Pomella - Napoli
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Pomella - Napoli
Da quando ha preso l’aspettativa dall’insegnamento accademico per dedicarsi a un lavoro vincolato alla comunicazione politica, i suoi giorni e le sue notti sono depredate da un oggetto tecnologico dalla smisurata natura oppressiva: lo smartphone. Grazia vive perennemente con uno smartphone sotto le dita, assalita da avvisi, richieste, telefonate, WhatsApp; compie ogni gesto quotidiano districandosi tra le comunicazioni digitali che le piovono da ogni parte del mondo e che lei, a sua volta, rispedisce ai quattro venti. Ministri, sottosegretari di governo, deputati e senatori, political strategists, uffici stampa, cronisti, sono a tavola con noi all’ora di cena e durante la colazione della domenica mattina, al cinema e ai concerti, in spiaggia sotto l’ombrellone e al taglio della torta durante le feste di compleanno dei compagni di scuola di Mario. Sempre e ovunque, senza nessuna possibilità di salvezza. Lei possiede due qualità che ne fanno il prodotto umano perfetto di questo tempo isterico, due qualità che possono essere descritte con la terminologia cara agli esperti della gestione delle risorse umane: capacità di problem solving e attitudine al multitasking. A me, piú romanticamente, ricorda la figura del simultaneista, ossia lo scacchista che gioca contemporaneamente piú partite contro piú avversari spostandosi dopo ogni mossa da una scacchiera alla successiva. Tra le diverse scacchiere sulle quali Grazia si batte c’è quella su cui si gioca la partita del mio cattivo umore, in cui io – manco a dirlo – muovo il nero.
Andrea Pomella, L’uomo che trema, Einaudi, 2018; pp. 68-69.
il fattore ci accompagnò in un’altra stanza del museo, dove c’era la riproduzione di una cucina contadina. Ci spiegò che negli anni Cinquanta lo Stato forniva le case coloniche di un forno, un lavandino di pietra e una dispensa. Molti degli oggetti che vedevo facevano parte dei miei ricordi d’infanzia, se ne trovavano di simili nella casa di mia nonna. Perciò mi sembrava strano che fossero esposti in un museo. Mentre il fattore parlava, pensavo alle facce di quelli che fra cinquant’anni avrebbero pagato un biglietto per visitare il museo della civiltà dei consumi, immaginavo una guida che avrebbe mostrato a un gruppo di visitatori una stanza arredata con mobili Ikea, e all’improvviso mi sembrò tutto spaventosamente ridicolo.
Andrea Pomella, L’uomo che trema, Einaudi, 2018; pp. 70-71.
Essendo una scuola, è frequentata da ragazzi che hanno la metà dei miei anni. Tempo fa discutevo con uno dei miei nuovi colleghi che mi raccontava della fatica che fa a confrontarsi con loro. – È normale, – gli ho detto. – È un fatto generazionale. Una pura banalità del mondo. La razza umana progredisce grazie a questa incapacità che noi vecchi abbiamo di decifrare i giovani –. Poi ho per così dire ampliato la questione. – Lo stesso problema che hai tu, – ho detto, – io ce l’ho non solo con i ragazzi e le ragazze che hanno la metà dei miei anni, ce l’ho con gli uomini e le donne che hanno la mia stessa età, e con quelli più grandi, e con i bambini e con gli stravecchi. Lo stesso problema, ossia la fatica nel parlare, nel capire, nel decifrare, io ce l’ho più o meno con tutti, – ho continuato. – Quindi sono uno che fa progredire bene la razza umana, uno che questa cosa la sa fare proprio bene.
Andrea Pomella, L’uomo che trema, Einaudi, 2018; p. 146.
Quando Mario era ancora nel grembo di Grazia, ogni sera facevamo un gioco. Le posavo la mano sulla pancia, e dopo pochi secondi sentivo un tramestio interno. Il piccolo, attratto dal calore, si spostava al di sotto della mia mano, e la pelle di Grazia si rigonfiava in quel punto esatto. Passati pochi minuti spostavo la mano sul lato opposto della pancia, al che, senza esitazioni, di nuovo quel muto scompiglio, quel mormorio, e il rigonfiamento che scivolava. Il piccolo non ancora nato andava a rannicchiarsi sotto la mia mano. Cercava me, la mia protezione. Allora Grazia e io ci fissavamo l’un l’altra e sorridevamo increduli. Continuavamo a fare questo gioco per tutta la sera, guardando il suo ventre che si increspava come la superficie del mare quando passa la migrazione dei pesci.
Andrea Pomella, L’uomo che trema, Einaudi, 2018; pp. 45-46.
matt pomella, you are always there for me when i need you and i really appreciate it. i don't think you realize how much you have helped me as a person.
=]
Agnello all’olocausto 7 giugno 2013 E le pizzerie al taglio, quelle vecchie, preistoriche pizzerie di Roma, dove sono tutti vecchi, vecchi i pizzaioli, una coppia di vecchi, lei che serve al banco, lui che sforna pizze, lui che guarda tutti di traverso, lui che è sempre torvo, mentre lei è stanca, risponde a tutti con quel tono stanco, lei che taglia la pizza con mano stanca, io che entro dopo una giornata pesante di lavoro, che entro stanco e quasi vecchio, che le indico una pizza bianca ripiena, e lei mi dice: “È fredda”, e lei mi dice: “La scaldo?” e io le dico: “Sì, grazie”, e lei mi dice: “Mangia qui o porta via?” e io le dico: “Porto via”, anche se non devo andare da nessuna parte, però mangiare quella pizza ripiena, quella pizza vecchia e stanca, quella pizza che era fredda e che tra poco tornerà calda, quella pizza che tornerà calda solo per un po’, ma che, a ogni modo, serberà il freddo dentro di sé, come un vecchio che torna giovane, come un vecchio che al primo caldo gli cola la tinta dei capelli, mangiare quella pizza dentro quella pizzeria assieme a quei due pizzaioli, mangiare quella pizza vecchia fissando un muro di mattonelle bianche e crude e unte, quelle mattonelle da macelleria della mia infanzia, fare questo mi farebbe sentire come un agnello all’olocausto, e allora lei mi dice: “Gliela incarto”, e io le dico: “Sì, grazie”, e le dico: “Prendo anche una lattina”, e le indico una birra nel frigo, e le chiedo: “Quant’è?” e lei mi dice: “Sei euro e quaranta in tutto”, e io tiro fuori i soldi e la pago, e lei mi chiede: “Le do una bustina?” e io le dico: “Sì, grazie”, e lei mette tutto in una bustina tranne la birra, e io prendo la bustina e la birra e dico: “Arrivederci”, e lei mi dice: “Arrivederci”, e anche suo marito, che sforna pizze fredde e che guarda tutti di traverso, anche suo marito fa capolino e mi dice: “Arrivederci”, e io esco da lì oppresso da un pensiero, esco da lì pensando che potrei essere loro figlio, esco da lì e vado a chiudermi in macchina, vado a mangiare la pizza in macchina, come un orfano. Andrea Pomella