Parlano già le fotografie

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Parlano già le fotografie
Nonostante tutto ciò che hai pensato, a qualcuno è sempre importato.
Tu, solo un povero ragazzo, che non ha voluto conoscere il mio strano modo di allacciarmi le scarpe.
4.25 Griefer Belt ITA. Autore: @kalesbug. Per leggere in lingua originale: www.grieferbeltcomic.com
Sai cosa? È che ieri, mattina, dopo una nottata mi son dovuta fare più di mezz'ora di metro perché ero venuta fin da te. E ho sbagliato strada. Ero stanca. E avevo fretta. Ma ne valevi la pena. È che ieri, pomeriggio, sono andata al parco, e c'era il sole, ma tu non c'eri. Perché lavoravi, o semplicemente perché non ero tuo padre, tua madre, o ancor più semplicemente non ero nessuno a cui dovevi tenere particolarmente tanto. Così erano le otto, e sei arrivato. È che ieri, sera, alle 22 e mezza in metro era brutto. Era veramente tanto brutto. E in mezzo a gente brutta, poco raccomandabile, troppo paurosa per me che so già che vuol dire stare in faccia alla violenza, ho chiamato qualcuno, ma non eri tu. Perché già non c'eri. Perché aspettavi il messaggio di arrivo, ma è il viaggio, il percorso, la strada che andrebbero percorsi mano per la mano. Senza lasciare le dita di una ragazza che ce la sta mettendo tutta, per tenersi tra le tue dita. Ed era troppo tardi, quando c'eri. Avevi una valigia da preparare. Che poi, però, non saresti partito neppure la mattina dopo, non oggi, ma domani. E allora perché, perché c'era una valigia urgente di mezzo a me in metro alle 23, in mezzo a me a Torino il 9 aprile, in mezzo a ferie che da me non ti han portato... Perché sarebbe forse ancora un'emergenza, quella di scendere in questi posti per venire da me, un'emergenza senza che nulla valga la pena, e senza che nulla sia emergente? Non sono valse due notti di fila in un bus, per stare con te. Non sono valse le corse, lasciando tutto, lasciando tutti, finanche due genitori che non partono mai e che non stanno insieme mai, per raggiungerti, fin dove eri tu. Anche se poi eri stanco, troppo stanco per stare insieme. E al diavolo il cibo, la serata, la compagnia, un letto. Ma tu eri stanco. Non sono valse due notti in un hotel, per farti dormire con me. Non è valsa alcuna premura, pur elargite senza che la mia pelle venisse scaldata dalle tue mani. Non è valso il mio cuore che si spezzava come ostia ogni qual volta che, dopo un bacio d'errore, dopo un abbraccio strappato, tu risparivi, parlandomi della tua vita troppo piena e impegnativa per poterti perdere in pensieri malinconici, come me. Non è valso che io, io lo sapessi, eppure ero al tuo fianco, ero tra le tue spalle, cercavo d'incastrarmi tra i tuoi occhi. Non è valsa la fatica, straziante, di ridere ad un telefono ad una tua chiamata, come se non avessi un cuore a metà, dopo giorni e giorni senza più sentirti. Non te ne sei accorto neppure. Non sono valsi i racconti delle mie storie, sempre taciute, sempre con chiunque, perché in fondo sembra che io parli, parli, ma poi, tutto ciò che è vero, tutto ciò che è serio, mi è muto, dentro. Racconti che pur mi graffiano e bruciano dentro, e riscavano per ogni parola ferite ancora poco invisibili, ancora mal cucite, ancora pienamente vive. Non sono valsa io, con il mio tempo speso, trascorso a costruirti ricordi, non ad acquistarti qualcosa di già confezionato. Che, per carità, t'ha fatto catapultare via dall'ufficio, ma infondo, infondo che ti catapulti fuori, via da lì, è un bene per te. E neppure è uno sforzo impietoso. Che però quel tempo lo occupi a pieno per me, beh, è altro. E io no, non sono d'accordo. Sebbene mi sia sempre sentita poco alla tua altezza, inferiore, poco acculturata, poco nobile, al tuo cospetto, e piccola, veramente tanto piccola, al cospetto della tua vita, penso di aver conosciuto abbastanza il male del mondo, nuotandogli contro, per non credere alle favole. Per non credere a chiunque mi dica che, per me, solo per vedermi, solo per dormire sulla mia spalla una notte su un pullman da quattro soldi, affronterebbe un viaggio assurdo e, soprattutto, pericoloso. Ma per credere a chi lo farebbe veramente, come ha già fatto tutto l'infattibile del mondo. E così per credere che un po' più d'attenzioni, un po' più di accortezza, un po' più di anima, un po' più di cuore, un po' più di sforzo scomodo, potevo meritarmelo. Il giusto, quanto basta per non sentirmi di troppo, per non sentirmi abbandonata, inutile, da sola ostinata contro un muro che non si volge verso di me. Per sentire che la felicità che provavo non era solo una mia invenzione faticosa. Perché ero un'alba, con te. E oggi penso che due occhi che non guardano un'alba, non so cos'altro riescano a vedere.
Penso che
quando un "amico" ci lascia soli, alla fine, ci fa solo un favore e ci da così l'opportunità di non subire opportunismo e di trovare strade migliori.
- lamoresaattendere
eh si ...
Ci sono qui su tumblr, anime in pena come me, sveglie, che si aggirano con gli occhi a mezza via e la stessa domanda del tipo: ma quando mi decido a dormire? E magari hanno le venuzze rosse, come quelle negli occhi di Gatto Silvestro quando non dormiva ... non siamo mai soli, c'e' sempre qualcuno che ha le stesse pene o che sta facendo le stesse cose, diverso da noi, ma con qualcosa che ci accomuna. E sono le 3:04 ... :)
- lamoresaattendere
Cose che si dicono sottovoce.
Penso seriamente di essere una persona complicatissima che si rende la vita complicata e che complica le cose a tutti quelli che le stanno intorno. Penso seriamente di essere difficile per tutti e che non ne vale la pena seguire un soggetto del genere. Penso anche che abbiano ragione quelli che pur provando a trovarmi una soluzione, riescono a dirmi quante seghe mentali sia in grado di fare e trovo perfettamente disumano la condizione in cui mi trovo. Una vita complicata già ce l’ho. Se ci si mette pure il parentame intero a darmi consigli gratuiti su ciò che dovrò “fare da grande”, allora siamo messi bene. Intanto me ne sto sul lettone dei miei, con gli appunti davanti e con i pensieri che vagano di qua e di là. Avrei bisogno di dolcezza e di affetto in questo momento. E forse anche di un po’ d’amore.