I've dressed up too hot for a simple pizzata. With four people even.

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I've dressed up too hot for a simple pizzata. With four people even.
le sensazioni che ho provato questa notte sono state strane. mi sono messa a dormire perché il mio cervello stava per spegnersi, seriamente per spegnersi senza che io potessi fare nulla per impedirlo. ho dormito ma so che la mia testa non l'ha fatto, perché ho seriamente avuto l'impressione di avere tanti piccoli omini in testa che correvano da una parte all'altra a riparare quello che potevano, senza sosta, per tutta la notte. mi sono svegliata, probabilmente meglio, ma con tanti cerotti e garze appiccicate addosso, che sono lì in equilibrio precario. io non so come spiegarlo, ma c'è una parte dentro di me che vorrebbe solo fermarsi e non vivere più, un'altra che passa la notte sveglia per riparare quello che dentro di me è rotto. io mi fido di me stessa e lo so che, seriamente, c'è una parte di me stanca, che non ha più voglia di alzarsi da terra e poi ce n'è un'altra che ha voglia di riprendersi quello che è suo. c'è una me che non è mai guarita da niente e c'è una me che è riuscita ad andare avanti oltre tutto...e, per assurdo, non si stanno facendo guerra a vicenda, si capiscono, sanno perfettamente i perché dell'altra. è come se, a momenti, una permettesse all'altra di vivere, perché ho bisogno di fermarmi ma anche di andare avanti e, per farlo, capita che ci siano giorni in cui sono per terra, altri in cui mi permetto di alzarmi e correre un po' più lontano.
z, ormai monotematica
La hannuccia horta horta
Ormai
Già, eccola la parola assassina: ormai. Lei non passa mai di moda, e ora come allora serve a non partire, non fare, non provare mai a cambiare le cose intorno a noi. È una parola corta, ma basta a riempire una vita di scontento, giorno dopo giorno fino all’ultimo, raccontandoci che per essere felici è troppo tardi, ormai. Quante volte ci lamentiamo del lavoro, delle scelte, di mariti e mogli, fidanzati o compagni e insomma della vita tutta intorno e addosso a noi. E diciamo scemenze tipo che l’infanzia era l’età più bella, la più libera e spensierata. Ma non è mica vero: come può essere libera, un’età in cui per fare qualsiasi cosa devi chiedere il permesso a genitori, familiari, maestri, catechisti e adulti in generale? È quando diventi grande che sei libero davvero, non devi obbedire a nessuno, e disegnare la tua vita spetta a te. Solo che ce la disegniamo da schifo. Da bambini abbiamo un sacco di sogni, ma ce li teniamo dentro perché è troppo presto, in attesa di diventare adulti e realizzarli. Poi però cresciamo, e decidiamo che i sogni sono roba da bambini, e al posto di quelli ci riempiamo i giorni di obblighi e doveri e altra roba che non ci piace e non ci fa felici, e vorremmo cambiare ma non cambiamo nulla di nulla, perché è troppo tardi, ormai. Troviamo un sacco di scuse: siamo troppo giovani o troppo vecchi, oppure siamo sfortunati, diversi, siamo nati nel posto sbagliato. O magari sono gli altri che sono cattivi, sono invidiosi, sono raccomandati, sono ... sono tutte scuse, che ci raccontiamo per non fare nulla. E io non ho niente contro le scuse, anzi, le amo. Sono preziose quando le usi con gli altri, per evitare cene noiose, ritrovi di parenti, riunioni di condominio e altri inaccettabili furti di vita. Ma che senso hanno le scuse, se le raccontiamo a noi stessi per non essere felici? Non lo so e non lo voglio sapere. Per stare meglio, a me basta sapere che sono negato a suonare il pianoforte. E sembra che non c’entri nulla, ma invece sì: fin da piccolo, quando alla tv c’era qualcuno che suonava il piano, io seguivo e annuivo, pensando che avrei saputo farlo anch’io. (...) Non ho quel talento, non ce l’ho per niente, però non ho nemmeno quel rimpianto dentro. Ci ho provato, e ho fallito enormemente, ma va bene così. Mi hanno detto che sono negato, che sono patologicamente negato, ma sono contento di non aver detto ormai. (Fabio Genovesi - “Il calamaro gigante”)
Sbagliando si impara…
Decimo episodio con John Doe ACAB (anzi, APPAB), Oliviai che non capisce (giustamente) un cazzo e Kayla che dopo essersene stata buona tutta la puntata sceglie l’unico momento di calma per mandare tutto a puttane: a tanto così da aprire un Kickstarter per spedire Luca un mese alle Maldive tutto pagato.
“... eccola la parola assassina: ormai. Lei non passa mai di moda, e ora come allora serve a non partire, non fare, non provare mai a cambiare le cose intorno a noi. E’ una parola corta, ma basta a riempire una vita di scontento, giorno dopo giorno fino all’ultimo, raccontandoci che per essere felici è troppo tardi, ormai. Quante volte ci lamentiamo del lavoro, delle scelte, di mariti e mogli, fidanzati o compagni e insomma della vita tutta intorno e addosso a noi. E diciamo scemenze tipo che l’infanzia era l’età più bella, la più libera e spensierata. Ma non è mica vero: come può essere libera, un’età in cui per fare qualsiasi cosa devi chiedere il permesso a genitori, familiari, maestri, catechisti e adulti in generale? E’ quando diventi grande che sei libero davvero, non devi obbedire a nessuno, e disegnare la tua vita spetta a te. Solo che ce la disegniamo da schifo. Da bambini abbiamo un sacco di sogni, ma ce li teniamo dentro perchè è troppo presto, in attesa di diventare adulti e realizzarli. Poi però cresciamo, e decidiamo che i sogni sono roba da bambini, e al posto di quelli ci riempiamo i giorni di obblighi e doveri e altra roba che non ci piace e non ci fa felici, e vorremmo cambiare ma non cambiamo nulla di nulla, perchè è troppo tardi, ormai. La fregatura è proprio questa, che tra il troppo presto e il troppo tardi dovrebbe esserci un lungo tempo giusto, libero e luminoso per fare quello che vogliamo, però nessuno lo trova mai. Troviamo invece un sacco di scuse: siamo troppo giovani, o troppo vecchi, oppure siamo sfortunati, diversi, siamo nati nel posto sbagliato. O magari sono gli altri che sono cattivi, sono invidiosi, sono raccomandati, sono... sono tutte scuse, che ci raccontiamo per non fare nulla. E io non ho niente contro le scuse, anzi le amo. Sono preziose quando le usi con gli altri, per evitare cene noiose, ritrovi di parenti, riunioni di condominio e altri inaccettabili furti di vita. Ma che senso hanno le scuse, se le raccontiamo a noi stessi per non essere felici?”
— Fabio Genovesi, “Il calamaro gigante”.
Mi chiedevo: tu come stai? È un po' che non ti sento, ormai. Vorrei portarti al mare ma non ho più belle parole, perché il tempo ha preso tutto e ha preso anche il nostro amore. Vorrei parlarti come prima, con la stessa intensità ma quando vivi troppo insieme... poi qualcosa se ne va.
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