C’è un punto che sta passando sotto silenzio, mentre parliamo di educazione affettiva, “ideologia gender” e consenso informato: la carriera alias.
Eppure è una delle cose che il ddl Valditara mette davvero a rischio.
Una procedura minima che permette a una studentessa o studente trans o non binario di usare, dentro la scuola, il nome con cui vive.
Non cambia il diploma, non cambia i documenti ufficiali: regola solo gli atti interni – registro elettronico, verbali, elenchi, badge, comunicazioni. È un cuscinetto. Una protezione da cento microferite quotidiane.
Perché toglierla o svuotarla crea insicurezza?
Perché un ragazzo o una ragazza che ha finalmente trovato un nome che non lo fa stare male, che non lo fa sentire diverso tra diversi, o diversa tra diversi, ha bisogno che la scuola non contraddica questo passo identitario davanti a tutti.
Se ogni mattina la studentessa o lo studente può essere chiamata pubblicamente con il nome sbagliato, non sta pensando alla versione di latino o al compito di matematica: sta pensando a sopravvivere nei corridoi, alle risposte nei bagni, agli sguardi.
E allora, perché oggi è a rischio?
Perché il ddl Valditara non vieta “la carriera alias” in sé: svuota l’autonomia delle scuole, introduce il veto preventivo delle famiglie su qualsiasi percorso legato a identità, affettività, rispetto, relazione – e fissa il principio che temi “sensibili” non possano essere trattati da esterni, né gestiti con discrezionalità interna.
Tradotto: se il tuo nome è considerato un “tema sensibile”, basta un genitore contrario per bloccare la prassi.
Non serve una legge che dice “vietata la carriera alias”.
Basta dire: “Ogni modifica interna che riguarda identità e affettività richiede il consenso esplicito delle famiglie.”
A questo si aggiunge il clima politico che il ddl costruisce attorno alla scuola: la narrativa dell’“indottrinamento”, la retorica dei “valori familiari da proteggere”, l’idea che parlare di identità sia un terreno minato da cui tenere i ragazzi alla larga.
In questo contesto, qualsiasi dirigente può temere contestazioni, esposti, accuse.
Molti, anche bravi, smetteranno di autorizzare la carriera alias “per prudenza”.
È già successo per l’educazione affettiva: scuole che sospendono progetti prima ancora che la legge entri in vigore, e scuole che corrono ai ripari prima che la normativa entri in vigore.
Il ddl, formalmente, non dice: “Da domani torniamo a chiamarvi col nome di nascita.”
Dice qualcosa di più sottile e più violento: “Su questi temi decide chi ha paura.”
E quando a decidere è la paura, a rimetterci sono i ragazzi.
La loro serenità. La loro possibilità di respirare a scuola.
La loro libertà di non essere smentiti, esposti, ridicolizzati a ogni appello.
La carriera alias non è un privilegio. È, diciamo, una specie di cerotto.
Ed è proprio quel cerotto che il ddl Valditara rischia di staccare dal corpo degli studenti, con la scusa di difenderli.