Natalia, detta Lia, batte ritmicamente i piedi su una musica che non c’è. Sembra quasi un conforto, una nervosa ma rassicurante abitudine. Del resto, da quegli altoparlanti sfasciati, non possono che uscire parole stonate, inviti senza cornice ad andare a dormire, a mangiare, a respirare aria grigia nella corte del casamento.
Poco è cambiato in questi dieci anni, da quando è arrivata. La casa di riposo non è foriera d’entusiasmi, e lei non spende certo del tempo a cercarli. Passa le sue giornate ricurva su una poltrona morbida di velluto verde, rivolta verso il tavolo conviviale dove le altre giocano a canasta.
Si regge quel viso scavato e scabro con la mano fasciata da una garza bianca, e appoggia il gomito sul bracciolo consumato. È sottile come un giunco, Lia, i capelli neri peciati raccolti in una coda scomposta sembrano quasi il punto marcato a pennarello sopra la lettera i. Le labbra, truccate con cura, sono sempre piegate in un sorriso rassicurante, senza averne motivo.
“Cosa mai avrà da ridere, dico io” bofonchia con accento straniero la signora che ogni giovedì mattina fa le pulizie in quelle stanze fredde con l’eco, all’infermiera bionda sulla cinquantina che piega senza voglia una tovaglia sgualcita.
“Ha una cartella clinica che pare uno di quei libretti gialli allegati alle riviste scandalistiche d’estate” risponde, e continua “faceva la maestra in una scuola elementare in provincia di Ferrara, l’avevano nominata anche cavaliere della Repubblica per merito, insomma, era una di quelle che nel lavoro ci ha sempre messo una gran passione. Come si possa amare quello che si fa lo capirò forse nella prossima vita.“
S’interrompe con una risata grassa, scomposta ma soprattutto autocelebrativa, mentre l’altra la incalza.
“Dai, e quindi?”
“E poi un giorno, mi pare fosse poco prima di Natale, l’anno esatto in cui è andata in pensione dopo una carriera impeccabile, ha fatto una delle sue merende, in casa, invitando i bambini della quinta elementare. “
“Un bel pensiero”
“Sì, cioè no. Li ha fatti sedere, tutti con le gambe incrociate sul tappeto persiano, poi ha portato il succo di frutta alla pesca, i cioccolatini con la ciliegia e dei biscotti a forma di stella, con la granella di zucchero sopra.”
“Ecco, e poi hanno intonato tutti insieme quelle melense nenie natalizie... Forza, sbrigati col racconto, ché ho tutti i bagni da pulire.”
“In realtà è bastato il primo morso a non farli cantare più. Mai più, intendo. Quando le madri sono arrivate per riprenderli, la sera, li hanno trovati distesi, immobili, uno a fianco all’altro, mentre lei leggeva un libro alla luce tiepida dell’abat-jour.”
“Non ci credo, quello scricciolo di donna con gli occhi che sembra un cerbiatto, ha fatto tutto questo?”
“Pensa che nella deposizione, davanti al giudice, ha spiegato con quanta cura e dovizia avesse frantumato in mille pezzi la punta di vetro decorato dell’albero, fino a farla polvere, per unirla a stricnina e vx, un agente nervino potentissimo che usavano un tempo come insetticida.”
La donna delle pulizie si mette una mano davanti alla bocca, sgomenta.
“Sai che, ieri, quando abbiamo fatto l’albero, tutti i vecchi hanno messo su qualcosa: Nino e Antonio stavano in equilibrio instabile sul deambulatore, la Maria e quell’altro che ripete sempre il messaggio del treno, non ricordo mai il nome...”
“Ah, Giuliano, il dipendente d’oro delle ferrovie”
“Brava, lui. Insomma, tutti hanno attaccato qualche addobbo all’altezza consentita dall’artrosi delle loro braccia”
“E la Lia?”
“Le abbiamo dato una decorazione dorata, a forma di stella, ma non si è mossa dalla sedia.”
“La mano gliel’hai fasciata tu, stamani?”
“Sì, a un certo punto ha stretto quella stella così forte, e con una tale energia da ridurla in non so quanti taglientissimi pezzi. Più stringeva e più rideva, col fragore di un sghignazzo spietato e il sangue che le colava dappertutto: ti sembra sempre una dolce e innocua anziana signora?”
“Parla piano, non vorrei sentisse”
“Macché, son dieci anni che è qui, avesse mai aperto bocca. Quella non capisce più nulla.”
Dopo averla tenuta sotto il braccio per tutto il racconto, l’infermiera sistema finalmente la tovaglia nel cassetto. Lia la guarda dal suo angolo non distante, con le orecchie che ci sentono eccome, gli occhi che ridono e un sorriso feroce. Aveva giurato di non farlo più, ma a una maestra si porta sempre rispetto. Con le unghie laccate della sua mano fasciata, si batte due volte il petto all’altezza del cuore, proprio lì, dove una spilla dorata ben nascosta tra la spallina e la sottoveste, chiude una piccola busta di stoffa. Dentro, piegato bene, il suo segreto più dolce.