«E lo sai perché? Perché lo pensi davvero.»
Per il resto tace, senza ancora toccare né marshmallow né altro, famelico piuttosto delle motivazioni del malumore altrui e lo si vede, dall`espressione insondabile ma ferma e dalla lingua passata sulle labbra, per umettarle. «E quindi hai fatto la permalosa per una settimana intera» perché così l`ha interpretata lui «Solo per questo?» Per un `banale`, Roberts? Il sopracciglio ovviamente l`ha già inarcato, l`unico movimento percepibile all`interno di quel cipiglio stranamente composto. «Non è che tu ti sia comportata tanto meglio» ah no?
«Ho fatto la permalosa perché io i miei amici non li faccio sentire inferiori. O banali.» E stavolta, punta lo sguardo dritto in quello del ragazzo, quasi a sfidarlo. È chiaro che Cheryl in quel ‘amici’ includa anche Hektor. Ora, vorrebbe solo capire se lei stessa è, o meno, inclusa fra gli amici del Grifondoro. Altrimenti non avrebbero tanto da discutere, o no?
Sorvola disinvolto su tutto quanto, lasciando all`altra il privilegio di parlare, che lui non pare intenzionato a riaprire bocca tanto presto, anche perché finalmente azzera la distanza fra le proprie labbra e il collo della tazza, prendendo giusto un sorso caldo. Tira poi un sospiro macchiato d`impazienza e ripulisce con la manica eventuali rimasugli di cioccolato, la gola che intanto si schiarisce «Mi hai evitato» snocciola, di nuovo «E` questo il punto.» Gli occhi si sollevano nuovamente, posizionandosi dove s`è seduta l`interlocutrice, pungenti come aculei. «Se hai un problema, se sei arrabbiata con loro o quel bolide che ti pare, i tuoi amici» e sottolinea «Li eviti a vita o ci vai a parlare per sistemare le cose?» C`è dello scherno, forse una punta di presunzione, con i tratti che già provvedono ad affilarsi più del solito, più di quanto non siano già di natura.
«Questo è vero.» Che l’ha evitato «Perché non avrei saputo cosa dirti.» Confessa lei, senza abbassare lo sguardo, che è fiero e puntato negli occhi del ragazzo. Cosa avrebbe potuto dirgli? O meglio, cosa di non banale avrebbe potuto dirgli? «E la cosa più brutta...» Comincia ancora, qualche minuto dopo, quasi abbia avuto difficoltà nel trovare le parole giuste ad esprimere quel che ha provato. «... È che non posso pretendere delle scuse da te.» Stavolta, una lieve smorfia le deforma i lineamenti eleganti, e lo sguardo corre verso la tazza ormai vuota, abbandonata poco lontano da lei. Le mani, al contempo, si stringono in pugni stretti, tanto che le nocche sbiancano. «E lo sai perché? Perché lo pensi davvero.» O forse si sta sbagliando? Si mordicchia piano il labbro, quasi arrossendo per la spontaneità di quella confessione, gettata lì fra loro, in quel luogo dove -fortunatamente- sono soli, e nessuno può vederli.
«Ho fatto il Figlio di Morgana, vabbè» almeno la decenza e il coraggio di ammetterlo ce li ha «Però se fossi stata chiara fin da subito, tipo» … «Un “ehi, Hektor, sei una testa di Bolide” sarebbe bastato, senza fare tutta quella scenetta e cercare anche di farmi cadere giusto per dispetto.» Ha finito? «Un`offesa l`avrei preferita, avremmo parlato subito, che magari è stato tutto un enorme malinteso perché io dico sempre la prima cosa che mi passa per la testa» vomita parola dopo parola, con il naso che si arriccia man mano, e così anche le labbra, facendolo somigliare ad un ibrido fra un cucciolo ferito e un leone pronto ad attaccare alla prima occasione buona «E invece no.» Niente mediazioni, niente chiarezza, solo «E tu sai che cosa mi dà più fastidio, però?» Sarcasmo, sarcasmo ce n`è dovunque, ma in risposta a quel `perché lo pensi davvero` soprattutto. «Che dici di non sapere che cosa dirmi» e la cita, più o meno, nelle motivazioni che gli ha dato «Ma quello che `penso davvero` sì, eh!?» … «Quello lo sai, voi sapete sempre tutto!» C`è bisogno di dire che non ci crede? Perlomeno, dopo quel plurale gratuito, sembrerebbe aver finito, anche perché scatta in piedi, scavalca la panca e abbandona la sua razione di cioccolata fumante così com`è, a metà. Il massimo che fa è preoccuparsi di recuperare il catalizzatore e congedarsi con un frettoloso «E visto che le cose stanno così, è inutile parlarne.» Il maglioncino e la cravatta ammucchiati sulla panca non vengono degnati di uno sguardo, mentre il tredicenne gira sui tacchi e tenta di tagliare la corda, avviandosi a grandi falcate verso l`uscita.
Incassa colpo dopo colpo perché, dopotutto, non riesce a far altro, in quella situazione. Ogni parola le muore in gola e senza che ne possa fare a meno, il respiro regolare viene rotto da qualche singhiozzo, ed è tardi per coprirsi il viso, visto che si accorgerà di star piangendo forse da qualche minuto. Le lacrime salate scivolano come rivoli di pioggia contro la pelle marmorea della secondina, percorrendo il contorno della sua mascella e del suo collo. Colta da un tremore improvviso, tenta di strofinarsi via quelle gocce dal viso con la manica del maglione, di non rendersi ridicola e di non mostrarsi ancor più debole di quel che effettivamente è. «Io…» Inizia lei, ma ancora una volta le parole le muoiono in gola, mentre scoppia definitivamente a piangere. «… Io non voglio offenderti, lo capisci o no?» Quando lo vede alzarsi, però, lei è più rapida: si affretta a mettersi in piedi e si piazza davanti la porta della cucina, tagliandogli la strada e impedendogli di lasciarla sola: sa bene che, se non avessero chiarito in quel preciso istante, non lo avrebbero probabilmente fatto più. «Dillo.» Quello che pensa e che evidentemente lei non sa. E stavolta il tono risulta fermo e risoluto, mentre si appoggia contro la porta in legno, le gambe ancora barcollanti.
Le lacrime che vede scorrere lungo le guance altrui hanno il grande difetto di far ritrovare il Grifondoro con le spalle contratte e l`espressione stranamente indurita, forse preso in contropiede, perché in effetti non è questo l`effetto che voleva ottenere, né comprende il punto della situazione, tutto ciò che sa è che «Stai dicendo cose senza senso, Roberts» E` chiaro che da tutto ciò non otterranno niente di buono, sicuramente non la soluzione ai loro problemi e così, chissà se per questo motivo o dell`altro, il tredicenne si rimette in piedi e fa per dileguarsi, prima di ritrovarsi con la strada sbarrata dalla Corvonero, piantata esattamente dinanzi alla porta. Si ferma, dunque, ad un soffio da lì, poggiando il peso sulle suole degli anfibi sgualciti e sul metro e cinquantotto con cui svetta al di sopra del corpicino altrui. «Merlino Gramo» farfuglia, con la gestualità di un animale braccato e le labbra tutt`ora atteggiate in una smorfia «Senti, non ne ho voglia adesso, okay?» Sempre retorico, s`intende, sebbene là dietro il non detto aleggi abbondantemente. Non ha voglia di sprecare altro fiato, non ha voglia di dire cose che non pensa, di fare bolidate e non ha voglia di peggiorare ulteriormente la situazione, quindi «Levati di lì e fammi uscire» catalizzatore ancora nella mancina che, manco a dirlo, si alza, andando a sfiorare con la punta la gola altrui «Adesso.» Che, in fondo, la bionda dovrebbe saperlo meglio di lui: non si può ragionare con uno che non vuole starti a sentire.
Si ritrova la bacchetta dolorosamente puntata alla gola, e il suo silenzio non è dovuto ora alla paura d’esser effettivamente schiantata, ma quanto più dal fatto che lui scelga deliberatamente di andar via, piuttosto che rimanere con lei a parlare, e a cercare di salvare quel poco che è rimasto. Deglutisce piano, restando per qualche altro istante con il legno freddo a contatto con la propria gola. Lo sguardo vitreo e quasi scolorito resta puntato in quello del ragazzo, quasi speri di trovare tracce di esitazione, ma non scorge niente di quel che s’aspetta e quindi, lentamente, muove qualche passo verso sinistra, lasciando che la bacchetta scivoli lungo il suo collo, fino a ritrovarsi puntata solamente contro la porta di legno.
Se ne sta lì, con la bacchetta che sfiora la pelle altrui, tanto delicata nel tocco quanto minacciosa, e se l`espressione è davvero simile a quella di una bestia zoppicante tenuta sotto tiro, gli occhi blu del tredicenne rimangono lame ferme e taglienti, almeno finché il passaggio non viene liberato, consentendogli di lasciar svanire lentamente quell`intimidazione, riponendo il catalizzatore nella fondina. Non fiata, né cerca di motivare tutta quell`irruenza, sebbene lì dietro ci siano delle ragioni ben più che giustificate –quella di non sputarle addosso per capriccio qualcosa che non pensa veramente, ad esempio– tutto ciò che fa è distogliere lo sguardo e spalancare la porta, varcando l`uscita senza più guardarsi indietro o dare l`idea di voler recuperare i pezzi abbandonati. Se ne va, silenzioso e con passo spedito.