“ Dostoevskij sedette qualche metro più in là voltandomi la schiena. La sua presenza era diventata pesante. Mi era proprio venuto a noia e desideravo passare qualche tempo da solo senza sentirmelo vicino. Cambiai posto e andai a stendermi dove non potevo vederlo. Tenevo gli occhi chiusi, ma qualche minuto più tardi la sua voce mi obbligò ad aprirli e lo vidi davanti a me. Disse: “Scusi se la disturbo: ho bisogno di una informazione urgente.” “Su che cosa?” “Su questo mondo.” “Dica.” “È migliorato da quando io sono andato via?” “No.” “È sempre brutto.” “Sempre brutto.” Un silenzio. Volevo che se ne andasse e chiesi: “Altro da domandarmi?” “Sì, quello lo sapevo già. La mia vera domanda è un’altra.” Feci un cenno che significava: ascolto. “Ci sono ancora apostoli, predicatori, missionari?” “In grande quantità.” “Agitatori, giustizieri, incitatori, paladini di cause, assetati di verità, smaniosi di giustizia?” “Non c’è penuria.” “Attivisti, rinnovatori, riformatori, spasimanti per l’uomo?” “Ad ogni angolo di strada.” “Quelli che soffrono per gli altri, che vivono per gli altri, che vivono per il futuro?” “Merce corrente.” “Grazie.” Si allontanò e lo riperdetti di vista. Sperai di non vederlo più. “
Guido Piovene, Le stelle fredde, Arnoldo Mondadori Editore, (Collana Scrittori Italiani e Stranieri), 1970¹; pp. 192-193.












