L’ispirata espressione «città sulla collina» fu coniata nel 1630 da John Winthrop, che la prese in prestito dal Vangelo per designare il glorioso futuro di una nuova nazione «voluta da Dio». Un anno prima, la sua Colonia di Massachusetts Bay aveva creato il suo stemma raffigurante un indiano con una pergamena che esce dalla bocca e che recita: «Venite ad aiutarci». I coloni britannici erano dunque dei benefattori che rispondevano all’appello dei poveri nativi per essere salvati dal loro destino amaro e pagano. Quello stemma è la rappresentazione grafica dell’«ideale dell’America» sin dalla sua nascita. Dovrebbe essere dissepolto dalle profondità della psiche americana ed esposto sui muri di tutte le classi. Di certo potrebbe fare da sfondo al culto, in stile Kim Il Sung, di quel violento assassino e torturatore che fu Ronald Reagan, il quale gioiosamente si autoproclamava leader della «splendente città sulla collina» mentre intanto orchestrava alcuni dei più spaventosi crimini della sua presidenza, in America centrale innanzitutto ma anche in altre parti del mondo. Insomma, in quello stemma ravvisiamo una prefigurazione del concetto di «intervento umanitario», come va di moda chiamarlo oggi. Com’è sempre stato da quel momento in poi, quell’«intervento umanitario» si rivelò una catastrofe per i presunti beneficiari. Non a caso il primo ministro della Guerra statunitense, il generale Henry Knox, avrebbe parlato dell’«estirpazione totale di tutti gli indiani presenti nelle aree più popolose dell’Unione» con metodi «ancor più devastanti, verso gli amerindi, di quelli usati dai conquistatori del Messico e del Perù». N.C.










