Al centro commerciale c’è il Kentucky Fried Chicken. Per anni ho sognato di mangiare al Kentucky Fried Chicken, ma adesso sono vegetariano e allora guardo da lontano i cartelloni. La ragazza alla cassa mi allunga un menu, mi dice, vuoi. Ha un bel braccio: credo sia perché ho letto da ragazzino Nabokov che descriveva la luce della mattina sul braccio di Lolita, che ho questo interesse per le braccia delle ragazze. Consulto il menu, ordino una pannocchia, fagioli alla messicana, la pepsi. Leggo il nome di lei sulla targhetta, e si chiama come me, al femminile. E’ ingiusto che sappia il suo nome: la priva della scelta di non dirmelo mai, della gioia di chiedermi che gliene dia uno.
Quest’anno S. e io sorpassiamo la realtà: tre anni insieme, quattro scrivendoci lettere. E anche a scopare continuamente per tre anni, infine è sempre la parola che ti definisce, è la parola che resta, sono sempre le lettere. Come un peculiare disadattato, ho perso la capacità della chiacchiera vuota, indispensabile per un certo tipo di interazioni sociali: alla cassiera col mio nome potrei dire al massimo, scrivimi qualcosa dentro il menu, nello spazio bianco fra i panini e le insalate, raccontami tutto, come se fossi un biografo, un analista, un prete. Capirete che non può funzionare.
Allora mi siedo. Al tavolo accanto ci sono un negro, un frocio e una punk grassa, sembra fatto apposta. Penso che non sarebbe male essere fascista, fare i saluti romani ai caduti, uscire molto pompati dal concerto degli Zetazeroalfa e menare in superiorità numerica gente a caso. Sicuro meglio di questa vita che mi toccò in sorte. Ma guardo i tre e non registro picchi di rabbia, solo la minima tristezza che mi fa sempre l’altra gente. Parlate d’odio, voi altri, ma non sapete niente. Non sapete, finché la ragazza con cui avete letto poesie sullo stesso libro, schiena contro torace, occhi ugualmente lenti o veloci, non butta nella spazzatura il gattino di peluche che le regalate per Natale e vi scrive anche per dirvelo. Solo dopo, ecco, potreste parlare d’odio.
Alla tizia grassa, nella conversazione, scappa un vaffanculo ad alta voce. Si gira verso di me, chiede scusa. Forse mi ha scambiato per una persona educata. Con la pannocchia fra le dita le rivolgo un gesto che significa noncuranza.