Libbro muto
Ner mobbiletto antico, che comprai tant’anni fa da un antiquario in Ghetto, c’era, sott’a la tavola, un cassetto che tira tira nun s’apriva mai: finché scoprii er segreto e fu una sera che nun volenno spinsi una cerniera.
Subbito, da la parte de l’intacco, la tavoletta fece un mezzo giro e er cassetto s’aprì con un sospiro ch’odorava de pepe e de tabbacco. Guardai ner fonno e viddi in un incastro un libbro intorcinato con un nastro.
Un libbro rosso rilegato in pelle dove spiccava, tra li freggi d’oro, un’arma gentilizzia con un toro e un mago che giocava co’ tre stelle: e, sott’all’arma, er titolo in cornice: «La Regola per vivere felice».
— Dati li tempi, — dissi — è una fortuna! — Ma in tutt’er libbro nun trovai nemmanco una parola scritta. Tutto bianco. Riguardai le facciate, una per una: zero via zero. E chi sarà er sapiente che fece un libbro senza scrive gnente?
L’avrà lasciato in bianco co’ l’idea de minchionà la gente che lo sfoja, o avrà capito che la vera gioja finisce ner momento che se crea? Era un matto o un filosofo? Chissà come sognava la felicità?
(Versi di Trilussa tratti dalla raccolta Libro muto, prima edizione: A. Mondadori, Milano, 1935)













