Salomone e il suo clan facevano parte di un flusso migratorio che dalla fine del Trecento aveva investito le regioni dell’Italia settentrionale, portando al massiccio trasferimento al di qua delle Alpi di intere comunità di lingua germanica, cristiani ed ebrei, provenienti dall’area renana, dalla Baviera e dall’alta e bassa Austria, dalla Franconia e dall’Alsazia, dalla Carinzia, dalla Stiria e dalla Turingia, dalla Slovenia, dalla Boemia e dalla Moravia, dalla Slesia, dalla Svevia e dalla Sassonia, dalla Westfalia, da Württemberg nel Palatinato, da Brandeburgo, Baden, Worms, Ratisbona e Spira. Una popolazione eterogenea, che parlava il tedesco, formata da ricchi e poveri, imprenditori e artigiani, finanzieri e mendicanti, uomini di religione, avventurieri e furfanti, si era mossa dai territori d’oltralpe per superare i valichi montani e discendere, in un processo di lunga durata, verso la laguna di Venezia, le città e i centri minori della terraferma veneta. Era questo un fenomeno di grande entità, all’interno del quale trovava la sua collocazione una componente ebraica di rilievo, che si era già affacciata nelle regioni settentrionali dell’Italia, in conseguenza delle persecuzioni che avevano seguito la Peste nera a metà Trecento e sporadicamente nel secolo che l’aveva preceduta. Comunità ebraiche ashkenazite, cioè tedesche, di diversa consistenza numerica, si formavano in una miriade di località, grandi e piccole, da Pavia a Cremona, da Bassano a Treviso, da Cividale a Gorizia e Trieste, da Udine e Pordenone a Conegliano, da Feltre e Vicenza a Rovigo, da Lendinara a Badia Polesine, da Padova e Verona a Mestre. Qui si era stanziata, a un passo da Venezia, una comunità ebraica intraprendente e di considerevole peso economico, i cui membri provenivano per lo più da Norimberga e dalle zone limitrofe. Nel 1382 alcuni ebrei di Mestre avevano ottenuto l’autorizzazione a trasferirsi a Venezia per esercitarvi il prestito del denaro, ma erano stati messi alla porta qualche anno dopo, nel 1397, per non avere soddisfatto le condizioni alle quali i governanti di Venezia li avevano ammessi in città. Così la Serenissima era tornata alla sua politica tradizionale, di non concedere agli ebrei residenza stabile sulle rive del Canal Grande, se non in casi eccezionali o per periodi di durata limitata. Tale politica, spesso contraddetta in maniera rilevante dalla pratica, vedeva gli ebrei affollare le calli in certe zone della città di giorno e rimanervi numerosi anche di notte, accomodati in case e ostelli, per periodi tutt’altro che brevi. Non mancavano gli ebrei, per lo più medici, mercanti influenti e banchieri, con residenza stabile, più o meno autorizzata, a Venezia. La consistenza numerica di questa comunità, eterogenea quanto alle professioni praticate, ma più o meno omogenea quanto alle sue origini etniche, che rimandavano ai territori di lingua tedesca d’oltralpe, è stata fino a oggi considerata in un’ottica ingiustamente riduttiva.
Ariel Toaff, Pasque di sangue. Ebrei d’Europa e omicidi rituali, Il Mulino (collana Biblioteca Storica), 2008²; pp. 24-25.












