Manuel Orazi - La máscara de la muerte roja (1893)
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Manuel Orazi - La máscara de la muerte roja (1893)
Una ventina d'anni separò le fasi della Peste Nera dai grandi disordini della fine del XIV secolo. La sorte dei poveri durante questo periodo nell'Europa intera si può riassumere così: « mediocrità nella stagnazione ». Conviene ancora indicare le sfumature, le regioni e le differenze fra città e campagna. La trilogia della peste, della carestia e della guerra al solito colpì quelli che erano già poveri e ne reclutò di nuovi in tutti gli ambienti. È impossibile valutare quantitativamente gli effetti delle calamità. La peste mantenne quasi sempre dei focolai, ma infuriò particolarmente nel 1360-1362 e 1374-1375. La prima volta fu selettiva, come nel1348, e colpì i bambini e gli uomini giovani; i cronisti sono stati impressionati dal numero di vedove, che circolavano a Parigi, tutte vestite di nero. In molti luoghi gli ospedali furono insufficienti per far fronte alla seconda offensiva. Il vescovo di Parigi si lamentava nel 1363 dell'insufficienza dell'ospedale maggiore; i cinque edifici di Santa Maria Nuova a Firenze erano troppo piccoli e le spese vi quintuplicarono. A Mons nel 1371 la “Commune Aumóne” non fu sufficiente. Colmo della sventura fu per i poveri, quella volta, la concomitanza di carestia e peste, soprattutto nel Mezzogiorno dell'Europa, dall'Aquitania alla Provenza, dal Portogallo all'Italia. I campagnoli ebbero, rispetto ai cittadini, il doppio vantaggio di correre rischi minori di contagio e di disporre sul posto di risorse alimentari. Le città dovevano affrontare grossi problemi di requisizioni, tariffe e importazioni di grano da regioni talvolta lontane. Se l'amministrazione inglese in Aquitania e le autorità provenzali riuscirono, non senza problemi, a fronteggiare le difficoltà, l'amministrazione del duca d'Angiò in Linguadoca accumulò in quell'occasione rancori, l'estensione dei quali fu qualche anno dopo manifestata dall'insurrezione dei “Tuchini”. Le autorità municipali ebbero molti problemi in città (Draguignan, Montpellier, Béziers, Tolosa) per le requisizioni presso coloro che detenevano « fraudolentemente » grandi quantitativi di generi alimentari. Nell'Italia centrale fallirono i tentativi di censimento e di distribuzione fatti dall'amministrazione papale. I poveri ebbero fame.
Michel Mollat, I poveri nel Medioevo, Laterza (traduzione di Maria C. De Matteis e Maria Sanfilippo; collana Biblioteca Universale Laterza), 1983; pp. 235-36.
[ Edizione originale: Les pauvres au Moyen Âge. Etude sociale, 1978, Hachette, Paris ]
Salomone e il suo clan facevano parte di un flusso migratorio che dalla fine del Trecento aveva investito le regioni dell’Italia settentrionale, portando al massiccio trasferimento al di qua delle Alpi di intere comunità di lingua germanica, cristiani ed ebrei, provenienti dall’area renana, dalla Baviera e dall’alta e bassa Austria, dalla Franconia e dall’Alsazia, dalla Carinzia, dalla Stiria e dalla Turingia, dalla Slovenia, dalla Boemia e dalla Moravia, dalla Slesia, dalla Svevia e dalla Sassonia, dalla Westfalia, da Württemberg nel Palatinato, da Brandeburgo, Baden, Worms, Ratisbona e Spira. Una popolazione eterogenea, che parlava il tedesco, formata da ricchi e poveri, imprenditori e artigiani, finanzieri e mendicanti, uomini di religione, avventurieri e furfanti, si era mossa dai territori d’oltralpe per superare i valichi montani e discendere, in un processo di lunga durata, verso la laguna di Venezia, le città e i centri minori della terraferma veneta. Era questo un fenomeno di grande entità, all’interno del quale trovava la sua collocazione una componente ebraica di rilievo, che si era già affacciata nelle regioni settentrionali dell’Italia, in conseguenza delle persecuzioni che avevano seguito la Peste nera a metà Trecento e sporadicamente nel secolo che l’aveva preceduta. Comunità ebraiche ashkenazite, cioè tedesche, di diversa consistenza numerica, si formavano in una miriade di località, grandi e piccole, da Pavia a Cremona, da Bassano a Treviso, da Cividale a Gorizia e Trieste, da Udine e Pordenone a Conegliano, da Feltre e Vicenza a Rovigo, da Lendinara a Badia Polesine, da Padova e Verona a Mestre. Qui si era stanziata, a un passo da Venezia, una comunità ebraica intraprendente e di considerevole peso economico, i cui membri provenivano per lo più da Norimberga e dalle zone limitrofe. Nel 1382 alcuni ebrei di Mestre avevano ottenuto l’autorizzazione a trasferirsi a Venezia per esercitarvi il prestito del denaro, ma erano stati messi alla porta qualche anno dopo, nel 1397, per non avere soddisfatto le condizioni alle quali i governanti di Venezia li avevano ammessi in città. Così la Serenissima era tornata alla sua politica tradizionale, di non concedere agli ebrei residenza stabile sulle rive del Canal Grande, se non in casi eccezionali o per periodi di durata limitata. Tale politica, spesso contraddetta in maniera rilevante dalla pratica, vedeva gli ebrei affollare le calli in certe zone della città di giorno e rimanervi numerosi anche di notte, accomodati in case e ostelli, per periodi tutt’altro che brevi. Non mancavano gli ebrei, per lo più medici, mercanti influenti e banchieri, con residenza stabile, più o meno autorizzata, a Venezia. La consistenza numerica di questa comunità, eterogenea quanto alle professioni praticate, ma più o meno omogenea quanto alle sue origini etniche, che rimandavano ai territori di lingua tedesca d’oltralpe, è stata fino a oggi considerata in un’ottica ingiustamente riduttiva.
Ariel Toaff, Pasque di sangue. Ebrei d’Europa e omicidi rituali, Il Mulino (collana Biblioteca Storica), 2008²; pp. 24-25.
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