“ «Bene.» Radlov annuisce. Si serve una delle grosse, gocciolanti salsicce e ci affonda il coltello. Inclina il decanter di vodka sul bicchiere, riempie fino all'orlo, beve. Per qualche minuto Pavel, ignorato, è costretto ad ascoltare í rumori del maggiore che mangia. «Tutti quei fascicoli» dice alla fine Radlov. «Sarà scoraggiante, in certi momenti. Io faccio fatica a tenere in ordine la mia piccola biblioteca di casa. Ma ho un sistema, sa?» Si picchietta la tempia col dito. Poi indica il libro vicino al piatto. Una copia vecchiotta dei racconti di Gogol', con la copertina di tela azzurra usurata e l'inchiostro dorato delle scritte che si stacca. «Avrà letto Gogol'. Immagino che l'abbia anche spiegato agli studenti, qualche volta.» «Sì, compagno maggiore, è capitato.» «Allora mi permetta una domanda. In qualità di ex insegnante di letteratura, lei è dotato di una certa — come posso dire? — sensibilità per la lingua. Non è così? È in grado di vedere cose che ad altri possono sfuggire. Di penetrare al di là della superficie.» «Dei libri?» «Libri, racconti, poesie.» Pavel esita. «Mi definirei un lettore attento, per quello che può significare. Ma quanto sia sensibile, compagno maggiore, non saprei dirlo. Credo di leggere i libri come li leggono tutti.» «Non faccia il modesto, Pavel Vasilevič. Non dimentichi che ho letto il suo dossier. All'Accademia Kirov lei era un astro nascente. Rispettato dai colleghi. Ammirato dagli allievi. Non è cosa da poco.» Pavel si agita sulla sedia, a disagio.
«Stavo leggendo Il cappotto» continua Radlov. «Un racconto meraviglioso, non crede? Così divertente e triste al tempo stesso. Anzi, tremendo. Povero Akakij Akakievič. Certo, leggo solo quando ho tempo. A volte riesco a scorrere soltanto qualche riga prima che cominci a squillare il telefono. Ma non mollo. Perlomeno sono tenace.» L'ufficiale sorride. «Si uccise. Gogol'. Sa come?» Pavel risponde: «Smise di mangiare». Il sorriso di Radlov si allarga. È uomo da cogliere l'ironia, nota Pavel: il tavolo coperto di piatti, il piccolo banchetto. «Pensa che dopo aver letto i suoi racconti» chiede Radlov «si conosca Gogol' meglio di chi lo conosceva di persona? La famiglia, gli amici più cari. Dopotutto, che cosa sapevano davvero di lui? Che era una fonte inesauribile di assurdità religiose? Che era infelice? È morto da quasi un secolo e io capisco perfettamente per quale motivo si sia lasciato morire di fame.» Radlov strofina il pollice sulla copertina del libro, poi la osserva un momento. Si pulisce con la tovaglia dall'inchiostro dorato che gli è rimasto sul dito. È per questo che l'ha chiamato? Per discutere della vita intima di Gogol'? Pavel ha un'idea improvvisa: Radlov incarna tutto ciò che Kutyrev sogna di diventare. Si è fatto strada dal basso, non è passato inosservato. Ma quante vittime si è lasciato dietro per arrivare dov'è oggi, perché basti un suo cenno per avere a disposizione Pavel oppure, indifferentemente, un banchetto degno di un boiaro? «Vuole rispondere alla mia domanda, compagno?» «Su Gogol'?» «Sulla possibilità di comprendere una persona attraverso ciò che ha scritto» precisa Radlov. «Suppongo sia per questo che lei e il suo predecessore siete stati chiamati in causa. Anche se, a essere onesto, nessuno ha saputo darmi una spiegazione soddisfacente per la sua presenza qui, Pavel Vasilevič.» Radlov si guarda incuriosito ]a mano con cui regge la forchetta: il lungo tendine che ne attraversa il dorso ha cominciato a contrarsi visibilmente. «Qual è la sua opinione in proposito?» “
Travis Holland, Storia di un archivista, traduzione di Elisa Banfi, Guanda (collana Narratori della Fenice), 2008, pp. 142-144.
[ Edizione originale: The Archivist's Tale, The Dial Press, New York City, USA, 2007 ]
















