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ALEXANDER HAWKINS E SOFIA JERNBERG: “MUSHO” (parte I)
“Musho” è il titolo del nuovo raffinato e profondo disco, uscito da qualche settimana presso l’etichetta Kontakt Records, del grande pianista e compositore britannico Alexander Hawkins e della cantante Sofia Jernberg, anche se il termine “cantante” appare molto riduttivo. Un lavoro, a suo modo, strabiliante per originalità ed equilibrio e che affonda le radici nella musica etnica di paesi come l’Etiopia, l’Armenia, la Svezia, la Gran Bretagna. Sempre più spesso la musica di ricerca, il jazz e la musica cosiddetta “colta”, o sperimentale, attingono a piene mani dall’immenso patrimonio della musica etnica. Questa non può che essere un’eccellente notizia per due ordine di motivi: il primo è che ispirarsi a un tale patrimonio significa farlo vivere o rivivere, significa quindi non “museificarlo”, nel senso più deteriore del termine; il secondo è riferibile invece alla musica contemporanea che, spesso anche se non sempre, sembra essere priva di contenuto o quanto meno di contenuti profondi, appartenenti ad un sapere o ad un sentire comune, spesso a vantaggio di una ricerca di una sterile e non meglio identificata “originalità”, musica che qualche volta sembra essere addirittura un involucro vuoto, un contenitore senza contenuto, un puro formalismo, una astrusa banalità. Naturalmente non è sempre così, ma lo è sempre più spesso, forse a causa della troppa musica immessa sul mercato. Da sempre popoli e culture sono state esiliate (ed umiliate), disperse e ricongiunte, magari lontano, ma, come scriveva Joseph Roth, “lontano da dove?” Su queste tematiche la straordinariamente espressiva voce di Sofia Jernberg e un super ispirato pianoforte di Alexander Hawkins aprono il disco con “Adwa” (ovvero Adua). Un brano, quasi una tragica preghiera, suonato attraverso il corpo fisico di uno strumento che altro non è che l’espressiva voce di Sofia Jernberg. Con un salto da un emisfero all’altro si passa poi alla tradizione folk norrena con “Mannellig”, tradizionale “ballata”, dove si narra del rifiuto di Herr Mannelig di sposare una troll (non avevo mai pensato seriamente al fatto che un troll potesse essere anche di genere femminile): mentre il canto si dipana su ritmi regolari, la genialità dell’accompagnamento del piano di Hawkins è costruita su un intarsio sonoro fatto di piccole note, di “strusciamenti” e pizzicati delle corde dello strumento. Un “mélange” fatto di voce tradizionalmente impostata e musica extracolta che sembra funzionare perfettamente; del resto quando Alexander mette le mani “nel” pianoforte ci si possono ragionevolmente aspettare meraviglie. La scelta dell’ordine dei brani non è naturalmente casuale e tende a sottolineare un comune denominatore delle tematiche della musica etnica e tradizionale, temi quali “lo spostamento, la migrazione, l'identità, la responsabilità, la storia sanguinosa, le ibridazioni tra culture”, come scrive David Toop nelle note di copertina. Ecco allora, dopo le fantastiche saghe della tradizione nordica, un brano che proviene dal Corno d’Africa, quel “Gigi’s Lament” della tradizione etiope già reso famoso dalla cantante africana Ejigayehu Shibabaw, meglio conosciuta come “Gigi”. Dopo una lunga, intimissima introduzione pianistica di assoluto fascino, dato da richiami misurati e quasi evanescenti alle sonorità africane, ecco prorompere la voce ispirata e poeticamente lamentosa di Sofia, uno dei brani più intensi di tutto l’album. Ma è difficile scegliere in questa collezione di meraviglie: “Gourng” è un canto tradizionale armeno dove la voce struggente e malinconica piange una condizione di lontananza e di distacco. È parte del patrimonio musicale dell’Etiopia anche “Y’Shebellu”, dal nome dell’omonimo fiume dalla corrente impetuosa che trasporta idealmente le anime. (continua)
ALEXANDER HAWKINS E SOFIA JERNBERG: “MUSHO” (parte II)
(segue).La musica etiope, infatti, sembra non appartenere alla musica tradizionale africana, dalla quale si distacca sia per le melodie, sia per gli strumenti e questa versione per pianoforte e voce è a dir poco trascinante, come le acque del fiume. “Correct Behavior” (composizione originale di Sofia Jernberg ) é divisa idealmente in tre parti, la prima con il pianoforte impegnato in una introduzione che crea un sospeso senso di attesa della voce, un corpo centrale con le meditazioni vocali di Sofia Jernberg, intense, profonde ed eccellentemente modulate dalla sua voce, che rimanda alla musica colta e alle sue tante sperimentazioni, e una chiusa al pianoforte intima e delicata. Con “Willow Willow” siamo nella canzone tradizionale inglese che è spesso fatta di struggenti malinconie: “Sono morto per ogni piacere, il mio vero amore se n'è andata…” canta rassegnata una donna. Da una melodia tradizionale, nel 1898, Percy Grainger trasse, grande ricercatore di folk music, trascrisse questa breve e stupenda poesia in musica che Alexander Hawkins e Sofia Jernberg interpretano magnificamente. Si chiude con “Muziqawi Silt", la canzone etiope di Girma Bèyènè, la più conosciuta dell'epoca d'oro della musica pop degli anni '70 di Addis Abeba, groove possente e caldo nella versione riveduta per pianoforte e voce. Quando ci si trova di fronte a lavori musicali così complessi e così densi è facilissimo scrivere delle ovvietà, ma è anche difficilissimo trattenersi dallo scrivere. Ma si sa che spesso le parole per la musica sono un po’ come le ali dell’Albatros di Baudelaire che gli impediscono di camminare. E allora, meglio ascoltare…
SI TODOS FUÉRAMOS FELICES, LA VIDA SERÍA MUCHO MÁS ALEGRE
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