È una sera di fine novembre che ti morde la carne viva. Il freddo non bussa, entra direttamente nel sangue, come se l’anticipo d'inverno avesse deciso di ricordarci che non siamo più fatti per resistere, che ci siamo rammolliti tutti quanti.
Eric Draven (mio figlio, il mio corvo nero) è accanto a me, sigillato dentro i suoi auricolari come in una bara di plastica. Io guido, la tangenziale è un fiume d’inchiostro ghiacciato, i fari strappano brandelli di luce a un buio che sembra avere fame. Foglie morte, rosse come sangue secco, gialle come promesse tradite, rotolano sull’asfalto, inseguite dal vento, inseguite da noi.
«Togli quelle cose», gli dico, la voce bassa, quasi un ordine d’amore.
Lui obbedisce, lento. Alzo il volume dell'autoradio. Wish You Were Here inizia a sanguinare dalle casse, una ferita aperta di chitarra. Ogni nota è un coltello che entra piano e gira dentro.
«Un giorno», gli sussurro, «quando una canzone ti farà tremare senza motivo, quando ti farà sentire nudo in mezzo al mondo, quando ti strapperà la pelle d’oca come se qualcuno ti stesse toccando l’anima con dita gelide… quel giorno sarai un uomo. Non per l’età, ma perché avrai imparato a sanguinare in silenzio.»
Lui chiude gli occhi. Per la prima volta non risponde, non alza le spalle. Sente. Lo vedo dal modo in cui stringe le labbra, come se trattenesse un singhiozzo che non sa di avere.
Penso a Diego amico profondo di quelli investiti col nobile riconoscimento di "fratello". Non i "bro" di oggi. Quanto vorrei che fossi qui, stronzo. Tu avresti urlato il ritornello fino a spaccare i vetri, avresti riso, mi avresti dato una pacca sulla nuca e avresti detto “vedi che il ragazzo è come noi?”. Invece c’è solo il tuo posto vuoto dietro, che stasera pesa come un macigno.
Il 25 novembre. Il ghiaccio disegna crepe sul parabrezza, come vene rotte. E lei mi torna negli occhi. Quegli occhi. Due pozzi chiari ma pieni di tempeste, due smeraldi e turchese e oro, ardenti in un viso che ha conosciuto troppi ceffoni dalla vita. Occhi da guerriera che non ha mai avuto una medaglia, un fiore, un “grazie”. Solo il mio sguardo, troppo lento, troppo codardo, troppo pieno di “se” e di “forse”. Ma con un sacco di speranza per un futuro, nostro chissà
Occhi che stasera mi bruciano dentro più del freddo.
L’auto vola. La canzone sale, si spezza, risorge. Mio figlio respira al ritmo della musica, la testa appoggiata al vetro come se volesse fondersi con la notte. Io tengo il volante stretto, le nocche bianche, il cuore che batte in 6/8.
La strada è infinita. Il futuro è un punto nero laggiù, dove i fari muoiono. Non sappiamo cosa c’è dopo la prossima curva. Non sappiamo se arriveremo. Non sappiamo niente.
Ma in questo momento, in questa scatola di latta che corre nel gelo, con una canzone che ci spacca il petto e due generazioni che per una volta respirano la stessa aria senza parole, siamo eterni.
Tutto è ancora possibile.
E mentre l’ultimo assolo di Gilmour si dissolve nel vento, io penso che forse è proprio questo il senso: guidare nel buio, con un figlio che impara a sentire e il ricordo di occhi che non dimenticherò mai.
Alla guida un padre, un uomo che non vuole smettere di amare, un sognatore che vuole pensare a un futuro diverso.