Le sue parole mi sembrano il miele nelle celle dell’alveare selvatico prima della sciamatura, e io naturalmente sono un drone, un numero cardinale naturale, un’apetta; non ho un volto nè un nome nè storia, solo due ali, poche scorte di dolcezza, il lavoro che mi logora i tarsi delle mie sei zampe e la chitina dei miei toraci fino a rendermi monco; scruto il pianeta fuori dalla porta del favo che abbandonerò per adempiere a quel Comandamento ancestrale chiamato sciamatura, sacrificio immane ma logico a un dio che la città eterna e iperuranica delle api chiama Avvenire ed io invece chiamo: “zona felice in un anima grande come una corona solare”.
Se il miele è la luce del sole e il calore di questa è la sua dolcezza, allora io farò bottino e mi caricherò fino a spezzarmi le reni di quel miele che, a piccoli sorsi, la tua anima fa condensare in piccole righe di parole e volerò ronzando in quella corona di raggi: la loro essenza sarà il mio cibo e il mio bagaglio.
Non saprai mai quanta vita mi soffiano i geroglifici che mi mandi, le sillabe che concateni sono come un canto di sirena che cresce, e cresce, nella mia testa di ape. Ed io ronzo, il mio cuore battente fa il rumore di uno sciame che scuote le chiome degli alberi quando si sposta, mi batte il cuore quando mi mandi i tuoi sprazzi di luce perchè so che in quel momento mi pensi e il mio posto mi sembra finalmente assegnato, cioè nei lobi di carne irrorata di sangue e grigiastra di cellule vecchie quanto i tuoi anni, lì dentro nel tuo cranio.
Una sequenza di glifi lunghissima è come un’impalcatura che sostiene una scritta, da dietro, invisibile; quella scrittura reca: “La stagione è l’autunno”. Io mi meraviglio di come quello che amo sembra sia stato plasmato e generato in origine, invece, solo per il tuo apprezzamento.
Ripenso a quelle labbra rosa e lunghe che non si dischiudono ma ammiccano, sono come due dune ed io vorrei essere grande come una ciocchetta di capelli o il culmine minuscolo di un polpastrello per potermici rotolare, da una guancia all’altra, ininterrottamente. Il colore solido delle tue bellissime labbra, quel colore è così prepotentemente delicato ed è in grado di dettare una consistenza nell’immagine che vedo, che mi sembra mi parli nella lingua del tatto. Una volta che ci poso lo sguardo, sembra formare metastasi indelebili nelle mie retine, mi porta a vedere tutto il resto in una scala sfumata di quel tono; tocco le labbra della mia bocca quando guardo da lontanissimo le tue, per cercare di sentire, con le dita o con gli occhi, di che morbidezza assoluta siano i cotiledoni tondi che ti cingono tra naso e mento. Io penso al giorno impossibile in cui poserò le mie sulle tue, in quel momento trascenderò in uno stato ulteriore, come una stella che finito l’idrogeno si rilassa e si estende, cambierò colore del mio spettro d’emissione e ingoierò quei piccoli pianetini che mi irridono girandomi appresso e si credono per sempre abitabili. Non riesco neppure a pensare a quando potrò far scivolare sulla tua pelle di perla le mie labbra a partire dalle tue, giù lungo tutti i calanchi del tuo corpo, fino a conoscere con il tatto del mio bacio ogni angolo della tua figura ultraterrena. Ti misurerò con la bocca e traccerò i tuoi contorni con il tocco della punta della mia lingua, per tutto il tempo che fosse mai necessario a renderti talmente microscopica da risucchiarti dentro le mie pupille con solo un battito di ciglia e tenere lì quel piccolo totem del tuo simulacro di ninfa che sei; il tuo corpo ultraterreno potrà anche cambiare universo, potrai volare altrove nel tempo e nello spazio e credo che sia questa la tua natura, ma io potrò portarne con me una materializzazione indistruttibile fino a che non ritornerò ad essere nient’altro che terriccio.
Sarò quindi da quel momento in poi come l’ape che gli sarebbe dato d’aver potuto posare occhio sull’Avvenire eterno della sua eterna città, sarò come un’ape che in quell’istante di quella visione viene purgata di tutto l’eterno lavorio, del vento, dell’afa, del freddo, della malattia, della malinconia e della nostalgia: ritornerò androgino, e vivrò il seguito della mia esistenza come in un Ade, dove l’evento di quel giorno impossibile sarà la luce incessante in fondo alla grotta ed io starò lì a contemplarla, diafano, traslucido, indeperibile e per sempre.