Hinter den Murmeln

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Hinter den Murmeln
plagi
“vaccinatevi e seguite le regole” - draghi
“convertitevi e credete al vangelo” - gesù
W tym odcinku wyspę Rusty Lake Paradise nawiedza #szarańcza. Żeby dostać się przez bramę ogarniamy grajków. Największą trudność sprawiają #świetliki. A wszystko sprowadza się do pozbycia się tej dziwnej mgły..
📺 #YouTube: https://www.youtube.com/watch?v=QWcCtz8fbb8
📽️ cała seria: https://patryksnake.weebly.com/letsplays-ruslakpar
„Haja hoje para tanto ontem“ Paulo Leminski #timw #ayahuasca #auj #poesia #plagi #rodadepoesia (em Buzios) https://www.instagram.com/p/B1h6YdSj5Cl/?igshid=1mkstx85ud9lv
Plagi di plagi e cover di cover
Leggo che i Radiohead stan facendo causa a Lana del Rey perché la sua Get Free, contenuta nell’ultimo album Lust For Life, non sarebbe altro che una reinterpretazione della loro Creep, uscita nel 1992.
“Nonostante io sappia che la mia canzone non è ispirata a Creep, i Radiohead pensano che sia così e vogliono il 100% degli incassi – nei mesi passati ho offerto loro fino al 40 ma loro accetteranno solo il 100. I loro avvocati sono stati inflessibili, quindi la risolveremo in tribunale”, ha fatto sapere Lana.
La cosa è intrigante, perché a suo tempo i Radiohead avevano ammesso che con Creep si erano ispirati a The Air That I Breathe composta nel 1972 da Albert Hammond e Mike Hazlewood, e difatti li avevano citati come coautori e gli avevano quindi attribuito una parte dei diritti, non sappiamo quanto, ma una parte, non il 100%. “Sono stati molto onesti e siamo arrivati presto a un accordo”, aveva dichiarato Hammond tempo fa.
Lana del Rey avrebbe quindi fatto il plagio d’un plagio, deve essere questo che rende i Radiohead “inflessibili”. Perché, giustamente, penseranno i Radiohead, se tu fai il plagio di un originale e sei onesto, lo ammetti, citi gli autori del pezzo originale come coautori, e gli riconosci una parte dei diritti; ma se fai il plagio di un plagio devi citare i coautori e poi anche i coautori dei coautori, e riconoscere una parte dei diritti ai coautori ma anche una parte di una parte dei diritti ai coautori dei coautori; e così via! Non è vita, ammettiamolo…
In sostanza, il principio che vogliono affermare i Radiohead, e noi con loro, nel momento in cui chiedono a Lana del Rey il 100% dei diritti, è che il plagio si può fare solo al primo livello, da un originale; dal secondo livello in poi non si può fare, dal secondo livello in poi esistono solo le cover, le reinterpretazioni, e quindi i diritti devono andare tutti a chi ha fatto il plagio, che poi a sua volta ne dà una parte a chi ha composto l’originale. C’è una certa rassicurante logica in tutto questo, bisogna ammetterlo.
Comunque, su Rumore potete ascoltare le tre canzoni in questione senza passare dalla ricerca su youtube, che mi pare sia diventato un luogo di perdizione di tracciamenti commerciali: cerchi un pezzo e loro ne traggono ogni sorta di considerazione che ti accompagnerà per il resto dei tuoi giorni, che vadano a farsi fottere, sì proprio così, farsi fottere.
Ah..! Rumore un po’ imprudentemente propone The Air That I Breathe non nella versione originale di Albert Hammond ma nella versione che The Hollies portarono al secondo posto in classifica in Gran Bretagna nel 1974. Gli Hollies non c’entrano con la diatriba, perché per parte loro hanno tranquillamente ammesso che stavano facendo una cover, una reinterpretazione. Come del resto fece sempre nel 1974 Cilla Black, che però credo che facesse la cover della cover, cioè che andasse più sulla scia del successo della cover degli Hollies che verso il dimenticatoio dove era l’originale di Hammond. Difatti Cilla Black la registrò mentre già la versione degli Hollies era in classifica, e la sua versione “suona” molto più come la cover che come l’originale.
E questo è il punto dolente della questione toccato inconsapevolmente, e imprudentemente, da Rumore: se uno fa una cover, i diritti vanno all’autore dell’originale, e lo stesso se uno fa la cover d’una cover, o la cover d’una cover d’una cover, non importa il numero di passaggi. Ora, il fatto è che delle volte le cover sono una reinterpretazione che aggiunge una chiave di lettura a un originale, o portano al successo un originale di cui tutti avevano tranquillamente ignorato l’esistenza, e si dà il caso che le cover delle cover siano proprio figlie di questa riscoperta, di questa rilettura, della cover originale, diciamo così con un ossimoro. Ecco, in questi casi sarebbe giusto che chi ha fatto la cover che ha ispirato le altre cover avesse diritto a qualcosa.
Ci sono un sacco di esempi, ma proprio tanti..! Gli artisti rock hanno fatto man bassa sul blues, e hanno fatto un sacco di cover uguali ma diversissime dall’originale che hanno ispirato mille altre cover. A me fra tutti gli esempi, anche per questioni di prossimità, piace citare La Tremarella: cantata originariamente da Edoardo Vianello, fu reinterpretata vent’anni dopo in chiave ska dai Persiana Jones, una bella rilettura, una reinterpretazione sorprendente; da lì La Tremarella divenne una sorta di inno ska, interpretato in quella chiave da tutti i gruppi ska. Cosa ne hanno avuto i Persiana? Niente! Tutti i diritti d’autore sono andati a tali Alicata - Rossi - Vianello che con tutto il rispetto avevano una parte del merito, una parte importante ma non tutto.
Poveri Persiana..! Dai, facciamo click qui sotto, riascoltiamo La – loro - Tremarella su youtube. Se lo facciamo youtube gli riconoscerà una frazione di centesimo di dollaro in quanto interpreti del pezzo. Un’altra frazione di centesimo la darà ad Alicata - Rossi – Vianello, ed è qui che io non sono d’accordo, perché secondo me una parte di questa parte dovrebbe darla ai Persiana. Voi direte: ma è una parte d’una parte della frazione di un centesimo di dollaro..! Che c’entra, ci sono delle questioni di principio; e poi, una parte d’una parte della frazione d’un centesimo di dollaro oggi, una parte d’una parte della frazione d’un centesimo di dollaro domani.., dopo un miliardo di ascolti la cifra si fa interessante!
Lana del Radiohead.
Una di quelle notizie che periodicamente si ripropongono come i peperoni della sera prima è quella presunti plagi che affollerebbero il mondo della musica pop; Un esercizio piuttosto stolto, considerando soprattutto come funziona lo stesso Pop - dov’è essenziale nonché consolidato che una canzone ne ricordi un’altra, e nei casi più riusciti molte. Ciò che però è stolto da un punto di vista basico, il mercato è infatti da sempre saturo di cantanti e/o canzoni che si somigliano per la creazione di una fantomatica “scena” di cui sentirsi partecipi, sia come artisti che come fan, considerando la filosofia del diritto d’autore contemporanea, non è completamente insensato. Il plagio infatti esiste, almeno nella giurisprudenza, e non riguarda solo il numero di battute identiche necessarie per dichiararlo. Si possono plagiare delle soluzioni: nel famoso brano Brava di Mina, per esempio, una delle soluzioni è che mentre il testo dice: “Su, vado su, vado su” la melodia sale. Questa idea fu copiata, e ci fu una causa vinta dagli autori originari.
Naturalmente il diritto d’autore arriva più tardi; per millenni il repertorio è stato un oggetto magmatico e cangiante, anche per via del modo in cui la musica si propagava: non scritta, ma ascoltata e ripetuta, e quindi arricchita, integrata e, soprattutto, personalizzata. Molte delle canzoni per come sono giunte fino a noi sono solo l’ultima versione, magari la prima a essere registrata. E nella musica popolare la linea tra autori e esecutori è molto sottile; questo è vero anche nel Jazz e in tutte le musiche di derivazione Popular - incluso il Pop più becero. La differenza sta proprio nel Diritto, che se da un lato tutela gli autori, dall’altro si pone in contraddizione con la storia della musica che si propone di tutelare.
Perdonatemi una digressione un po’ soporifera ma importante per capire ciò che intendo. Leggetela come un racconto di Steve Buscemi in Ghost World a una (fintamente) interessata Thora Birch. Uno dei brani fondativi del Blues è Catfish Blues, registrato la prima volta nel lontano 1928 da un tale di nome Jim Jackson. Tutte le versioni successive, circa una ventina fino al ‘45, introducono delle variazioni musicali e testuali sul tema che di base: “I wish I was a catfish, swimming in the deep blue sea, all you good looking women, fishing after me”. La versione più celebre fu per lungo tempo quella del 1941 a opera di Robert Petaway. Poi, nel 195O, capitò che a impossessarsene fu un certo Muddy Waters. Quello a cui i Rolling Stones devono il nome. La sua prima versione la intitolò appunto Rollin’ Stone (Catfish Blues). La musica è un’evoluzione di Rob, e il testo inizia con la metafora del pesce. Però al terzo verso lui ci canta: “Well, my mother told my father, just before I was born, I got a boy child’s comin, He’s gonna be a rollin stone” (”Mia madre disse a mio padre, prima che io nascessi, ho un maschio in arrivo, e sarà una pietra che rotola” - ovvero di un nomade, un irregolare). Qui la questione si complica: chi conosce il blues avrà notato che questa frase è una variante di Mannish Boy, classico di Waters del 1955 scritto in risposta a I’m a Man di Bo Diddley dell’anno prima, canzone ispirata a Hoochie Coochie Man di Waters stesso, scritta anche quella nel 1954. Ma non è finita qua: la splendida melodia di Rollin’ Stone compare in Still a Fool del ’51, da molti considerato uno degli apici del lavoro di Waters, e una delle massime espressioni del Blues. E così dell’allegra sbruffonaggine sessuale del Catfish non c’è nemmeno l’ombra - eppure la canzone è la stessa. La morale è semplice: se qualcuno avesse depositato Catfish Blues alla SIAE nel lontano 1928, probabilmente niente di tutto ciò sarebbe potuto succedere o sarebbe stato interrotto sul nascere - soprattutto se consideriamo i problemi in studio che ebbe l’esordiente Waters, ostacolato dalla stessa Chess Records su cui incideva e che non voleva noie di nessun tipo dai propri artisti. Se qualcuno avesse depositato il Blues in 12 battute, ci saremmo fermati là, a.D 1928, e non avremmo avuto il Rock, che infatti è tutta una storia di copie, imitazioni e cover. Sono naturalmente favorevole al diritto d’autore. Penso però che la questione sia delicata. Per esempio mi stupisco ancora come uno scolaro leggendo che Thom Yorke, uno per cui esiste persino gente convinta che sia un alieno, con tanto di prove e testimonianze, poi si riveli così ... terrestre (per non dire terra terra) quando si tratta di battere cassa su presunti diritti d'autore. Così se nel 2OO9 non mosse foglia per la versione italianizzata di Creep partorita dal sor Vasco Rossi, quella A Ogni Costo credo seconda solo a Mino Reitano che rifà Show Must Go On dei Queen e che gli costò 5OO mila euro per il favore, ora scassa la minchia per una somiglianza dello stesso pezzo in una parte di Get Free di Lana del Ray. E, sia ben chiaro, il mio cipiglio non è cavalleresco (Lana immagino abbia fior fiori di legali per farsi difendere) bensì storico. Prima infatti di diventare il colosso che tutti conosciamo, in grado di sollazzare qualunque azzeca-garbugli voglioso di rimpinguare la sua parcella, Creep era soltanto una canzone di una band esordiente chiamata Radiohead. Al suo primo passaggio in radio qualcuno più in là con gli anni si accorse della somiglianza con The Air That I Breed, brano dei The Hollies del 1974, e prese a borbottare che “oramai è tutto un copiare da qualcos’altro”. Ma non finisce qua: al secondo passaggio radiofonico, quando il suono delle monetine tintinnanti cominciò a farsi sentire, Albert Ammond fece presente di averne registrata Lui una versione precedente sul suo It Never Rains In Southern California del 1972 ma, fermi tutti, colpo di scena, quando lo Sfigato raggiunse il 7° posto della classifica UK, Phil Everly dei (furono) popolari Everly Brothers rivendicò una sua versione anteriore ma depositata soltanto nel 1973, quando decise di inserirla l’album Star Spangled Stringer. Come finì? Che Creep divenne il brano-simbolo dei Radio e nessun avvocato (delle cause perse) del Kentucky o di Colchester si imbarcò per una battaglia legale contro un brano da 5OO mila copie in un anno (l’album che la conteneva finì in quasi 2 milioni di case) protetto alle spalle dalla Warner Bros. Un buon consiglio a Thom Yorke per non passare da (ehm) “brutta persona” e ipocrita potrebbe arrivargli dal Jazz - che nei buoni e nei cattivi esempi è difficile che abbia rivali. Non è un caso che i jazzisti chiedano da anni che venga loro riconosciuto un diritto come co-creatori di un brano. Un’idea sacrosanta e ora come non mai verosimile, che andrebbe estesa a tutta la musica Pop.
[Grazie a Serena per il disegno]
R. N - Dobre Wieści - Roman Nacht - JA JESTEM ŻYCIEM - 21.12.2017
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