e con quel semplice bloccarla, lei molla, lasciando che le dita scivolino in un veloce scorrere di tessuto, sul verde e l'argento. Poggia la mano sul suo fianco, a cui si aggrappa delicatamente, sospingendosi però più vicina, ad un soffio dal suo corpo, che però ancora non collide con il suo, mentre sente nuovamente il collo vagamente sfiorato dal suo palmo. Rabbrividisce segretamente in quel ritmo che si fa incalzante, che vede non più lei come singola protagonista, ma un alternanza di ruoli a concludersi con un duetto inaspettato fatto di perfetta sincronia. Gli respira addosso con una delicatezza che ricerca nel rilasciare il fiato dal naso, per non investirlo con tutta la potenza di quel cuore che si è fatto irregolare nel suo battito e che minaccia la dignità che ancora lei stringe solidamente come pallida maschera. Per non fargli capire quanto le piaccia, per rendere il tutto più controllato. Invano, perchè almeno in parte quello passa, in quella distanza quasi inesistente. Tanto criptico lui, quanto ardente lei. Piano quindi tutto scema, come se il voltaggio di due lampadine venisse meno e loro si ritrovassero a sfarfallare un attimo soltanto prima di spegnersi del tutto. Si guardano, gli occhi dal taglio affilato di lei che lo scrutano con insistenza incalzante, nonostante il viso torni composto e la lingua vada a percorrere in un veloce moto incontrollato, il labbro inferiore, alzandone appena la punta quando raggiunge l'angolo sinistro della bocca, a sfiorare quello superiore « Perchè, paura che lo venga a sapere qualcuno? » del bacio? Di quello che si sono detti senza proferir parola? Di quanto buono sia quel sapore? Quell'augurio poi, a cui lei risponde indietreggiando d'un paio di passi, a scostare finalmente del tutto le mani da lui per lasciarle morbidamente lungo i fianchi esili, e che le provoca un ghigno divertito su quella bocca leggermente più rosea dopo quel contatto prolungato « A me è passata la fame. » mormora con tono spiccio. E quando mai t'è venuta, Merr? Si stringe la sacca sulla spalla, ruotando il busto, volgendosi verso l'ultima rampa di scale « Baci da schifo, Gutierrez. » pausa « Dovresti fare pratica. » con me, sottointeso non tanto sottointeso « E comunque conosco di posti più interessanti dove passare la pausa pranzo. » allusione? Invito? L'occhiata ultima che gli molla sembra decisamente atta a calamitarlo, ma senza assolutamente aspettarsi da lui tanto coraggio. Non dice altro, non lo saluta nemmeno, riprendendo a scendere i gradini con quella sua camminata solita, sinuosa, ferale ed allo stesso tempo dalla schiena dritta, vagamente marziale. Vieni o no?