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moonfog
an aesthetigender connected to the moon over a lake on a foggy night. a gender connected to gentle glowing, cool weather and the night sky. can be applied to anything - examples are moonfogboy, moonfogflux, etc.
coined by me as part of a randomly generated aesthetigender mogame and requested by @tremendouslyburningrebel. absolutely no credit required.
Darkthrone Flyer From Moonfog...
Dal 1996 al 2000 il mondo del blackmtal è cambiato. Aveva già avuto una grandissima scossa e rottura nell’agosto del 1993 ma fino al ‘94-‘95 poteva ancora essere un fenomeno contenuto, ad altissimi livelli. La Moonfog, casa discografica di Satyr, è stata forse la label norvegese a portare più in alto il vessillo del True Norwegian Black Metal, con un roster di artisti davvero invidiabile. Crusade From the North la prima compilation del 1996 non aveva letteralmente un brano sottotono: fra Darkthrone, Wongraven, Storm, Isengard e Neptune Towers la proposta sonora era un coerente mix di black metal primitivo, un certo folk nazional-romantico e una narrazione nordica anticristiana e primitiva. Moonfog 2000 – a different perspective è, come dice il titolo, un altro punto di vista, quello del nuovo millennio, del digitale, delle manipolazioni sonore e dei remix, ma sempre rimanendo nel mondo del metal estremo. Chitarre sempre più taglienti, produzioni glaciale ma più curate, un’aggressività più fredda e più computerizzata. Basta ascoltare il breve intro/remix di "Prime Evil Renaissance" o gli Eibon. Gli Eibon sono stati una band mai nata nella quale militavano Satyr e Phil Anselmo dei Pantera e avrebbero dovuto fare un black ‘n’roll di casa Satyricon/Darkthrone con drum machine. Esperimento interessante per l’epoca ma che non ha mai visto una vera luce. Meglio ascoltare le due tracce anteprima dei Thorns, soprattutto "You That Mingle Way", brano industrial-metal nichilista e cacofonico. I Gehenna stavano proponendo un death-black molto più vicino ai Behemoth che ai loro precedenti album. "God of Disturbance" dei Darkthrone è una delle migliori sorprese se la si ascolta oggi, nel 2024. All’epoca era senza ombra di dubbio uno delle peggiori composizioni della band mentre oggi, riascoltare questa b-side a metà strada fra Total Death e Ravishing Grimness causa un tuffo al cuore. Piacevoli i Dødheimsgard con una proposta EBM-trance con harsh vocals. Beat a parte, il loro concetto kali-yuga black metal non è poi cosi distante da quello che era la band all’epoca e da quello che sarebbe diventata poi. Forse però l’esperimento più azzardato e riuscito è il finale fra Wongraven e Päronsoda. Riff presi da "Havoc Vulture" dei Satyricon ma ricollocati in una veste trip-hop, come un Tricky ulteriormente malato e sfigurato.
Mentre si ascolta con piacere il secondo disco, fatto da tracce votate dagli utenti nel del-fu sito web della Moonfog ci si può interrogare di quanto questa label fosse prima sul pezzo e poi all’avanguardia, mentre dopo qualche anno, dopo i validi Khold e il dopo punto più basso della loro scelta discografica (ossia i Disiplin), non sia rimasto più nulla di questo alfiere, testimone immemore di una grande storia, con la S maiuscola.
Della prima iconica, (dis)sacra(nte) e intoccabile trilogia dei Satyricon The Shadowthrone è stato l’ultimo disco ad aver ascoltato, dopo Nemesis Divina e Dark Medieval Times. The Shadowthrone è l’album più medievale, più tipicamente anni ’90, con un’ottima fusione fra chitarre, tastiere e atmosfera lugubre ma con una certa monumentalità. I synth avvolgono tutte le chitarre enfatizzando le melodie lunghe e corpose. Già "Hvite Krists Død", brano diventato classico, ha delle particolarità che si erano già sentiti precedentemente e che diventeranno un marchio di fabbrica dei Satyricon: i riff molto lunghi, il principale è addirittura in 24/4. Ed è quel cambio successivo in 13/4 che ti entra in testa come un coltello, che ti fa dire “ma, c’è qualcosa di strano” (ricordiamoci sempre che il blackmetal è in genere semplice, lineare, che punta sull’atmosfera, spesso sugli stessi riff a velocità diversa ecc…) e che rende The Shadowthrone speciale. Anche la successiva "The Mist my the Hills" è interamente costruita attorno allo stesso riff; all’epoca alcuni avvicinavano i Satyricon agli Emperor, soprattutto per l’uso dei synth e per l’aiuto di Samoth quale bassista in questo album. In realtà il bello della scena norvegese della prima metà degli anni ’90 è che benché si sentano piccole influenze provenire dalle solite band seminali (Mayhem, Burzum, Immortal, Darkthrone, Enslaved…) poi ogni gruppo aveva un modo personale di svilupparle.
I Satyricon, in questo momento, hanno sviluppato il lato folk, con chitarre acustiche spesso presenti ("Woods of Eternity"), flauti e rumori ambientali. "Dominions of Satyricon" è uno dei pezzi più epici di tutto il black metal con tanto di trombe e tamburi; fanfare squillanti che ricordano Anthems ma che qui sono molto più spoglie e lugubri. Parliamo di due eleganze molto diverse, quella degli Emperor raffinata come una corte europea, quella dei Satyricon possente come un castello fra le rocce. Il songwriting è eccezionale fra stop e ripartenze; Frost accentua perfettamente le parti terminali di giri; i synth in chiusura creano un outro perfetto: una mini-traccia a sé stante isolata dal resto del brano ma con un sentore di continuità.
Eccelsa anche "The King of Satyricon" con quel suo secondo riff pazzesco che va già ad anticipare il modo di comporre in Nemesis Divina e il finale che verrà raddoppiato dai violoncelli e dalla chitarra acustica. Chiude la strumentale di soli sintetizzatori "I en Svart Kiste": solennità, monumentalità, viaggio nel passato cavalleresco che ben poche band hanno saputo descrivere così. I synth assomigliano a oboi e viole e descrivono questi immensi paesaggi medievali, nei quali il cielo spinge potentemente sulle rocce e sui prati. Questo outro sarà l’anello di collegamento con l'unico album solista di Satyr sotto lo pseudonimo di Wongraven (che in realtà è il suo cognome): una piccola gemma di musica medievale suonata coi synth; o in altre parole il modo di concepire riff black metal ma riadattati alla tasteira. The Shadowthrone è uno dei paradigmi del black metal norvegese anni ’90, prima che tutto il genere diventasse più aggressivo, più digitale, più legato al death e al thrash. Questo si vedrà dal 1997 quando i Dimmu Borgir inaugureranno le registrazioni agli Abyss Studios e riempiranno i loro riff col palm-mute. The Shadowthrone rappresenta ancora il mondo precedente, quando le composizioni erano aperte, ispirate e primitive; senza mancare di austerità e magniloquenza. Un perfetto bilanciamento con ancora echi naïf e con l’incredibile forza creatrice pura e incontaminata di alcuni ragazzi che conoscevano solo il proprio mondo, e lo sapevano descrivere davvero bene.
Credo di aver comprato Ravishing Grimness fra gennaio e marzo del 2000. Questo perché gli ultimi mesi del 1999 frequentavo il Musica Musica a Perugia all’inizio del liceo; e in quei mesi avevo scoperto Cradle of Filth e Dimmu Borgir. All’epoca avevo 14 anni e non avevo molti soldi con me, quindi tenendo da parte gli spicci per le colazioni e le merende riuscivo circa ogni 2-3 settimane ad a racimolare gli extra per prendere un CD. Federico, che all’epoca era la mia fonte di prestito per la musica, non aveva niente dei Darkthrone e forse non li aveva mai ascoltati, ma il loro nome aleggiava nel mistero sul famoso numero di Grind Zone speciale black metal. Una mattina, durante l’ora di religione, siamo usciti dalla scuola e diretti alla Mecca della musica di Perugia. Copertina scarna, neve e un volto tumefatto in sovrapposizione; e soprattutto, quel logo illeggibile: tutta l’iconografia che un 14enne che aveva appena scoperto il black metal aveva bisogno. Ravishing Grimness ha groove, è scarno ma ha melodia; paradossalmente all’epoca mi ricordava i Motorhead ma con le urla… questo paradosso in realtà non è così distante dalla realtà, solo che un ragazzino all’epoca non sapeva nulla. Ravishing Grimness è una sorta di album di ritorno visto che dal 1990 al 1996 i Darkthrone hanno rilasciato un album all’anno e da Transilvanian Hunger fino ad ora non giravano più nemmeno le loro foto. Molti affermano che questo disco sia l’inizio della fase black’n’roll della band anche se in realtà anche Total Death aveva degli affacci sul genere. Anche in "In the Shadows of the Horns" and in "Enn I Dype Skogen" ci sono accenni di black’n’roll ma la produzione scarna e il fatto che la prima parte della discografia dei Darkthrone era così immersa nella creazione del genere stesso, forse non ci si faceva caso. "The Beast" è come ascoltare gli Hellhammer ma con una produzione piena e avvolgente e l’autore dei testi è Aldrahn. Certo, anche se i Darkthrone sono i maestri del lo-fi, in realtà da questo album in poi saranno più alla ricerca di una comunione con i propri strumenti, tornando a registrare ad un vero studio di registrazione con tanto di ingegnere del suono. "The Claws of Time" parte con un riffone nazional-romantico, molto in stile "Transilvanian Hunger", per poi prendere una strada più Celtic Frost e Bathory; stessa storia per "Across the Vacuum". Le tracce si susseguono in maniera organica e ti danno una carica diversa da quella che i Darkthrone ti davano nel passato. Il brano omonimo ha forse alcuni dei migliori riff composti da Nocturno Culto tirando fuori quell’aggressività malinconica che profuma di neve e di inverno un riff chiaramente ispirato ai primi lavori di Burzum… quante volte mi sono sparato nelle cuffie questo disco per fare le classiche passeggiate nella boscaglia, che tutti i ragazzini infoiati di black metal facevano. Ravishing Grimness è ancora uno punti più alti della discografia dei Darkthrone e, colgo l’occasione per segnalare tutta la loro discografia ristampata in 2CD fino a Hate Them con tutte le tracce commentate.