* Filastrocca alla zuppa:
fuori il vento fischia forte
sulle case e sulle porte
dentro è chiusa la finestra
tieni, mangia la minestra
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* Filastrocca alla zuppa:
fuori il vento fischia forte
sulle case e sulle porte
dentro è chiusa la finestra
tieni, mangia la minestra
Il brigante
Si nasconde là nel bosco, con cipiglio bieco e losco, un orribile brigante ben vestito, assai elegante. Reca seco un gran trombone dai decori d'oro e ottone e una pratica bisaccia, non sappiam che se ne faccia, ma da forma e dal rumore ipotizziam, senza stupore, che contenga del danaro. Il bandito, molto avaro, nulla compra nè regala ma sotterra con la pala i frutti delle sue rapine, ben pensate, malandrine! È un furfante tanto acuto ch’a chiunque chieda aiuto taglia lesto lingua e gola e mai vola una parola. Se ne stava un lunedì appostato proprio lì dove aveva ormai l’usanza d’aspettare con costanza carovane sfortunate là nel bosco capitate. Era quasi mezzogiorno, che silenzio nel dintorno! quando dalla curva stretta sbuca una carrozzetta: vien trainata da un somaro e procede d’un passo amaro. Se ne esce il malandrino con un balzo ch’è felino: pria sbudella l’animale con la furia di un cinghiale, poi al mezzo si fa presso furibondo: è un ossesso! Apre infine lo sportello del minuto carrozzello e lì scopre con sorpresa una dama che, distesa, lancia un grido lancinante: “Al soccorso! C’è un brigante!” La signora è ben formosa: belle curve, carne rosa. Il brigante si fa sotto: ecco in quattro e quattr’otto sveste lesto quella donna dei vestiti e della gonna. Quella urla, chiama e strilla ma non spegne la favilla ch’ha infiammato il lestofante d’un ardore impressionante. Egli a lungo la possiede, poi accanto le si siede e pronuncia soddifatto: “Ah! Che festa che t’ho fatto!” Poi, di botto, s’addormenta con la faccia assai contenta, sì felice ed appagato che non ha considerato che la bella femminetta ora vuol la sua vendetta…
(Nonno Abetillo)
attenzione attenzione
Non c’è uno spazio immobile infinito che sia uguale per tutti quanti (lì la Terra, il Sole...): no!, l’osservatore ha i suoi punti fissi e son diversi...
Torniamo all’osservatore, che palle ‘sto osservatore!
Ninna nanna gotica
O falce di luna, qual messe di sangue!
"O falce di luna calante" di G. D'Annunzio (come doveva essere)
C'è una bianca mezzaluna che si culla in cima al colle, voglio farne una cuna per le pene del tuo cuor.
Ma il tuo cuore è un pomo rosso ch'è gelato più del ghiaccio, io lo so che non ti piaccio: tu lo sai che faccio allor?
Con la bianca mezzaluna io ci faccio una mannaia con cui spicco ad una ad una le tue membra, crudo fior!
Voglio coglier tutti i fiori del tuo corpo, anche quello, ma la lama di un coltello è la chiave del tesor!
Il tesoro che hai ceduto a una torma di clienti, questo sciocco non l'ha avuto, che bruciava del tuo amor!
Ma ora dormi, amore caro, il sepolcro è il tuo giaciglio, dormi, dormi, dolce giglio, germogliato nel dolor...
Il gigante Bertolazzi (2 di 2)
Papà Bertolazzi trova la soluzione!
(qui la prima parte)
Il papà si siede allora su di un masso un poco piatto e sta fermo, così, un'ora, per riflettere sul fatto, finché ha la soluzione per la grave situazione.
"Dietro il bosco, non distante, sorge un vasto cotogneto: l'appetito di un gigante largamente può far quieto; per non dir poi della fonte che zampilla giù dal monte!
Noi vivrem nella caverna (chiederemo al falegname di forgiar la porta esterna). E in un colpo sia la fame che la casa del figliolo, son così risolti al volo!"
Ascoltando (non fu molto) quanto il babbo ebbe deciso, della madre il cupo volto si spianò in un sorriso. Tanta fu la gioia loro che cantaron tutti in coro!
Ed in breve, con l'aiuto dell'amico falegname e di un giovin nerboruto prepararon il legname. Con la porta ben piazzata la famiglia fu accasata!
Il gigante Bertolazzi non è stanco, fortunello! Sopra il carro sta, bel bello, il ditone suo a succhiar!
Il gigante Bertolazzi (1 di 2)
Comincia la storia del gigante Bertolazzi
Il gigante Bertolazzi era figlio di due sarti: si conobber da ragazzi a lezion di belle arti. Si sposarono e ben presto la cicogna recò un cesto.
Era un cesto piccolino per portare i nascituri, conteneva un bel bambino e un biglietto con gli auguri: "Ti auguriamo a più non posso che tu cresca grande e grosso!"
Non l'avesse giammai detto la cicogna prenatale! Ché l'auspicio del biglietto s'avverò più del normale: crebbe tanto, quel birbante, che divenne un gran gigante.
La famiglia, sconcertata, non sapeva cosa fare; la sua culla rinforzata non poteva più bastare. "E ben presto anche la casa il figliolo tuo ci intasa!"
La sua mamma, con cipiglio, così apostrofa il marito, come se quel grande figlio non l'avesse concepito. Ma si sa che nel dolore non si parla con il cuore.
O gigante Bertolazzi, tu non c'entri, poverino! Se di crescer è destino non puoi certo rattrappir!
(segue)