Con il Vin Santo, a Pasqua
Oggi ho portato il Vin Santo al pranzo pasquale. Non ha nulla a che vedere con i preti no: è una riduzione del Chianti, un vino liquoroso dolce che con i dolci si beve. E costa un botto. Comunque, sarà il Vin Santo, o forse il Cannonau precedentemente assunto, ma a un certo punto la discussione è scivolata su temi teologico-filosofici. E di colpo mi sono ritrovato in mezzo ad un ateo convinto che noi tutti siamo come delle lampadine, destinati ad esaurirci ma che "Cristo è esistito"; un altro che "non ci sono prove dell'esistenza di Cristo" che glielo ha detto Odifreddi; un ex neocatecumenale che Ratzinger a ortodossia gli fa un baffo e una ventenne che "son tutte favole". E io? Io ci ho provato, giuro, a mettere ordine nel minestrone che stavano imbastendo in un turbinio di luoghi comuni, mezze rivelazioni, assiomi improbabili e liturgie approssimative. Non perché io sia chissà quale Buddha illuminato per carità, ma solo perché detesto le generalizzazioni e le conclusioni "definitive" che liquidano questioni ancestrali con quel piglio risolutore a metà tra il filosofo navigato e il tuttologo da bar. Quando da Paolo di Tarso si è passati alla teoria delle stringhe no, non ce l'ho fatta più: ho preso un'altra pardula, ho sorseggiato un altro po' di Vin Santo e ho iniziato a chiacchierare con Sofia, un delizioso scricciolo di 3 anni e pochi centimetri che con il suo sorriso disarmante è lei sì, la prova inconfutabile dell'esistenza di un qualcosa di sovrannaturale. Bona Pasca Manna a tottusu!







