#Regionali2015: quando la persona conta più del partito
Quasi inevitabilmente mi trovo a scrivere i miei pensieri sulle elezioni regionali di fine maggio. Non volendo soffermarmi su una pomposa e ridondante analisi politica, lascio un paio di spunti di riflessione, anche solo per ordinarmi le idee.
La prima: come è banale e scontato dire, metà popolazione non utilizza più il voto come strumento di partecipazione alla vita pubblica. Attenzione, questo non significa necessariamente che vi sia una sfiducia incredibile nel sistema, né che sia in atto una protesta particolarmente veemente - non credo particolarmente alla retorica del “non voto”, né a quella del “se non voti non puoi poi lamentarti”. Piuttosto, a mio modo di vedere, credo si stia perdendo il senso del voto come strumento di democrazia. Mi spiego meglio. Oggi si celebra il 2 giugno, la Festa della Repubblica, nel referendum del 1946 votarono circa il 90% degli aventi diritto. “Grazie al cavolo” direbbe qualcuno “allora si giocavano la forma di Stato, mica il nome del Presidente di una Regione”. Vero, ma quel tasso rimase tale anche negli anni successivi. A differenza di allora, però, la politica ed in particolare il voto non erano fatti di soli slogan, comizi e attacchi all’avversario di turno, come oggi. La priorità era un’altra: uscire dalla Guerra nel migliore dei modi possibili. Oggi, verrebbe da dire “per fortuna”, non abbiamo queste necessità ma la politica si è ridotta ad uno sterile dibattito mediatico su questioni interne. Siamo sempre in campagna elettorale, alla faccia di chi sostiene il contrario. Questo sistema può essere invertito solamente con una rinnovata istruzione sul valore del voto come strumento di espressione democratica, non come strumento di “tifo” politico: iniziassimo a non votare i chiacchieroni, forse la musica cambierebbe.
Il secondo punto si ricollega al primo: in questo clima di disattenzione al voto, risulta premiato soprattutto chi si mostra concreto ed efficace, a prescindere dal partito. Così Zaia supera agilmente il 40% in Veneto, lo sceriffo De Luca fa altrettanto in Campania, mentre restano al palo “gli uomini (e le donne) di partito”, chi cioè contava più sul carro che sui buoi che lo trainavano. Personalmente, è una situazione che trovo molto ragionevole: la Regione è qualcosa di molto più “vicino” dello Stato, per cui è semplice mettere da parte le simpatie ideologiche in favore della stima per la persona.
Terzo: non se ne può veramente più di sentire ogni esponente del tal partito commentare come una vittoria ogni tipo di risultato. Archiviata questa parentesi elettorale, sarebbe il caso di concentrarsi sulle cose da fare, piuttosto che sulla parentesi elettorale successiva, magari sforzandosi di mantenere le promesse fatte - ma tanto, una volta conclusi i giochi, chi se le ricorda più?
Ancora una piccola considerazione: è sempre viva in Italia una parte di sinistra che preferisce “suicidarsi” consegnando la regione (Liguria, in questo caso) agli avversari pur di scendere a compromessi. Per come la vedo io, è una concezione totalmente slegata dall’attualità, dove questi errori si pagano molto caro. Ma il voto è personale e libero, per cui me la devo fare andare bene così!
Concludo con una mappa che, seppur approssimativamente, riassume la situazione in Italia dopo questa tornata elettorale. L’elenco completo si trova in questa pagina, dalla quale ho preso in prestito l’immagine.












