Porta Nord Due
La pioggia battente pareva una maledizione senza fine, colpiva il parabrezza della vecchia Renault 5 dalle fiancate ammaccate e scivolava via, perdendosi nelle pozzanghere lungo la via. Ogni notte, in quell’inverno ormai lontano e nell’indifferenza ottusa della vecchia città dai muri in mattoni rossi e cemento, scivolavamo insieme lungo strade illuminate da lampioni anonimi, che spandevano la loro luce giallastra come perduti in una sonnolenza decadente. La radio sempre accesa al minimo, perchè di musica a volume altissimo ne ingoiavo anche troppa nei locali fumosi di quella Torino di fine ventesimo secolo, tra gente ebbra di alcool e di innumerevoli droghe. Gli occhi perennemente stanchi per il poco sonno, in bocca il sapore dell’ultima Marlboro spiegazzata, attraversavo i quartieri deserti verso casa. Era tutta lì la mia vita, in quel ritorno ciclico alla mia piccola casa troppo fredda dopo aver vegliato sui fasti della notte altrui. ero uno degli invisibili, quelli che lavorano dove la gente va a scordarsi le proprie miserie quotidiane restando nel proprio spazio di manovra, cercando di farsi notare il meno possibile. Ci chiamavano buttafuori, prima di inventarsi un termine come “addetto al servizio di sicurezza”. Eravamo molto più liberi di dire la nostra, di fare valere l’abilità di correggere gli atteggiamenti pericolosi con ferma e lucida efficienza. Oltre i lustrini dei costumi che velavano corpi da sogno, le facciate pulite delle discoteche alla moda, le scale illuminate a giorno ed i colori sgargianti delle pareti di vecchie cantine trasformate in locali, lì c’era la mia vera vita, fatta di retroscena, di realtà molto meno affascinanti delle chimere vendute ai clienti. Quelli come me conoscevano il dietro delle quinte, sapevano che il bancone colorato del bar nasconde assi non verniciate se guardato dall’altra parte, che il guardaroba aveva un’uscita nascosta che dava sul vicolo dietro il locale, che nei cessi degli artisti circolava la coca tagliata male dei bassifondi. Quella notte, fendendo l’ennesimo temporale con la mia vecchia auto cieca di un fanale, portavo con me il rimpianto di non essere stato al posto giusto nel momento giusto, di essere nato dalla parte sbagliata del mondo, dove le luci non brillano di sogni ma servono solo a mascherare le crepe nei muri, abbagliando il mondo ridanciano della notte. Anni a dividere ragazzini intenti a cercare la rissa, a consolare cubiste lasciate dai mariti, a medicarsi ferite non meritate, guadagnate per sventare l’ennesimo furto o pestaggio. Anni a guardare il nuovo stronzetto ricco che si portava a casa la reginetta della settimana sulla propria Porche Carrera rosso fiammante, mentre chiudevo la porta dietro di loro, fradicio fino al midollo di pioggia o congelato fin nelle ossa dagli inverni sabaudi, rassegnato all'evanescenza professionale che mi rendeva trasparente ai loro sguardi di sfuggita. In dieci minuti scarsi un ospite del locale spendeva molto più di quanto io guadagnassi in tutta la notte ed il saperlo non mi rendeva di migliore l’umore. Era la vita della notte, un carrozzone sporco ma colorato, che mangiava o sputava le persone che lo trascinavano avanti, nutrendosi ingordo dei nostri giorni migliori. Tutti lo sapevamo, non potevamo non vedere i veterani dalle cicatrici chiare e spesse, che avevano lasciato che la notte fosse libera di prendersi le loro vite per intero, perdendo famiglie ed affetti in cambio della botta di adrenalina che un lavoro nei locali poteva dare, con tutto quel via vai di droghe per tenere sotto controllo lo stress, storie che ti sfioravano e non vivevi mai in prima persona, belle ragazze da sedurre cercando di stabilire quali sarebbero state in grado di soddisfare le aspettative e quante solo di vomitarti in macchina durante il tragitto. Chi non ha mai prestato i propri talenti al giro delle discoteche non può capire il fascino di quella vita, ma noi lo subivamo in pieno con grande trasporto. Ai tempi il lavoro non mancava, la nostra non era una scelta imposta, avremmo potuto fare altro. Le fabbriche assumevano senza problemi a quei tempi, l’economia era ancora in grado di assicurare un posto decente a ciascun uomo di buona volontà, a patto che si rinchiudesse in un buco grigio a saldare o tagliare lamiera per costruire cose che, nella maggior parte dei casi, non avrebbe mai potuto permettersi di comprare. Come ogni cosa, il mio lavoro aveva anche dei lati positivi che mi permettevano di apprezzarlo, non ultima la sensazione di potere che ne derivava, particolarità inconfessabile ma segretamente apprezzata da tutta la categoria. Poi arrivò quella notte, tutta quell’acqua, la strada viscida. Erano le quattro e mezza, abbastanza presto per tornarsene a casa, ma un’ora ragionevole se riferita alla bassa stagione, ed a Novembre in una città del nord si toccano i minimi storici del divertimento. Anche nella Torino di quei tempi, piena di locali e di gente che se ne andava in giro, godendosi quella fascinosa aria di proibito, quel perverso mix di sesso, rischio, droga ed adrenalina che grondava dalle pareti di luoghi in cui la sensazione che la faceva da padrona era la libertà di lasciarsi andare senza timore di venire giudicati. Erano gli anni della decadenza tra il novanta e la fine di quel decennio. Poi si cominciò a parlare di crisi e non si smise più di farlo, la FIAT cominciò a lasciare a casa gente, finendo per chiudere quasi totalmente i propri cancelli e sacrificando sull’altare dell’economia migliaia di famiglie. Non a quei tempi, però. Lì eravamo ancora nel regno dell’abbondanza, della serenità che derivava dalle certezze (che si rivelarono soltanto presunte di lì a breve, d’accordo, ma noi non lo sapevamo e non avevamo indizi per presagire il disastro). Una semplice notte come tante, fredda come è normale che sia, lunga, perchè le notti lavorative invernali sembrano non finire mai nelle grosse città. Eppure avrebbe cambiato la mia vita, oggi posso dirlo con certezza. Se non fossi finito fuori strada quella volta, restando miracolosamente illeso, non avrei mai capito, mai. Non avrei cercato di rivalutare il mio mondo fatto di uscite di sicurezza ed armadietti dai lucchetti poco affidabili, di avventure senza futuro, di albe tristi dai colori tenui, sorbite facendo colazione da qualche paninaro col truck a bordo strada, a suon di salsicce fritte e Ceres. Invece non ho nemmeno la scusa di non essermi reso conto di cosa stava succedendo. Lo sapevo, dopo quella notte in cui vidi la morte da vicino, ero perfettamente conscio che la mia vita sarebbe andata avanti in quella direzione se non avessi cambiato registro. Sapevo che non avrei avuto soldi per diventare qualcuno, che sarei campato giorno per giorno, senza una famiglia, senza una vera vita. Quando uscii dalle lamiere contorte che erano state la mia povera Renault e mossi quei pochi passi incerti, prima di crollare nella pozzanghera alta un paio di centimetri e sentire l’acqua gelida entrare nel mio giubbotto, lì ebbi la più terribile delle illuminazioni. Ora però vi lascio, perchè anche se sono conscio del prezzo da pagare, da allora so perfettamente a cosa mi porta la mia natura. Tra poco il locale apre, la fila è lunga e ci sarà da fare. Metto i guanti, controllo la radio e vado. “Porta Nord Due, inizio servizio, passo” sibilo nel microfono. Mi risponde una scarica statica seguita dalla voce roca del caposervizio “Ricevuto Porta Nord Due, i cancelli aprono tra un minuto, buon lavoro”. Poi si accendono le luci, la grande porta si spalanca e la folla avanza.















